Giorni prima del suo arrivo, il prelato provvide a far comunicare al popolo la data dell’incontro e fece pubblicare le domande predisposte al fine di conoscere la situazione locale.
Arrivò a Tregnago all’alba del 24 aprile 1588, fece il suo ingresso in vesti sacerdotali con le insegne abbaziali: veste, mitra e bastone, insieme a don Augustino Maffei, cellario dell’abbazia della Calavena, seguito dal notaio e da alcuni testimoni.
Suonarono le campane e furono accesi i lumini; don Giovanni Antonio Merzari da Legnago, curato della pieve, con la tabula pacis[ii] in mano, e don Bernardino Rossi di Tregnago, suo aiutante, portarono la vaschetta lustrale con l’aspersorio e bruciarono incenso con il turibolo fumante.
Davanti alla porta della chiesa, porsero la tavola della pace e l’acqua benedetta all’abate mentre il popolo cantava il Veni Creator Spiritus.
L’abate entrò in chiesa, si diresse all’altare maggiore e si inginocchiò in adorazione dell’Eucarestia. Don Giovanni Antonio recitò allora una preghiera che iniziava con Deus qui humilium. Dopo la risposta del popolo, l’abate si alzò e si volse verso i fedeli ascoltando il cappellano che parlava a nome dei Tregnaghesi e concesse l’indulgenza. Quindi tornò ad inginocchiarsi davanti all’Eucarestia, asperse il tabernacolo e ne ispezionò il contenuto finché i ministri recitavano il De profundis e Libera me Domine. Asperse ancora il popolo e le sepolture presenti in chiesa con l’acqua benedetta e poi si spostò nella vicina chiesa di San Martino.
Passò nell’adiacente cimitero mentre i ministri continuavano a cantare Libera me domine. Anche qui benedisse con l’acqua e incensò le tombe mentre venivano recitate preghiere per l’assoluzione dei defunti.
Tornò quindi nella chiesa di Santa Maria mentre si recitavano i salmi e il Miserere e si diresse all’altare maggiore. Celebrò la messa e, dopo l’Orate fratres, nel lato destro dell’altare, con la mitra in testa e il pastorale in mano, cominciò il sermone.
Continuò benedicendo ancora il popolo. Era sua intenzione interrompere le celebrazioni fino all’ora vespertina, perciò, conclusa la messa, si spostò in sacrestia.
All’ora del vespro le campane suonarono di nuovo e l’abate, presenti i ministri, visitò il fonte battesimale che trovò ben tenuto. Controllò gli oli sacri per l’unzione dei catecumeni e degli infermi: anch’essi erano conservati in modo corretto. Visitò tutti gli altari della chiesa plebana e della chiesa di San Martino e li trovò ornati e ben composti.
Poi, lasciato l’altare maggiore e recitati il Pater Noster e Deus in adiutorium per i vespri, si ritirò in sacrestia dove esaminò calici, corporali, purificatoi, vasi in vetro, pianete, suppellettili, amitti, manipoli, cingoli, dalmatiche, piviali, messali per gli uffici sacerdotali e altri ornamenti spettanti alla chiesa. Era tutto ben custodito.
Recitati i salmi dei vespri, tornò all’altare maggiore e benedisse il popolo che stava cantando solennemente, quindi lo congedò in pace.
Compiute le cerimonie di rito, l’ospite fu subito messo al corrente dello scandalo che agitava la comunità: Giovanbattista Gregori, esponente di una delle famiglie più prestigiose di Tregnago, deflauravit Faustina, figlia del notaio Romolo a Manupromettendole il matrimonio. Probabilmente le sue intenzioni erano serie tanto che aveva fatto anche le necessarie pubblicazioni, ma il curato aveva ricevuto ordine dal vicario vescovile di non procedere oltre.
La madre di Faustina, perciò, corse a lamentarsi dall’abate affermando che, oltre al marito rinchiuso nelle carceri vescovili a Verona, aveva anche la figlia che non poteva sposarsi per volere del medesimo prelato.
Un altro fatto di una certa gravità scuoteva la comunità: Valentino e Giacomo de Rossi non avevano effettuato il legato pio del fu Andrea de Rossi che aveva testato nel 1561.
