I testamenti: perché?
Per il XV secolo, diversamente da quanto accade in altri tipi di atti notarili, nei testamenti la figura femminile è massicciamente presente ed attiva anche se non gode degli stessi diritti legali rispetto all’uomo.
Non a caso l’unico punto in cui non compaiono nomi femminili è quella che conferisce ufficialità all’atto, ossia l’elenco dei testimoni presenti alla dettatura del documento.
Nell’atto testamentario si possono trovare quelle donne che altrimenti sarebbero a noi sconosciute; è possibile avere qualche idea sul loro ruolo in ambito familiare e sociale; sul loro mondo ma anche sulla loro religiosità talvolta legata a pratiche non così presenti tra le disposizioni maschili.
I testamenti dei Tregnaghesi
Nei testamenti dettati dalle donne e dagli uomini tregnaghesi ho cercato di individuare qualche aspetto della vita della popolazione femminile in un territorio rurale, in epoca tardomedievale.
L’utilizzazione di questo tipo di documenti è possibile soprattutto a partire dal Duecento, quando si diffuse la consuetudine di affidare le ultime volontà a un notaio che le trascriveva in latino seguendo un formulario specifico. Prima esprimevano le loro ultime volontà affidandole alla scrittura solo esponenti dei ceti più abbienti della città e alti prelati.
La ricerca presso l’Archivio di Stato di Verona ha permesso di reperire 135 atti dettati tra il 1408 e il 1500, periodo di transizione tra Medioevo ed età Moderna.
I testatori e le testatrici sono in gran parte residenti a Tregnago o nelle vicinanze, ma ci sono anche emigrati in città, con situazioni familiari, economiche e di vita diverse.
I testamenti forniscono informazioni sulla vita religiosa e sociale di una comunità. Da esso si può capire, ad esempio, come era strutturata la famiglia; chi erano i suoi componenti e risalire ai loro nomi e conoscere le professioni svolte.
È possibile, inoltre, ricavare notizie su come era organizzata la terra; chi ne era proprietario; quali tipi di colture venivano praticati. Si può venire a conoscenza di microtoponimi ormai in disuso di cui, talvolta, è difficile dare una localizzazione precisa.
Il fondo Testamenti dell’Archivio di Stato di Verona contiene, disposti cronologicamente e in ordine alfabetico, i testamenti nuncupativi (non olografi ma scritti dai notai) rogati in città e nel territorio veronese dal 1408 al 1752, periodo in cui rimase in funzione l’Antico Ufficio del Registro.
I testatori in qualche modo de Tregnago sono 119: 80 uomini e 39 donne. I residenti in paese sono 64. Gli altri abitano in località limitrofe, oggi frazioni ma all’epoca comuni autonomi: Centro, Pernigo, Marcemigo, Cogollo, Scorgnano.
Ci sono testatori che vivono a Cellore, Illasi, in Val Pantena e a Bussolengo e alcuni, pur essendo de Tregnago oppure figli di padri originari di Tregnago, sono residenti a Verona.
I documenti e quello che ci dicono
In tutti sono presenti nel medesimo ordine gli stessi elementi: data cronica e topica, elenco dei testimoni, presentazione dell’identità del testatore e motivi per cui testa, oltre allo stato di salute.
In ogni atto vengono indicati la data e il luogo in cui si trovano testatori, testimoni e notai al momento della stesura: molto spesso in casa e più precisamente in camera da letto, in cucina, vicino al focolare, in cortile o sotto il portico, all’ingresso della casa o in una stanza non precisata.
Il testatore viene identificato con il proprio nome di battesimo seguito dal nome del padre in genitivo preceduto da condam se il padre è defunto. Per le donne viene indicato anche il nome del marito vivo o defunto. Nel caso che la testatrice abbia contratto più matrimoni, compaiono i nomi di tutti i mariti.
Il luogo di provenienza è sempre preceduto da de, elemento importante per l’identificazione sia del testatore che del padre.
Il cognome non sempre viene scritto perché in quest’epoca solo le famiglie con un più elevato rango sociale ne possiedono uno.
Lo stato di salute di chi detta l’atto viene sempre annotato. Le testatrici sono definite sana, debole, inferma, ma tutte sane di mente e con buona memoria.
In alcuni casi è possibile individuare almeno approssimativamente l’età: Flora del fu Iacopo di Tregnago ha 90 anni.
Compaiono poi le considerazioni sulla caducità della vita e sulla fragilità dell’esistenza umana, sulla certezza della morte ma sull’incertezza del momento in cui essa sopraggiungerà, sulla preoccupazione di morire senza aver sistemato i propri beni terreni in modo da non far sorgere discordie tra i posteri.
Proseguendo, viene dichiarata la propria fede e si invoca Dio, la Vergine Maria e la Curia Celeste a riunirsi al capezzale di chi sta testando.
I testatori, uomini e donne, prima di destinare agli eredi i loro beni, esprimono la loro preferenza riguardo al luogo dove desiderano essere sepolti.
In genere scelgono come ultima dimora cimiteri o chiese ben determinati, solo uno dichiara di voler essere sepolto nel cimitero del luogo in cui morirà.
