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Villa Pellegrini a Tregnago

     Il palazzo – noto come villa Pellegrini e sede della Biblioteca Comunale – oggi appare decontestualizzato rispetto all’ambiente circostante essendo ciò che rimane di una tipica villa signorile di campagna dei secoli scorsi. Lo vediamo circondato da edifici vari, con una parete laterale e la parete nord che si affacciano direttamente su due delle strade principali del paese – via Cesare Battisti e via Angelo Borghetti – e con una piazza davanti che, a chi la osserva per la prima volta, può sembrare il suo ex giardino, ma, come si è detto, non è così. In passato, infatti, l’edificio faceva parte di un complesso formato anche da altri rustici e aveva davanti un brolo circondato da muri ma di dimensioni molto inferiori rispetto all’odierna piazza.

La struttura attuale del fabbricato è quella settecentesca con alcune modifiche interne praticate nel 1913 quando fu adibito a sede municipale. Nella parte centrale è possibile scorgere i resti di una più antica torre colombara che fanno presumere, assieme ad altri particolari, una data di edificazione antecedente al XVIII secolo con successive modificazioni e aggiunte. 

La costruzione è formata da tre piani e la parte centrale appare sormontata da un attico con timpano triangolare; i muri sono costruiti con ciottoli di fiume, sabbia e calce mentre le connessioni tra le pareti perpendicolari e i rinforzi degli angoli sono formati da blocchi di pietra di maggiori dimensioni e regolarizzati. La facciata principale – rivolta verso sud come tutte quelle delle altre ville presenti in paese e nella Val d’Illasi costruite dal primo Cinquecento in poi – è, come già si è detto, tipicamente settecentesca. La parte centrale ha una maggiore altezza rispetto alle laterali per la presenza dell’attico sormontato dal timpano triangolare con cornice modanata sporgente su cui si trovano ai lati due statue di pietra e, sulla sommità, una lanterna con nicchia ad arco acuto al vertice che contiene una campana settecentesca. L’attico ha due finestre rettangolari ai lati mentre al centro si nota lo stemma della famiglia Butturini. Ai margini una lesena sostiene il timpano ed è affiancata da un motivo a voluta che conclude la parte elevata. La parte centrale del primo piano è caratterizzata dalla presenza di tre balconi con balaustre in pietra: uno grande centrale e altri due più piccoli ai lati. Al piano terra, il portale principale è ad arco a tutto tondo con chiave di volta a voluta a ghiera e pilastri in pietra decorati con motivi geometrici. Le ali laterali del palazzo sono simmetriche, al piano terra le finestre hanno una semplice cornice in pietra e un davanzale sostenuto da due mensoline a voluta; le finestre del primo piano sono sovrastate da una cornice che le divide da quelle più piccole dell’ultimo piano. Le diverse altezze dei piani, prima degli ultimi restauri, erano evidenziate da cordoli orizzontali[i]. Questi ultimi elementi, come faceva notare anche Virgilio Vercelloni, sono ripetuti in maniera quasi identica in un’altra villa vicina: villa Fontana[ii]. Ora i cordoli non si vedono più ed è stato cambiato anche il colore della facciata principale che prima delle ultime modifiche era rossiccia. Su di essa furono collocate due grandi lapidi dedicate ai caduti della Prima Guerra Mondiale, ora rimosse e trasportate in piazza, accanto al monumento ai Reduci e ai Caduti di Russia.

All’interno dell’edificio, interessanti e di un certo pregio sono i dipinti del salone principale, attualmente adibito a sala consiliare, realizzati da Andrea Porta[iii] nel 1760. Sono forse i lavori meglio riusciti della prima fase della sua attività artistica. Di essi abbiamo una collocazione cronologica ben precisa: l’affresco posto sulla sopraporta a destra raffigurante il pescatore e il cane reca data e firma: Andrea Porta F. 1760 9bre.

 Il complesso delle decorazioni della sala è costituito da sei scomparti incorniciati da stucchi: quattro sopraporte e due orizzontali. Per la loro realizzazione il Porta si ispirò ad alcuni lavori di Domenico Pecchio[iv] e ad alcuni temi paterni.

Rispetto ad opere precedenti del pittore, in questi dipinti di soggetto paesaggistico, i colori sono tenui e morbidi, vanno dal verde degli alberi all’azzurro del cielo e dell’acqua per arrivare alle tonalità calde della terra. La pennellata è leggera, la luce è quella del tramonto. 

