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Tregnago nel XV secolo

    Fin dall’alto Medioevo, la Val d’Illasi era stata considerata importante per il collegamento tra territorio veronese e territorio trentino e la sua posizione aveva permesso anche a popolazioni di origine germanica di stabilirvisi. In quella che oggi è la zona di Badia Calavena, a nord di Tregnago e Marcemigo, cioè il territorio dipendente del monastero dei Santi Pietro, Vito e Modesto di Calavena, vivevano nel Quattrocento tre comunità: la popolazione di origine germanica di Spreacumprogno – l’attuale Badia Calavena – e due comunità che in precedenza facevano parte della ormai soppressa Fattoria Scaligera, ossia la comunità dei Sàmbari che ritornò poi a far parte del Comune di Tregnago e la comunità del Cengio che ritornò al Comune di Marcemigo[i]. Di quest’ultimo faceva parte anche Pernigo, resosi autonomo alla fine del Quattrocento. Frequenti, dunque, dovevano essere anche i contatti dei Tregnaghesi con le comunità di origine germanica che abitavano i territori a nord. A Tregnago, infatti, erano presenti persone originarie de Alemania[ii].        
Nei primissimi anni del Quattrocento – epoca in cui Verona e la sua provincia passarono sotto il dominio della Repubblica di Venezia – Tregnago e il confinante Comune di Marcemigo occupavano insieme un territorio con una superficie di circa cinquanta chilometri quadrati. In una notissima carta topografica del territorio veronese disegnata - secondo Roberto Almagià che nel 1923 la studiò per la prima volta e che da lui prende il nome – verso il 1439-40, il paese è rappresentato con la pieve di Santa Maria, il castello e alcune abitazioni. Il castello ha proporzioni enormi rispetto alla piccola chiesetta, segno dell’importanza attribuitagli dall’autore che lo ritiene simbolico per il paese. La pieve sembra, dunque, solo relativamente degna di nota ma in realtà essa rivestiva un ruolo primario nella vita del paese che risultava strutturato in maniera particolare, ossia con due centri – uno religioso e l’altro politico e sociale – ugualmente importanti per la vita dei residenti.
Il territorio del Comune di Tregnago si estendeva nel Quattrocento nella valle da nord a sud cosicché l’agglomerato urbano presentava una forma allungata e stretta che ha permesso il suo particolare sviluppo bipolare. Il polo religioso si trovava dove tuttora esiste la chiesa parrocchiale e il polo politico e sociale si trovava circa un chilometro più a sud.
Le contrade che componevano il centro politico-sociale erano Vigo di sotto o Sant’Egidio dal nome della chiesa che qui sorge e, più a sud, la contrada Ortelle dove ancora oggi esiste una via Viatelle. Nella contrada Vigo di sotto c’era la casa del Comune dove aveva il suo ufficio anche il vicario. Il funzionario abitava presso la fontana e sotto il castello[iii], a est del paese e, mandato dal Comune di Verona sotto la cui giurisdizione era la zona, sovrintendeva all’attività dei Comuni ad esso soggetti. Questi gli pagavano una somma annua.      
Sull’esatta ubicazione dell’edificio comunale non si hanno certezze: Cipolla afferma che l’antica sede del Comune è stata del tutto abbattuta nel XIX secolo[iv]. L’ipotesi è confermata anche da alcune planimetrie[v], disegnate da Giuseppe Scudellari nel 1820, che localizzano la casa comunale accanto alla chiesa di Sant’Egidio sul suo lato nord dove ora non è più visibile, luogo dove la colloca anche Ferrari specificando che era stata demolita nel 1853[vi]. Mantovani, più recentemente, l’ha identificata con un edificio ancora esistente nella parte nord-est della piazza, sul lato est della strada centrale del paese che fa angolo con una via che tuttora è nominata vicolo Vicariato[vii].
Accanto alla chiesa di Sant’Egidio – nel Quattrocento di dimensioni inferiori rispetto all’attuale settecentesca – c’era una cappellina dedicata a sant’Antonio nella quale aveva sede la confraternita dei Disciplinati. Intorno alla chiesa sorgeva un cimitero che molti Tregnaghesi sceglievano come luogo della loro ultima dimora. 
La pieve di Santa Maria, accanto alla piccola e antica chiesetta di San Martino, era l’ente religioso più importante della zona[viii]. Intorno alle due chiese sorgeva il cimitero in cui chiedevano la sepoltura anche gli abitanti di Marcemigo. 
Al di fuori di questi due nuclei centrali, esistevano località isolate in cui le abitazioni erano circondate dai campi. I loro nomi in alcuni casi sono tuttora in uso: cito, ad esempio, Saline ad est, Castalzè o Castalzedi, Pagnaghe, Montecchio, Croce Molinara nella zona sud-ovest e Campagnola a sud-est.
Per quanto riguarda le attività svolte dai Tregnaghesi, il territorio collinare favoriva lo sviluppo dell’agricoltura e soprattutto la coltivazione di viti e alberi da frutta. Tuttavia, in paese erano spesso presenti per motivi familiari alcuni notai tra cui Filippo e Bartolomeo Moscardini ed erano attivi diversi magistri, artigiani che gestivano proprie botteghe: pellettieri; conciapelli; tessitori di lino o di lana; drappieri produttori e talvolta anche commercianti di stoffe; sarti; fabbricanti di brente; fabbri e lapicidi; oltre agli allevatori di animali – capre, pecore, mucche – e ai coltivatori di terreni di proprietà o presi in affitto. 
A Tregnago risiedevano esponenti di prestigio della classe dirigente cittadina che avevano la casa d’abitazione e, talvolta, ottenevano in affitto beni fondiari[ix]. Un vicario, dopo aver svolto qui la sua professione, decise di non tornare più in città: Lombardo Lombardi, esponente di spicco della società veronese, si fece seppellire in una tomba tuttora visibile nella parte esterna della chiesa di San Martino sulla quale compare il suo nome[x].
Tornando all’agricoltura, attività principale in una zona come quella in questione dove era molto forte il legame dell’uomo con la sua terra, essa costituiva la principale fonte di sostentamento. I terreni posti sulle pendici delle colline erano lavorati con la tecnica del terrazzamento mediante la costruzione di marogne, ossia di muretti a secco talvolta addossati al fianco della collina come sostegno della stessa, ma impiegati anche per delimitare il confine di una pecia, cioè di un appezzamento di terreno in zone pianeggianti. Le colture più praticate nella media Val d’Illasi erano in quest’epoca principalmente quelle della vite e dell’ulivo. Le viti erano di due qualità: schiave e maggiori, entrambe assai diffuse nel Veronese. Le prime venivano coltivate basse e producevano uva bianca e le altre sembra fossero coltivate alte[xi]. I vigneti erano talvolta provvisti di pontezarii, cioè di sostegni che potevano essere pali o alberi vivi come l’acero campestre[xii].  
Numerosi erano i terreni arabili di solito adibiti alla cerealicoltura. Il cereale più diffuso a partire dal XII secolo era il frumento, utilizzato, a volte, come merce con cui venivano pagati gli affitti. Si coltivavano anche altri cereali che erano utilizzati per preparare pane, zuppe e focacce, oltre a legumi come ceci, fave, piselli e fagioli. 
A Centro era possibile trovare alberi di castagne, noci, mandorle, mentre i peri erano coltivati a Tregnago e a Marcemigo. Terreni boschivi erano presenti a Centro, a Cogollo, a Scorgnano e a Tregnago principalmente sulle pendici delle colline meno coltivabili.
Molti Tregnaghesi prendevano in affitto appezzamenti da privati o da strutture religiose che, pur essendo in decadenza – come l’abbazia di Calavena – erano i più grandi proprietari del luogo. Mantennero possedimenti anche tre istituzioni ecclesiastiche cittadine: la chiesa di Santo Stefano, il monastero della Santa Trinità e quello di San Giorgio in Braida. Questi enti facevano coltivare le loro terre ai contadini del posto che vi risiedevano con la famiglia. 