A Tregnago sono scelti il cimitero della chiesa di Sant’Egidio, della pieve di Santa Maria, della chiesa di San Fortunato di Centro e dei Santi Brigida e Severo di Scorgnano. I testatori residenti in città, invece, scelgono la sepoltura a Verona.
Successivamente viene designato un unico erede universale o viene diviso il patrimonio tra più assi ereditari.
Terminate le disposizioni personali, si passa alle formule di autenticazione dell’atto e alle sottoscrizioni notarili che forniscono la validità al documento.
La società tregnaghese nel XV secolo
Un modo per conoscere le professioni esercitate in paese e nelle vicinanze è quello di osservare le attività svolte dai testatori e dai testimoni.
La posizione collinare favoriva l’agricoltura e soprattutto la coltivazione di viti e alberi da frutta: castagni a Centro; noci, mandorli e peri coltivati a Tregnago e a Marcemigo.
I Tregnaghesi vivevano in case in muratura con coppi e solai, oppure con tetto in paglia, a uno o due piani, suddivise in stanze. Disponevano di cortile dove talvolta era presente il forno.
Nei documenti si trovano molti magistri, vale a dire di artigiani che gestivano delle proprie botteghe, svolgendo lavori atti a sostenere i bisogni della popolazione locale e talvolta le richieste del mercato cittadino.
Sono presenti: pellettieri, conciapelli, tessitori di lino o di lana, produttori e talvolta anche commercianti di stoffe, sarti, fabbricanti di brente, fabbri, lapicidi, allevatori di animali – capre, pecore, mucche – coltivatori di terreni di proprietà o presi a livello.
Molti prendono appezzamenti a livello da privati o da enti religiosi come l’abbazia di Calavena e la pieve di Santa Maria ma in zona mantengono possedimenti anche istituzioni ecclesiastiche cittadine: la chiesa di Santo Stefano, il monastero della Santa Trinità, il monastero di San Giorgio in Braida. Qualche livellario cede le terre in subaffitto ad altri.
I testamenti talvolta indicano la situazione economica di chi li detta. Ecco qualche esempio: Antonio del fu Pietro de Olivetis testa il 10 luglio 1500 e dispone certa ricchezza dao che assegna alla figlia una buona dote di centocinquanta lire.
Il mugnaio Oliveto del fu Giovanni, che detta le sue ultime volontà il 20 giugno 1411, lascia eredi di un mulino in muratura il fratello e il nipote. Assegna alla figlia un appezzamento di terra di sua proprietà e dei capi di biancheria per la casa, senza specificare se si tratta della dote.
Il tessitore Michele del fu Giovanni, testando il 25 giugno 1496, destina alle figlie e ai nipoti solo piccole somme di denaro specificando che una figlia è nubile e lavora come serva a Cogollo.
I Tregnaghesi residenti a Verona
Una parte dei documenti riguarda persone che pur essendo originarie del paese o figlie di Tregnaghesi, abitano a Verona.
I residenti in città non conservano particolari collegamenti con la terra d’origine. Nei lasciti non viene quasi mai nominato Tregnago e, se si esclude il caso del notaio Simone e di pochissimi, sembra che si siano integrati totalmente nella vita cittadina senza mantenere legami con il paese d’origine.
Fanno eccezione Dionisia del fu Paolo, moglie del maestro Bartolomeo del fu Bonifacio de Faxiolis da Tregnago di San Nazaro che affida ai suoi eredi il compito di consegnare quattro minali di pane alla pieve di Santa Maria e Andriola del fu Bassano, vedova di Benedetto da Tregnago, destina alla nipote Francesca un terreno arabile con viti situato in paese.
Tra le testatrici abitanti a Verona, inoltre, ci sono la moglie di un medico e la moglie di un vergheggiatore di lana che non forniscono particolari indicazioni sulla loro situazione economica.
La famiglia
In pochi casi è possibile identificare con precisione i componenti di una famiglia, ma dai documenti si può tentare di capire da quali persone è attorniato chi detta il testamento.
La famiglia rurale ha di solito dimensioni più ampie di quella urbana ed è formata dal capofamiglia, dalla moglie e dai figli che talvolta sono sposati; a costoro può aggiungersi la presenza dei nonni. Tutti vivono sotto lo stesso tetto, che nella maggior parte dei casi è di proprietà del capofamiglia.
Nelle famiglie tregnaghesi i figli maschi, pur sposati, continuano a vivere nella stessa casa del padre, che mantiene la sua autorità; le figlie femmine, al momento del matrimonio, lasciano la casa paterna per entrare in quella della famiglia del marito, apportandovi una dote in beni mobili di valore variabile a seconda delle possibilità economiche della famiglia d’origine, che al momento del matrimonio vengono consegnati al marito o al suocero.
I testatori con figlie o nipoti nei testamenti ricordano il valore della dote loro assegnata. In qualche caso essa costituisce l’unica eredità che le donne acquisiscono dal padre e il suo valore viene sancito con documenti ufficiali redatti dai notai.
Il marito o il suocero, nel dettare il proprio testamento, spesso lascia alla moglie o alla nuora la dote consegnata al tempo del matrimonio. Se la ragazza è orfana di padre, il nonno paterno o materno nel testamento si ricorda di accordarle beni mobili per una certa somma che le saranno attribuiti al momento del matrimonio.