Nel 1966, Pierpaolo Cristani li restaurò mantenendone le caratteristiche cromatiche originarie. 

 

I proprietari della villa

 

I Butturini, antichi proprietari della villa che sarebbe divenuta sede municipale, sono nominati dal Cartolari tra le famiglie illustri di Verona. Lo studioso afferma che la famiglia Butturini è venuta di Francia in Verona nel secolo decimosesto, dove ebbe onorevoli impieghi, fiorì per ricchezze ed illustri parentele, e portò il titolo di Nobile. Essa ancora esiste. Scrive il Biancolini che questa famiglia eresse la bella casa che poi fu dei Serpini e Salvetti. Il Maffei […]nomina Ottavio Buttorini filosofo e giureconsulto, e […] ricorda Francesco Buttorini poeta, i quali discesero dalla suddetta casa, che ebbe palazzo ed ampi possedimenti in Tregnago[v]. I Butturini sono inoltre elencati dal Cartolari tra le famiglie illustri di Verona inscritte ab antico nell’estimo, ma non aggregate mai al Nobile Consiglio, il quale finì d’esser nobile nel corso dell’anno 1800[vi].

Quanto scrive il noto studioso veronese trova conferma anche nella documentazione reperita nell’Archivio Comunale di Tregnago riguardante villa Pellegrini in epoca precedente all’acquisto da parte di Pellegrini stesso. L’edificio di cui parla Cartolari è il futuro municipio sulla cui facciata è possibile vedere ancora oggi lo stemma di famiglia in cui è raffigurata una croce latina sopra a un monte[vii].

Per avere informazioni più dirette sulla famiglia e sulla sua casa, almeno a partire dagli ultimi decenni del Settecento, è possibile consultare la documentazione pervenuta al Comune di Tregnago al tempo dell’acquisto della futura sede municipale. In tali documenti, infatti, si ripercorrono alcuni passaggi di proprietà del palazzo e di altri terreni all’interno della famiglia Butturini dal 1784 quando i fondi Braggi comprendenti terreni coltivati e case vennero divisi tra i tre figli di Angelo Butturini, al 1842, anno della vendita degli stessi a Pietro Pellegrini residente a Padova ma con domicilio nella città scaligera in contrada San Zeno. Il nuovo proprietario, su esempio dei precedenti, avrebbe utilizzato il palazzo come casa di villeggiatura per il periodo autunnale.

Nelle adiacenze della villa, nel 1844, Pellegrini acquistò da una vicina una camera terrena e quella parte di corte che occupa la lunghezza di quella casa. Pochi anni dopo, però, il nobile padovano iniziò a vendere parte dei beni immobili acquistati nel 1842 e ne acquisì altri tra cui un orto che gli fu ceduto da Bortolo Massalongo nel 1850. Si tratta dell’ultima acquisizione di terre nelle vicinanze del palazzo, in quella che allora si chiamava contrada Ortelle di Sopra.   

Gli acquisti lasciarono ben presto il posto alle vendite. Il 7 marzo 1854 da Padova, Pellegrini scrisse alla Deputazione Comunale di Tregnago per esporre un progetto di cessione al Comune, valido fino a tutto aprile 1854, di tutta la sua proprietà compresa nel distretto di Tregnago cioè tanto il palazzo e tutti gli altri miei fabbricati adiacenti quanto tutti li possessi di campagna, esclusi i mobili presenti all’interno e il parolo da liscia anche se quest’ultimo era infisso nella relativa fornace.

Egli chiedeva 63.000 lire austriache pagabili in pezzi d’argento da carantani[viii] venti l’uno, con esclusione della carta monetata e surogato qualsiasi al denaro sonante, in modo che se anche per effetto di qualunque superiore disposizione fosse costretto il creditore a ricevere un surrogato alla valuta patuita debba questo Comune rifondermi quella differenza qualsiasi che secondo il corso del cambio di Verona intercedesse fra la valuta pattuita ed il surrogato pagato. La prima rata del pagamento avrebbe dovuto ammontare a 6.000 lire da versare entro tre mesi dalla cancellazione delle ipoteche accese sui beni in vendita e le successive entro tre anni dalla medesima data.