L’abate prestò molta attenzione all’attività delle confraternite del paese. Convocò Giò Batta Sorio, massaro del Comune, che riferì dell’esistenza di alcune compagnie: quella della Madonna nella chiesa di San Martino, quella del Corpus Domini e quella del Monte con sede nella chiesa di Santa Maria. Dopo aver ascoltato i massari di tutte le confraternite, ampio spazio fu concesso al problema della presenza in paese dell’eretico Romolo a Manu, notaio della Compagnia della Beata Vergine e padre della già nominata Faustina la cui madre Lucia rilasciò una testimonianza piuttosto drammatica. Si lamentò del grave oltraggio subito dalla figlia ad opera di Giovanbattista Gregori: che non habia sposada mia filiola Faustina secondo quel mi ha promesso a mì, et era presente Paolo figlio di messer Vincenzo delli Olivetti, Zambattista q. Bertoloto de Asti, Zammaria q. Matteo Cengiarotto e Zan Giacomo filiolo de Domenego de Vesentini de Tregnago li quali ha visto a tocar la man a mia filiola Faustina in presentia del detto Zambattista et mio filiolo Faustin fece il contratto in parole domandandogli sel se contentava di accettar la detta Faustina per sua legittima sposa, et lui alla prima rispose di sì et similmente lei rispose verso di lui. Et anche il sudetto messer Zambattista fu a dimandarla a suo padre Romolo che era in prigion del Vescovado il quale in fede ghe la promesse et ghe tocò la man et anco è stato ditto et publicato dal Curato una volta in gesia, il qual fu impeditto di non proseguir cum un Mandato del Signor Vicario del Vescovo il quale mandato non si dice ad instantia de chi il sia fatto[...] La cosa bruciava ancor di più in quanto, come sottolineò la stessa Lucia, [...] il contratto fu fatto nella casa dove habito con le presenze che ho detto di sopra et molte donne perchè ghe concorse quasi la mittà della Contrà. Del resto, come lei stessa affermò, giustificando in qualche modo il futuro genero ma accusando in ciò la crudeltà di certe decisioni della curia vescovile: Zambattista dichiarava che Faustina era sua moglie et chel non voleva altra moglie che quella et che Dio ghe la haveva datta.
Nella comunità serpeggiavano conflitti tra chi approvava e chi osteggiava i tentativi dell’abate di instaurare il proprio potere sul territorio a discapito delle prerogative vescovili sulla pieve. Cristoforo Casari riferì all’abate un episodio che esprimeva il clima di tensione in cui viveva la comunità e la conflittualità nei confronti del monastero: don Dionisio Sorio capellano di San Dionigi di Marcemigo venne tutto affannado al Castello nostro di Tregnago dove io era cum il padre predicator et Santin de Casari et mi disse che tutti contenti voria che me dessi licentia di far congregar il conselio chè l’Abbate di San Nazaro si vol impadronir del tutto et bisogna veder di finirla una volta. Io gli risposi andate a trovar el Massar perchè toca a lui a chiamarlo et io non ho voluto andar da quel momento in qua in Conselio.
Più esplicita fu la testimonianza di Bernardino Fabbri, un sessantacinquenne educatus in villa Tregnagi: in questa terra gh’è una gran mormoration però questi sacerdotti sodisfa a una gran parte ma non si pol satisfare a tutti e questo viene perchè alcuni voriano esser caporioni et dominar quello della gesia et tutto et se questo non fusse se staria in pase [...] si suspetta della Casa Soria per esser assai et haver assai che li seguita et prego le Reverentie Vostre che voglia mantener in governo delle Anime in questa cura messer Zanantonio de Legnago et messer Bernardin di Rossi di Tregnago suo coadiutor perchè io li ho per dui homeni da ben et di bon esempio et che fa il suo debito et il suo officio degnamente et per mi voria chel ghe stesse sempre.
Altri interessanti particolari sul tentativo di sollevazione dei Sorio furono riferiti da un altro consigliere, Zanetto Vidali: Don Dionisio Sorio et Giulio Sorio consegliero vene in Consegio nel qual g’era Faciolo et Chiampan de Mainero, Santin de Casari et altri che non mi aricordo et don Dionisio disse che le visite era sottoposte et tocava al Vescovo et non alli frati et me mostrò un capitolo del Conzilio de Trento et ne lezeva esortandone a non lassar visitar alla reverentia Vostra et il medemo disse messer Julio che si dovesse veder a chi tocava a visitar o al Vescovo o all’Abate et Julio Sorio sudetto voleva spenzer il Massar a Verona dal Vicario del Vescovo per proveder a questa cosa come mi ha detto il Massaro se ben non ghe era passà in consegio che si dovesse mandar uno che si parlase con la Reverentia Vostra et così ge mandette Christofolo di Casari mio cugnà et si li dette un Tron.
Gli episodi, tuttavia, si rivelarono eccezionali dato che già il 3 aprile 1589 quando l’abate Benedetto da Venezia si recò a Tregnago tutto era tornato tranquillo e nel verbale della visita non fu segnalato nulla in particolare.
[i] Cfr. Archivio di Stato di Verona (ASV), San Nazaro e Celso, busta XX, pergamena 81.
[ii] La pace (tabula pacis), la cui produzione fu fiorente nei secoli XV-XVI, era una suppellettile di uso liturgico, a forma di tavoletta istoriata raffigurante scene sacre o immagini di santi, che il sacerdote offriva al bacio dei fedeli prima di distribuire la comunione.