Ad esempio, Antonio del fu Antonio de Bachis divide fra i tre nipoti rimasti orfani – due femmine e un maschio, figli della figlia – la dote della madre defunta che ammonta a 200 lire e poi assegna a ciascuna delle ragazze altre 100 lire.
Di solito, della consegna viene incaricato uno degli eredi o un fratello della ragazza, il quale però deve approvare le nozze.
Vitale del fu Filippino destina alle due nipoti – figlie del figlio defunto – duecentocinquanta lire ciascuna che esse avranno, però, solo se si sposeranno con il consenso del loro fratello.
Poiché la dote è fondamentale per la ragazza che deve sposarsi, si può trovare tra i lasciti pro anima di qualche persona particolarmente attenta ai problemi sociali, soprattutto donne, una certa somma di denaro destinata alle giovani povere, perché possano contrarre matrimonio.
La consuetudine della dote è presente in tutti i ceti sociali, sia rurali che cittadini e dall’ammontare del suo valore si può risalire alle condizioni economiche della famiglia di provenienza.
La moglie è sempre ricordata dai testatori. Alla morte del marito le viene restituita la dote. Spesso le viene concesso l’usufrutto della casa dove abita e di alcuni appezzamenti di terreno. Potrà disporre dei beni se non si risposerà e se vivrà onestamente, e alla sua morte tutto passerà ai figli. Può essere nominata amministratrice del patrimonio di famiglia.
Se i figli della coppia sono minorenni, la vedova è designata loro tutrice da sola o con un parente.
Alla morte del marito di solito la donna non torna nella famiglia d’origine ma rimane nella casa del coniuge ma si trovano anche eccezioni: una figlia che continua a vivere nella casa paterna con il marito e un testatore che si preoccupa di assicurare l’alloggio in casa sua alla madre e alla sorella – entrambe vedove – almeno fino alle seconde nozze di quest’ultima.
I legati vengono generalmente suddivisi tra figli maschi e figlie femmine. Se un figlio o una figlia sono già deceduti lasciando a loro volta dei figli, questi ultimi vengono ricordati dal nonno che dispone per loro una parte di eredità specificando che ne beneficeranno sia i maschi che le femmine.
Le donne possono essere designate eredi anche solo in seconda istanza dopo la morte degli eredi maschi.
Iacopa del fu Alessandro e moglie di Nascimbene del fu Nicola di Tregnago, nel suo secondo testamento del 14 aprile 1437, designa eredi universali la figlia Bellissima e il nipote Nicola.
Al figlio Sandro destina un appezzamento di terreno e, tralasciando la figlia, ne assegna un secondo al genero Cristiano. Solo in caso di morte di Sandro senza figli, anche Bellissima erediterà un appezzamento di terreno, ma quello del fratello, non quello assegnato al marito, con l’obbligo di lasciarlo al figlio Nicola.
Gli eredi universali sono spesso maschi, ma si trovano anche figlie, sorelle, nipoti o cugine e alcuni testatori stabiliscono che in caso di morte degli eredi maschi erediteranno le femmine mentre piuttosto raramente la moglie è designata erede universale.
Può accadere che i figli non conducano una vita pari alle aspettative paterne. Se le donne non hanno mantenuto un tipo di vita gradito al padre, questo si ripercuote sulle decisioni del genitore riguardo all’eredità o riguardo alla dote che non viene consegnata o è costituita da beni con valore irrisorio.
Così la figlia di Giovanni del fu Antonio de la Vechia, che si è allontanata da casa per vivere in modo non onesto, viene esclusa dall’eredità.
La figlia di Pietro detto Perono del fu Bonifacio di Centro, essendosi sposata a sedici anni contro il volere del padre, riceve solo le 25 lire assegnatele al tempo del matrimonio.
Ricadona figlia di Paganotto del fu Gerardo da Marcemigo, ma abitante a Centro, riceve solo dieci soldi, comprensivi della dote, per essersi sposata contro la volontà paterna.
Talvolta i suoceri nominano tra i loro eredi anche le nuore, rimaste vedove, che continuano ad abitare in casa della famiglia del marito. Vitale del fu Filippino di Tregnago dispone che la nuora possa avere vitto alloggio in casa del figlio di lei nominato erede universale. Dalfino detto Fante del fu Pietro di Scorgnano restituisce alla nuora vedova la sua dote.
Le figlie del notaio Simone
Tra i testatori originari di Tregnago e residenti a Verona, ma che tuttavia mantengono rapporti con la terra d’origine, c’è un notaio, Simone del fu Guglielmo di Tregnago, di cui è stato reperito il testamento insieme a quelli della madre, della moglie, delle figlie Caterina e Agnese e di altri familiari.
È stato quindi possibile ricostruire, almeno in parte, la famiglia e a sua attività di notaio anche in paese tra il 1410 e il 1428.
Simone, figlio del notaio Guglielmo e di Dorotea del fu Arduino, ha un fratello, Ognibene, e una sorella, Maddalena; svolge la sua attività, oltre che a Verona dove risiede, nel territorio di Tregnago.