La Deputazione Comunale avrebbe dovuto però rispettare tutti i contratti d’affitto insistenti sui terreni in questione. Oltre al costo di acquisto, la medesima avrebbe dovuto prendersi a carico il pagamento del livello annuo di un minale di frumento insito sul fondo alienato e dovuto all’Istituto Elemosiniere del Comune di Tregnago. Il possesso materiale dei beni da parte del Comune avrebbe dovuto decorrere dall’11 novembre 1853[ix].

Pochi giorni dopo, il 20 marzo 1854, sempre da Padova, Pellegrini inviò un ulteriore progetto di compravendita dello stabile per una somma di 62.000 lire, subito ridotta a 58.000 perché i beni erano momentaneamente ceduti in affitto. A questo punto le clausole del contratto erano state delineate e il Comune poté pensare all’acquisto, dato che era ormai necessario avere una sede adeguata alla collocazione dei molti uffici pubblici – governativi e comunali – allora presenti in paese. 

Nonostante le buone intenzioni, però, la spesa da sostenere era piuttosto elevata e non affrontabile senza aiuti esterni. Alcuni cittadini tregnaghesi con buone disponibilità economiche decisero allora di costituire una società per azioni, dotata di un portafoglio di 22 titoli, finalizzata all’acquisto dei fondi Braggi – palazzo e brolo Pellegrini – e degli immobili di Pellegrini siti in località Calavena. Gli azionisti, al momento della fondazione della società, stilarono un ordinamento che fissava gli impegni dei soci e del Comune per concorrere al pagamento delle spese[x].

I soci assunsero la responsabilità individuale in proporzione alle quote detenute, ma stabilirono, come condizione principale, che i fabbricati presenti sui terreni venissero convertiti ed utilizzati ad uso pubblico e che gli appezzamenti di terra liberi da costruzioni fossero adibiti a piazza per il mercato o ad altro pubblico esercizio. 

Stabiliti gli accordi, il Comune diede il via alle procedure per l’acquisto della Campagna del Conte Pellegrini e il 16 luglio 1854 Pellegrini vendette gli immobili per la somma pattuita in precedenza di 58.000 lire pagabili a rate. La prima rata di 6.000 lire avrebbe dovuto essere versata tre mesi dopo la cancellazione di un’ipoteca che gravava sui terreni e altre quattro rate di 13.000 lire ciascuna avrebbero dovuto essere pagate entro i primi dieci giorni di agosto del 1857, 1858, 1859, 1860 dividendo ciascuna rata in due parti: 7.500 lire a carico del Comune e 5.500 lire a carico degli azionisti. Il Comune avrebbe versato in totale 30.000 lire, mentre alla costituita società spettava il pagamento della somma rimanente.

Con la stipulazione del contratto di compravendita iniziò per l’acquirente un periodo di incertezze su quali uffici collocarvi e dove. Anche dopo il passaggio di proprietà, infatti, la bottega di falegnameria ospitata al piano terreno dell’edificio aveva continuato la sua attività e, allo scopo di collocarvi i Regi Uffici Distrettuali, si ritenne necessaria la costruzione di un terzo piano destinato ad ospitare tutti gli uffici. Le spese previste per la realizzazione di un simile progetto, tuttavia, erano troppo elevate anche perché erano già in programma alcuni lavori al piano terreno che avrebbe ospitato la Pretura. I lavori nelle sale della Pretura durarono quasi due anni e, nel frattempo, il Comune lamentava la mancata possibilità di percepire l’affitto dei locali[xi], mentre Pellegrini sollecitava i pagamenti delle rate scadute[xii].



[i] Per le notizie descrittive del palazzo dal punto di vista architettonico si veda: S. FERRARI (a cura di), Ville venete. La provincia di Verona, Venezia 2003, pp. 553-554. La descrizione riportata in questo libro, però, presenta qualche inesattezza.

[ii] Cfr. V. VERCELLONI, Tregnago, una borgata del Veronese nella storia dell’architettura, in «Architetti Verona», n. 10 (1961), p. 18.

[iii] Andrea Porta, figlio del pittore Tommaso e di Elisabetta Tranquillini, nacque a Verona intorno al 1720. Durante la sua vita l’artista si spostò tra molte località del Veronese e del Vicentino per svolgere la sua attività di pittore di paesaggi, tema molto in voga nel XVIII secolo per la decorazione dei saloni delle ville signorili cittadine e di campagna. Dapprima dipinse insieme al padre e, in seguito, seguì la sua inclinazione preferendo la semplicità di costruzione delle scene coniugata con una certa attenzione naturalistica. 

