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L'antica canonica della pieve di Tregnago

 Già alla fine del XII secolo, alle spalle della chiesa di San Martino, esisteva una casa canonicale a pianta trapezoidale destinata a residenza dei religiosi officianti e adibita in parte a deposito di merci. 

Il nucleo storico più antico è costituito dalla struttura muraria perimetrale composta da corsi regolari di blocchi squadrati di pietra locale e di ciottoli di fiume, nonché da una parte fortificata, a pianta rettangolare, probabilmente di poco successiva, al cui piano terra sono presenti feritoie ed archi a tutto sesto.  

L’edificio era originariamente costituito da due corpi di fabbrica nettamente distinti: la parte settentrionale era adibita a residenza del cappellano mentre la parte meridionale, ricavata da una antica fortificazione, era utilizzata parte dall’abate e dal clero officiante nella Calavena e parte per soddisfare le esigenze abbaziali. 

Questo secondo complesso ha avuto diverse funzioni: magazzino per la raccolta e la conservazione delle decime e dei canoni raccolti ma anche residenza dell’abate; scuola dove si formava il clero che officiava nelle chiese della Calavena; tribunale di prima istanza, sala di rappresentanza e centro di potere.

Dei lunghi soggiorni dell’abate restano vari lacerti affrescati posti in luce in occasione degli ultimi lavori effettuati. Oltre alle losanghe bianche e nere affiancate all’ingresso della primitiva casa canonicale si possono infatti riscontrare al primo piano alcune tracce ad affresco con motivi floreali successivamente coperti da un apparato decorativo trecentesco.

Gli affreschi della cappella, databili alla prima metà del XIV secolo, mostrano nei triangoli superiori delle pareti dell’antica cappella, un Cristo benedicente che regge un libro con la scritta Pax vobis e dei semplici motivi a cerchio con foglie stilizzate di colore rosso su fondo bianco nel lato opposto.

La Calavena non sfuggì, nel corso degli ultimi anni del XIV secolo, alla crisi che investì gli ordini religiosi e fu gestita da abati commendatari: uomini appartenenti a famiglie potenti introdotte nella società e nella politica del tempo che assumevano solo nominalmente il ruolo di abati, percepivano le rendite dei monasteri ma affidavano la cura d’anime a religiosi ai quali corrispondevano degli stipendi, e continuavano a vivere nei loro consueti ambienti. 

Tra gli abati, uno tra i più noti è Benedetto Pasti che lottò contro i Visconti per difendere il potere legittimo dell’Impero contro lo strapotere dei prepotenti, della verità contro le soverchierie. Potrebbe essere lui il monaco raffigurato nell’affresco della grande sala al primo piano databile intorno alla metà del Quattrocento. 

Dal secondo decennio del XV secolo, l’abate Giovanni da Frassenedo tornò a risiedere stabilmente in domibus habitationis Abbatis che divenne centro di raccolta per tutte le decime e le entrate che il monastero riscuoteva nella zona. La struttura gradualmente assunse il ruolo di riferimento per l’intera comunità della valle e della montagna vicina. 

I diritti temporali sulla pieve di Tregnago rimasero ai monaci di San Nazaro fino alla soppressione del monastero da parte delle autorità civili venete avvenuta nel 1771. Nel 1774, la pieve passò al Comune di Tregnago che la acquistò per 13.000 ducati veneti[i]. Il parroco avrebbe avuto diritto ad avere una somma di denaro mensile come congrua e una casa le cui chiavi, però, dovevano ancora essere consegnate al Comune. L’edificio non avrebbe mai più potuto essere sede di convento o di religiosi regolari. Solo il sacerdote avrebbe potuto risiedervi e il Comune – in qualità di proprietario – si sarebbe assunto l’obbligo di effettuare a sue spese le manutenzioni necessarie. Il fabbricato era bisognoso di frequenti interventi manutentivi se non di veri e propri restauri che sarebbero stati eseguiti nei secoli solo parzialmente per motivi economici: il proprietario non voleva pagare lavori di manutenzione che riteneva fossero a carico dei parroci che utilizzavano l’edificio e viceversa. Solo pochi anni fa, nel 2010, la canonica divenne di proprietà parrocchiale e iniziarono i lavori di restauro terminati nel 2014[ii].  



[i] Cfr. G. BORELLI, Aspetti e forme della ricchezza negli enti ecclesiastici e monastici di Verona tra sec. XVI e XVIII, in G. BORELLI (a cura di), Chiese e monasteri a Verona, Verona 1980, p. 152.

[ii] Le notizie sull’antica canonica sono tratte da uno studio inedito effettuato da Marco Pasa e Paola Milli in occasione dell’inaugurazione della struttura dopo i lavori terminati nel 2014.





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