Simone e la moglie Maddalena del fu Franceschino da Roverbella hanno sei figlie: Dorotea, Margherita, Agnese, Caterina, Iuxta e Guglielma.
Delle ultime due esiste traccia solo nel testamento della nonna dettato il 22 agosto 1421. Le altre quattro vengono designate eredi universali dal padre, ormai infermo, nel suo testamento datato 24 ottobre 1438.
Dorotea è probabilmente già scomparsa nel 1442 perché non viene nominata nelle ultime volontà della sorella Agnese.
Interessante è la figura di Agnese, che detta due testamenti agli stessi notai nel breve periodo di una settimana: il primo il 23 luglio 1442 e il secondo il 30 luglio.
In entrambi dichiara di voler entrare nel monastero di Santa Chiara in contrada Santa Maria in Organo e lascia 34 ducati d’oro ai fondatori del medesimo. Il proposito viene mantenuto poiché la madre, nel suo primo testamento datato 21 febbraio 1449, destina cinque ducati d’oro alla figlia che è monaca nel suddetto monastero col nome di Ursula.
Nel primo testamento di Agnese, la madre è designata usufruttuaria. L’usufrutto, alla morte della madre, passerà alla sorella Caterina se non deciderà di farsi monaca. In tal caso, esso andrà al cugino Bonifacio. Alla morte di Bonifacio, l’eredità verrà destinata per metà ai fondatori del monastero di Santa Chiara e per l’altra metà alla costruzione di un altro monastero cittadino.
Nel secondo testamento le disposizioni si ripetono con la riduzione della somma destinata al monastero in costruzione.
Agnese sembra già scomparsa nel 1457, quando la madre destina cinque ducati d’oro al monastero di Santa Chiara senza nominarla, ma dimostrando tuttavia il perdurare del legame con questa istituzione.
Un’altra figlia di Simone, Caterina, è sana all’epoca del proprio testamento che porta la data del 21 febbraio 1449.
Designa eredi universali i suoi futuri figli ma non è ancora sposata. In seguito, però, avrà due figli – Giovanni e Francesco – designati eredi dalla nonna nel 1457, quando la loro madre è già deceduta.
La sorella Margherita sposa Paolo Nichesola, appartenente a una famiglia cittadina di elevato prestigio sociale. Ha due figli, Francesca e Guglielmo, e sembra già morta nel 1442, quando la sorella Agnese nelle ultime volontà ricorda solo Caterina.
Un fabbro e le sue figlie
Martino del fu Bartolomeo Ravanelli è un fabbro di cui ho trovato tre testamenti e altri documenti dell’epoca che riportano il suo nome.
È figlio di Bartolomeo e di Zuana, figlia del fabbro Leonardo del fu Dalfino di Tregnago.
Abita nella contrada di Sant’Egidio ed è sposato con Caterina del fu Bartolomeo de Farinis di Tregnago, dalla quale ha cinque figlie: Angela, Maria, Domenica, Guglielma e Anna.
Queste sono tutte citate nel primo testamento datato 7 marzo 1471, quando risultano già sposate: Angela e Maria con due fratelli, Giovanni e Xaldo figli del fu Bartolomeo di Centro; Domenica con Ognibene del fu Pietro Cremona di Tregnago; Guglielma con Dalfino de Bosariis di Tregnago. Anna è moglie di Geremia del fu Leonardo Alberti di Tregnago, ma figura già morta nel 1492.
Guglielma, che nel primo testamento di Martino è già madre di due figlie, Rosa e Bernardina, nelle successive volontà testamentarie del padre appare sposata in seconde nozze con Antonio del fu Giovanni di Colognola.
Martino, oltre alla sua officina di fabbro possiede anche appezzamenti di terreno – a Tregnago, Marcemigo e Cellore, alcuni dei quali sono dati a livello a contadini della zona – e ricopre cariche pubbliche in paese.
Nel verbale della visita pastorale del vescovo di Verona Ermolao Barbaro alla pieve di Santa Maria, effettuata il 28 agosto 1460, viene citato nella sua qualità di massaro.
Nel 1492, ormai anziano e malato, detta le sue ultime volontà.
I testamenti delle donne
I testamenti dettati dalle donne tregnaghesi sono 44.
Al momento della stesura dei documenti le testatrici si trovano in casa propria, in casa del marito, in casa del figlio o in casa del genero.
Più precisamente le troviamo a letto e sedute su uno sgabello o su una sedia; a volte in cucina, sotto il portico, in camera da letto al primo piano o al piano terra, in entrata della casa. Due si trovano in casa del notaio a Verona.
Per quanto riguarda la scelta del luogo di sepoltura, tra le donne è forte il desiderio di riunire la famiglia nello stesso sepolcro, nello stesso cimitero o nella stessa chiesa.
Diverse sono le richieste di messe e suffragi. Spesso viene designata una somma di denaro a un sacerdote o a una chiesa per la celebrazione di alcune messe. Il loro numero non sempre viene indicato.
Antonia del fu Antonio da Tregnago ma abitante a Verona, chiede, secondo usi cittadini, oltre alle messe gregoriane, la recita per un anno, ogni mercoledì, del Padre Nostro e dell’Ave Maria nella chiesa di San Lorenzo dove si poteva acquistare una particolare indulgenza.