Le tappe della sua attività ci sono note grazie all’abitudine che egli aveva di firmare e datare i lavori. La prima opera datata risale al 1748 ed è un quadro che fa parte di una serie di otto di una collezione privata veronese. Nel 1756 lavorò ad Illasi nella villa Pompei-Carlotti; nel 1760 dipinse a Tregnago nella villa Butturini e, nel 1763, firmò alcuni quadri che attualmente si trovano nel Seminario Vescovile di Verona. 

Il periodo migliore per la sua attività, però, fu quello tra il 1774 e il 1786. In quegli anni, infatti, lavora molto nella provincia veronese: a Cengia di Negarine, a San Martino Buon Albergo, nella Sala Verde della villa Sagramoso-Perez-Pompei a Illasi, nella villa Maffei a Mezzane di Sotto. Altri quadri a tempera su muro e a olio del 1793 e del 1795 sono oggi in alcuni palazzi a Verona. L’ultimo suo lavoro importante – la decorazione dell’ex studiolo del vescovo della città scaligera composta da nove scomparti: quattro sopraporte, un oblungo e quattro rettangolari è del 1796. 

La lunga e laboriosa vita del Porta si concluse l’11 gennaio 1805.

L’opera di Andrea può essere inserita in quella più generale della bottega paterna in cui lavorarono più figli di Tomaso: sicuramente anche Agostino, il primogenito, vi fece parte. Le prime opere erano di imitazione di quelle paterne e seguirono lo stile della bottega ma ben presto egli affinò un gusto proprio basato sulla pittura arcadica di alcuni suoi contemporanei. Osservando attentamente la natura, il Porta tentò di stabilire un dialogo con essa, in un primo tempo si ispirò all’Arcadia ma in seguito si accostò ad altre correnti come il Neoclassicismo, il Neoarcadismo e il Protoromanticismo, fino ad arrivare ad una visione illuministica della natura. Quest’ultima non appariva più solo ben curata e bucolica e non più abitata solo da dame e pastorelli. Comparvero le opere realizzate dall’uomo: castelli, ponti, chiese e case. 

I soggetti sono per lo più di carattere agreste ed egli acquisì una certa abilità nel ritrarre gli animali, oltre agli alberi e ai corsi d’acqua che conferiscono serenità ma talvolta anche una certa malinconia all’insieme. L’artista, però, non riuscì quasi mai a raggiungere quella vena poetica tipica dei lavori di alcuni artisti suoi contemporanei, poiché la sua pittura era spesso di mestiere e poco creativa. Cfr. G. ROMANELLI, Andrea Porta, in P. BRUGNOLI (a cura di), Maestri della pittura veronese, Verona 1974, p. 387. Notizie dettagliate sulla vita e sulle opere di Andrea Porta sono reperibili in F. BUTTURINI, Tommaso, Andrea Porta e Agostino paesisti veronesi del Settecento, Verona 1977.

[iv] Il pittore Domenico Pecchio nacque a Casaleone (VR) nel 1687 e morì a Verona nel 1760. I suoi dipinti di paesaggi influirono moltissimo sull’opera di Andrea Porta sia per quanto riguarda i soggetti che per lo stile.

[v] A. CARTOLARI, Famiglie già ascritte al Nobile Consiglio di Verona, Verona 1854 (=Bologna 1969), parte seconda terza p. 21.

[vi]  Ibidem, parte seconda terza p. VII.

[vii] Lo stemma della famiglia Butturini è presente tra quelli raccolti in E. MORANDO DI CUSTOZA, Armoriale veronese, Verona 1976, tav. LXIII. 

[viii] Il carantano era una moneta di rame in corso in Austria e nei territori ad essa soggetti e aveva il valore di cinque centesimi di fiorino.

[ix] Archivio Comunale di Tregnago (ACT), Busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.

[x] Ibidem.

[xi] Per i locali degli uffici governativi, il Comune di Tregnago percepiva un affitto da parte degli altri Comuni del Mandamento che si servivano di tali uffici. 

[xii] ACT, busta Fabbricati comunali. Palazzo Pellegrini.





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