 

[i]   Cfr. P. MANTOVANI, Storia di Badia Calavena comune cimbro, Giazza-Verona 1997, pp. 45-47.

[ii]   Il testo si basa principalmente sullo studio di 135 testamenti dettati dai Tregnaghesi nel periodo tra il 1408 e il 1500, centotrentacinque di essi sono stati oggetto della mia tesi di laurea: P. MILLI, Aspetti di vita sociale e religiosa nella media Val d’Illasi (1408-1500): indagine su 135 testamenti, Università degli studi di Verona, facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 1998-1999 rel. G. DE SANDRE GASPARINI. I testamenti sono conservati presso l’Archivio di Stato di Verona, Antico ufficio del registro, testamenti, dove sono divisi in mazzi corrispondenti all’anno di rogazione e sono numerati in modo progressivo secondo la loro data cronica. 

[iii] Archivio di Stato di Verona (d’ora in poi ASV), San Nazaro e Celso, busta 22 pergamena 1335.

[iv] Cfr. C. CIPOLLA, Ricerche artistiche in Tregnago, in «Madonna Verona» VII (1913), pp. 186-188.

[v] Le planimetrie sono state reperite nell’Archivio della Curia di Verona (d’ora in poi ASCV), Amministrazione particolare della Diocesi (tit. XVII). Tregnago, busta 2, carta Tregnago – Dottrina Cristiana sec. XIX (1821).

[vi] Cfr. C. FERRARI, Com’era amministrato un comune al principio del sec. XVI (Tregnago dal 1505 al 1510), Verona 1903, p. 69 nota 4.

[vii] Cfr. P. MANTOVANI, Il comune di Tregnago. La sua storia, Tregnago 1998, p. 39.

[viii] Davanti alla chiesa della Disciplina, già all’inizio del Cinquecento, si svolgeva, l’11 novembre, la fiera annuale di san Martino. Per partecipare ad essa, i mercanti dovevano pagare una tassa al comune. Cfr. C. FERRARI, Com’era amministrato un comune, p. 26. 

[ix] Cfr. ASV, San Nazaro e Celso,  busta 22 pergamena 1335. 

[x] Ne parlano: C. FERRARI, Com’era amministrato un comune, p. 70 nota 1 e L. SIMEONI, Verona, Guida storico-artistica, della città e provincia, Verona 1909, p. 469.

[xi] Cfr. G. MAROSO – G. M. VARANINI (a cura di), Vite e vino nel medioevo, Verona 1984, p. 29.

[xii] Cfr. G. M. VARANINI, La Valpolicella dal Duecento al Quattrocento, Verona 1985, p. 71.





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