Bartolomea del fu Bono da Centro chiede agli eredi di far celebrare, ogni anno per dieci anni dopo la sua morte, 4 messe con preghiere e cerimonie idonee.
Domenica del fu Francesco Benedetti da Castelcerino, moglie di Giovanni Alberti di Tregnago, chiede ai suoi eredi di consegnare un minale di frumento ogni anno per dieci anni alla chiesa di Sant’Alberto di Castelcerino affinché vi sia celebrata una messa il giorno dell’Assunzione, in agosto.
Abbastanza richieste sono le 30 messe gregoriane. Di solito viene disposta una certa somma di denaro o un’offerta in prodotti della terra a un sacerdote o si lascia agli eredi o ai fedecommissari il compito di ordinarne la celebrazione.
Le messe vengono fatte celebrare nella chiesa più vicina al luogo di residenza: a Tregnago la chiesa di Santa Maria e di Sant’Egidio; nei centri limitrofi nelle chiese locali.
L’uomo del Medioevo, in cambio dei suoi legati pensava di ottenere l’assicurazione per la vita eterna e, al tempo stesso, il perdono per l’avarizia di un tempo. In quest’ottica si possono collocare le elemosine, lasciti in genere sotto forma di prodotti alimentari o denaro da distribuire alla comunità, tesi a perpetuare o comunque a mantenere vivo il ricordo e allo stesso tempo, a garantire meriti di fronte a Dio.
Le elemosine disposte dalle donne sono costituite di solito da quantità variabili di pane di frumento, di vino rosso o bianco e di sale da dispensare alla comunità oppure ai poveri una volta oppure in periodi ben precisi, di solito di qualche anno o in perpetuo. Spesso viene lasciata libertà agli eredi di distribuirle quando essi preferiranno.
Il giorno in cui devono essere effettuate le distribuzioni è collegato ai santi dedicatari delle cappelle locali o alla devozione per un particolare santo. Feste ricordate sono Tutti i Santi e il Corpus Domini.
Qualcuna destina ad elemosine il ricavato da affitti o da vendite di terreni.
Iacopina del fu Filippo, moglie di Leonardo di Tregnago, chiede agli eredi di comprare un terreno entro tre anni dalla sua morte per poi cederlo a livello e ricavare due quarte di frumento annue, da assegnare al Comune di Tregnago che dovrà provvedere a distribuirle in paese.
Alcune testatrici si ricordano dei poveri e destinano loro pane, vino, sale, somme di denaro, capi di abbigliamento, pezze di tessuto della cui distribuzione incaricano eredi o fedecommissari.
I poveri sono detti pauperes Christi e spesso vengono nominati in modo generico senza altre specificazioni.
Povero è l’indigente, ossia colui che manca del necessario per sopravvivere, ma povere sono anche le ragazze che non riescono ad avere una dote in vista del matrimonio e le serve che vivono e lavorano in casa dei più abbienti.
Di solito ad esse vengono assegnati soldi, biancheria per la casa, capi di abbigliamento spesso usati.
Altri lasciti pro anima sono quelli alle chiese: modeste somme di denaro da usare per la loro riparazione ma anche per la costruzione di nuove cappelle o altari e donazioni di icone, croci e paramenti sacerdotali. Le chiese più ricordate, oltre alle tre esistenti a Tregnago, sono quelle di Centro, Marcemigo, Cogollo e Scorgnano.
Ad esempio, Gemma del fu Vitale, moglie di Ognibene di Tregnago, nel 1411, destina alla pieve un drappo di tessuto per ricoprire l’immagine della Madonna posta sull’altare di Ognissanti;
Domenica del fu Francesco Benedetti da Castelcerino, moglie di Giovanni Alberti di Tregnago, nel 1476, si ricorda della chiesa di Sant’Egidio e chiede agli eredi di far dipingere una ancona di legno con le figure dei santi ai quali sono devoti e con l’immagine di san Martino. L’ancona dovrà essere posta sull’altare maggiore. Dispone, inoltre, che venga costruita una bella croce in legno da mettere sullo stesso altare. Il valore di entrambi gli oggetti, da far costruire un anno dopo la sua morte, dovrà essere di cinquanta lire.
Sono previsti anche lasciti per le luminarie delle chiese: candele, ceri, olio per le lampade e somme di denaro. Le chiese prescelte sono ancora quelle locali.
Unica eccezione: una testatrice chiede che venga acceso un cero nella chiesa di San Giacomo al Grigliano.
C’è particolare attenzione per l’illuminazione durante le messe soprattutto in occasione di alcune feste: Natale, Pasqua, Annunciazione e Corpus Domini.
Gli oggetti della vita quotidiana
Nei documenti delle donne, più che in quelli voluti dagli uomini, si citano oggetti di uso quotidiano.
Si viene così a sapere che nelle case tregnaghesi erano presenti tra gli arredi: banchi, tavoli in abete rosso, sedie e sgabelli, letti, cofani e cofanetti.
Tra gli oggetti da casa troviamo: paioli e caldaie in rame, padelle, secchi di rame, laveggi in pietra, vasi di pietra, botti in larice, abete e castagno.
Tra la biancheria da casa: materassi, cuscini, lenzuola, coperte, coperte imbottite di piume, coperte con ornamenti e senza, tovaglie, tovaglie da desco, tessuti in drappo, pezze di tessuti in lino e canapa di colore verde e azzurro.
Spesso le donne citano capi di abbigliamento che possono essere nuovi o usati e vengono lasciati ad altre donne: tuniche bianche in seta, azzurre, rosse grigie, con maniche e senza, vesti in lana, lino e seta, nuove e usate, di vari colori ma perlopiù scure, una veste di tessuto colorato con inserti in oricalco e fregi, un vestito in cotone nuovo con disegni intessuti, vestiti in panno scuro, pellicce di agnello nuove e usate, panni da testa, fodere, camicie, veli di seta e cotone, cuffie di seta, drappi da testa, gioielli.
Conclusione
In conclusione, è impossibile scindere la vita delle donne del Quattrocento da quella sociale in generale.
Esse, non avendo capacità giuridica, possono dettare le loro ultime volontà solo a un uomo, il notaio, essere assistite solo da uomini testimoni e non tralasciano mai di farsi identificare con il nome del padre e del marito.
Possono disporre più o meno liberamente dei loro beni ma quasi sempre solo di quelli presenti in casa che destinano talvolta ad altre donne.
I terreni e le case di cui parlano sono sempre quelli lasciati in qualche modo dal marito defunto o dal padre.
Le nozze sono un momento centrale nella vita di ogni donna, un contratto tra famiglie e uno scambio di beni materiali sotto forma di dote.
Sembra che il permesso di «fare testamento» sia concesso per favorire soprattutto il coniuge e i figli maschi.
Alle figlie si lasciano oggetti per la casa e capi di abbigliamento. Quando va meglio si parla di un’intera dote già in possesso della testatrice, da dividere tra più donne considerate povere, parenti e non.
Sono considerazioni che valgono per Tregnago come per qualsiasi altra parte d’Italia.
Un testamento come esempio
Domina Lucia, figlia del fu Giovanni e moglie del fu maestro Giacomino che detta le ultime volontà il 25 aprile 1435.
Il documento è tradotto dal latino in una versione semplificata ma rende l’idea di come una donna del XV secolo potesse disporre dei suoi beni e di quelli ereditati dal marito.
Troviamo piccoli lasciti pro anima alle chiese locali e abbigliamento e oggetti per la casa destinati a donne del posto.
Seguono i terreni destinati a persone singole e al Comune per mezzo del massaro, il sindaco dell’epoca. I terreni in gran parte sono dell’abbazia di Calavena e della pieve di Santa Maria alle quali la testatrice versa alcuni livelli in denaro.
Lucia è una donna che potremmo definire benestante ma nelle sue numerose disposizioni troviamo riassunte quelle di tutte le donne tregnaghesi.
Testamento di domina Lucia figlia del fu Giovanni e moglie del fu maestro Giacomino di Tregnago
Nel nome di Cristo amen. Anno della sua natività 1435, indizione tredicesima, lunedì 25 del mese di aprile, in Tregnago, distretto di Verona, nella casa d’abitazione della medesima testatrice.
Sono presenti: Pietro del fu Ognibene Cavicchia, maestro Andrea del fu Giacomino, Bartolomeo del fu Bonucio, Melchiorre del fu Pietro, Leonardo del fu Cristoforo, Giovanni del fu Zilio, Iacobino figlio del maestro Andrea, maestro Rigo del fu Nicola, tutti della detta terra di Tregnago, e ser Francesco notaio figlio del fu dominus Simone di Falsorgo di Verona, chiamato con me notaio infrascritto a scrivere e sottoscrivere ciò che segue.
Tutti i testimoni idonei sono stati chiamati appositamente dall’infrascritta testatrice e in modo speciale convocati perché conoscenti della stessa che affermano essere sana di mente e di buon intelletto.
Domina Lucia, figlia del fu Giovanni e moglie del fu maestro Giacomino di Tregnago, ritenendo certa la morte ma incerto il momento in cui avverrà, non volendo morire senza testamento e non volendo liti tra i posteri dopo la sua morte a causa dei suoi beni, sobria di mente e intelletto per grazia dell’Onnipotente, anche se giace a letto inferma nel corpo, prima di morire si avvale della facoltà di testare.
Esprime la sua ultima volontà per quanto riguarda i suoi beni nel presente testamento nuncupativo secondo la forma sottoscritta.
Dapprima raccomanda umilmente e devotamente la sua anima a Dio onnipotente, alla beatissima Maria Vergine e a tutta la Curia Celeste.
Raccomandata l’anima, desidera che il suo corpo, quando l’anima lo avrà lasciato, venga sepolto nel cimitero della chiesa o pieve della Beata Maria di Tregnago. Alla medesima lascia tre lire di denari veronesi piccoli, oltre ai 20 soldi di denari che aveva lasciato alla stessa chiesa maestro Giacomino, suo defunto marito. Quattro lire dovranno essere spese dai suoi fedecommissari per la riparazione di detta chiesa, per la sua anima e in remissione dei suoi peccati.
Lascia alla chiesa di San Martino di Tregnago 20 soldi di denari e alla chiesa di Sant’Egidio di detta terra altri 20 soldi di denari da spendere per la riparazione delle medesime, per la sua anima e in rimedio dei suoi peccati.
Lascia a Cortesia, nubile figlia di Cardino di Tregnago, un letto vergato con un materasso, due cuscini con le loro federe usate, la lettiera, un paio di lenzuola nuove, una tunica rossa usata, un cofanetto e un ducato d’oro che la testatrice dichiara di avere presso di sé e di voler consegnare lei stessa a Cortesia che l’ha servita e aiutata ogni giorno durante la malattia, per la sua anima e in remissione dei suoi peccati.
Lascia a Margherita e Antonia figlie del maestro Domenico sarto, una pezza di tessuto ciascuna.
Lascia a Margherita figlia di Antonia de la Vecchia una pezza di tessuto.
Lascia a Guglielma moglie di Bartolomeo Bevilacqua una pezza di tessuto.
Lascia a Bartolomea figlia di Marco Coracino una pezza di tessuto e un drappo con bordi neri nuovo.
Lascia a Bertina moglie di Antonio de Viando una pezza di tessuto e una tovaglia da desco nuova della lunghezza di sette braccia.
Queste sei pezze dovranno essere ricavate dalle migliori lenzuola di detta testatrice.
Lascia a domina Aleta moglie del fu ser Antonio de Oliveto un camicione della testatrice.
Lascia a Iuliana moglie di Bonomo una camicia vecchia della testatrice.
Lascia a Caterina moglie di Pietro del fu Marcabruno una camicia.
Lascia ad Antonia del maestro Nicola Finario di Tregnago una tovaglia nuova fatta a mano.
Lascia a Tomea moglie di Corradino de Benzeriis: un lenzuolo nuovo, un drappo da testa in filo, un paio di secchi in rame e un laveggio in pietra della capacità di mezzo secchio circa.
Lascia a Fiabona moglie di Chavazola una camicia.
Lascia a Iacopa moglie di Giovanni de Chavonibus un drappo da testa in filo vecchio.
Lascia a Lucia figlia di Cardino una stamigna azzurra della testatrice.
Lascia a Zenevria moglie di Cardino una pelliccia d’agnello della testatrice.
Lascia a domina Beatrice moglie di Cremona una veste della testatrice e un cofanetto in noce.
Lascia a Giacomina moglie di ser Antonio Volpe una tovaglia da desco della lunghezza di cinque braccia usata e una tunica azzurra della testatrice.
Lascia a Lucia moglie di ser Zilio de Stevanis due tovaglioli usati.
Lascia a Margherita figlia di Bartolomeo Sacardo un velo in cotone della lunghezza di quattro braccia.
Lascia a Guglielma figlia di Corradino una benda di seta della lunghezza di due braccia e mezzo.
Tutti questi legati alle soprascritte donne di Tregnago sono destinati dalla testatrice per amore di Dio, per l’anima sua e in remissione dei suoi peccati.
Lascia a Caterina moglie di Penacio di detta terra di Tregnago una tunica grigia senza maniche, una veste in pignolato verde della testatrice, un appezzamento di terra arabile situato in pertinenza di Tregnago in località Campagna, che confina da una parte con Francesco Canestrus per Giovanni Bonaventura figlio di un altro Giovanni di Zilio, da un’altra parte con Poliano pellettiere e da un’altra con la via comune, ed è di circa tre quarte di campo, per amore di Dio, per l’anima sua e in remissione dei suoi peccati.
Lascia ad Antonio del fu ser Zenaro di Tregnago un appezzamento di terra arabile con una pergola di viti, situato in pertinenza di Tregnago, in località Strate, che confina da una parte con Bartolomeo de Ravanello, da un’altra con la via comune, da un’altra con Gerardo figlio di Zenaro, da un’altra con Antonio Ricio del fu Giovanni, ed è di circa mezzo campo.
Lascia a Cardino del fu Pietro da Tregnago un appezzamento di terra casaliva, con casa in muratura, munita di coppi e solai, aia, orto e terra prativa con viti e alberi da frutta, di circa mezzo campo, situato a Tregnago, in contrada o quartiere di Sant’Egidio, che confina da una parte con la via comune, da un’altra con il Progno, da due parti con i terreni di Giovanni e Bonaventura coltivati dallo stesso
Cardino.
Per questo terreno, la testatrice versa un affitto perpetuo di sei quarte di frumento annue alla chiesa o pieve di Santa Maria di Tregnago.
Lascia a detto Cardino questo terreno a condizione che il medesimo Cardino e i suoi eredi continuino a versare le sei quarte di frumento a detta chiesa o pieve ogni anno.
Lascia al massaro pro tempore del Comune di Tregnago un minale di frumento che il medesimo massaro dovrà distribuire in elemosine alle persone abitanti in Tregnago per amore di Dio, per l’anima sue e in remissione dei suoi peccati.
Lascia a Nicola di Finerio da Badia Calavena, abitante a Tregnago, un appezzamento di terra arabile con viti situato in pertinenza di Tregnago in località Campagnina, che confina da una parte con il Progno, da un’altra con Pietro Longo e Iacopo de Verzellis, da un’altra con Matteo del fu maestro Domenico Fabbro, di circa tre quarti di campo, per la sua anima e in remissione dei suoi peccati.
Lascia al massaro pro tempore del Comune di Tregnago un appezzamento di terra prativa situato in pertinenza di Cogollo in località Dolena, che confina da una parte con i diritti del Comune di Cogollo, da un’altra con Giovanni del fu Michele Fredara, da un’altra con Bartolomeo del Treza di Marcemigo, da un’altra con i terreni tenuti dagli eredi di Domenico calzaro dell’abbazia per quelli di maestro Dalfino, di circa un campo e mezzo.
Un appezzamento di terra prativa situato in detta pertinenza e località che confina da una parte con i terreni di diritto del comune di Cogollo, dall’altra con Crispano del fu Michele de Ricio di Cogollo, dall’altra con Andrea del fu Giovanni de Fazino in parte, e in parte con gli eredi di Antonio de Bonaconsa di Tregnago, dall’altra con Giovanni de fu Desiderato Gatega di Cogollo, di circa un campo.
Un appezzamento di terra prativa situato in pertinenza di Tregnago, in località Dalchodalaspina che confina da due parti con maestro Avancio fabbro di Tregnago, dall’altra con il Comune di Tregnago, dall’altra con la via comune, di circa due campi.
Un appezzamento di terra prativa e boschiva situato in detta pertinenza in località Gatole, che confina da una parte con la via comune o vicinale, dall’altra con Andrea del fu Giovanni de Facino di Tregnago, dall’altra con Iacopo del fu Leone di Tregnago, dall’altra con il Comune di Tregnago, di circa due campi.
Un appezzamento di terreno prativo situato in detta pertinenza, in località del Castello, che confina da una parte con Pietro del fu ser Ognibene di Tregnago, dall’altra con Martino Casari dell’abbazia, da altre due parti con la valle, di circa quattro campi, salvo diverse disposizioni del monastero della Calavena al quale la testatrice versa il livello di 8 soldi di denari annui.
Questi cinque appezzamenti di terra sono tenuti da Giovanni del fu Domenico e dai suoi figli Matteo e Domenico, tutti di Cogollo, per un livello di 9 lire di denari che versano alla testatrice ogni anno nella festa di san Michele del mese di settembre.
Un appezzamento di terra arabile situato in pertinenza di Tregnago in località Strate, che confina da una parte con Cardino di Pietro per Antonio de Bonamentis, dall’altra con Filippino di Bonucio, da altre due parti con la via comune, di circa tre quarte di campo. Questo terreno è tenuto in affitto da Melchiorre di Pietro di Tregnago per due minali di frumento annui.
Un appezzamento di terra arabile situato in pertinenza di Marcemigo in località Convagiarum, che confina da una parte con Bartolomeo di Galvan, dall’altra con Bartolomeo di Pietro di Marcemigo, dall’altra con la via vicinale, di circa un campo.
Un appezzamento di terra arabile situato in detta pertinenza in località Boche de Villa, che confina da una parte con il corso d’acqua, dall’altra con la via comune, dall’altra con Pietro di Franceschino, di circa tre quarte di campo.
Questi due appezzamenti sono tenuti da Tommasino di Pietro Pontarolo di Marcemigo per l’affitto di 25 soldi annui.
La testatrice lascia questi terreni a condizione che il massaro del Comune di Tregnago continui a riscuotere gli affitti.
Dalle 9 lire che versano Giovanni e i suoi figli di Cogollo dovranno essere detratti 8 soldi che il massaro consegnerà all’abbazia di Calavena come affitto per le terre sopra elencate.
Inoltre, dovranno essere riconosciuti all’abbazia, come affitto, i due minali di frumento che versa Melchiorre di Pietro di Tregnago.
La testatrice dichiara che se detto Tommasino di Pietro pontarolo di Marcemigo o i suoi eredi volessero acquistare i terreni sopra citati per 5 ducati d’oro, i suoi eredi e il massaro del Comune dovranno provvedere a tale vendita.
Il ricavato dalla vendita dovrà essere distribuito agli abitanti di Tregnago per l’anima della testatrice e in rimedio dei suoi peccati.
Inoltre, 25 soldi di denari dovranno essere utilizzati per acquistare frumento da distribuire.
La testatrice nomina commissari ed esecutori delle sue ultime volontà i massari pro tempore del Comune di Tregnago che potranno vendere o alienare i beni necessari per l’esecuzione dei legati.
Designa erede di tutti gli altri beni mobili, immobili Corradino del fu Pietro de Benzeriis di Tregnago ed asserisce che queste sono le sue ultime volontà.
Cancella eventuali volontà precedenti e dichiara che il presente è il suo ultimo testamento.
Io Guglielmo del fu Giovanni de Bonosiis cittadino di Verona, contrada San Vitale, pubblico notaio per autorità imperiale, chiamato dalla soprascritta testatrice che ho visto e conosciuto sobria e sana di mente, ho scritto e pubblicato questo testamento.
