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Santa Maria Assunta di Tregnago parte 9 - Una pregievole opera di stile romanico in Provincia di Verona. Inaugurandosi la nuova Pieve di S. Maria di Tregnago. 15 ottobre 1922

     In occasione dell’inaugurazione dell’attuale chiesa di Santa Maria Assunta, nell’ottobre del 1922, fu pubblicato il più volte citato opuscolo che la presentava nei suoi diversi aspetti attraverso i contributi di più autori. Tra teologia, storia e arte, emerge un quadro completo di quella che per Tregnago era senza dubbio un’opera importante in un periodo storico particolare. L’ultimo ampliamento era iniziato nel 1914; i lavori erano proseguiti durante la Prima Guerra Mondiale e subito dopo la sua fine. L’edificio rappresentava la fede ma anche il grande desiderio di ripresa sociale ed economica degli abitanti di un paese che proprio in quegli anni vedeva anche la nascita di un’importante industria come il cementificio e dell’ospedale. 

Nelle pagine seguenti verrà riportato il testo integrale dell’opuscolo che ci offre, oggi come un secolo fa, un’ottima descrizione della chiesa parrocchiale e il pensiero teologico alla base della sua realizzazione. 

 

Una pregievole opera di stile romanico in Provincia di Verona. Inaugurandosi la nuova Pieve di S. Maria di Tregnago15 ottobre 1922

 

Il Paroco Cav. Costalunga

ai suoi Parrocchiani

 

Davanti alle belle opere compiute nella  nostra Chiesa – allungamento, costruzione della facciata, decorazione, trasporto dell’organo, apertura delle fenestre del coro, vetrate istoriate, liberazione da infarcimenti deturpatori, Crocifisso che magnificamente domina tutto l’ambiente – davanti a queste opere il mio primo pensiero sale a Dio, come inno di riconoscenza, perché da Lui viene l’ispirazione e la volontà di fare il bene; e gli stessi doni che abbiamo offerto per lo splendore del suo tempio, non sono che povera offerta di una piccola parte di quei doni che Egli continuamente largisce a noi. Infatti ogni cosa nostra è dono suo. Sia Egli dunque benedetto, e gli tornino accetti i nostri umili omaggi.

Poi il mio pensiero si volge con gioia e con gratitudine ai miei buoni parochiani.

Non ho avuto bisogno di spendere molte parole per suscitare, per tener acceso il loro entusiasmo per il compimento e l’abbellimento della Chiesa; dovrei quasi dire che il loro fervore rinfiammava il mio: non mi riuscì grave stender la mano a chieder l’elemosina che bastasse alle ingenti spese, ché anzi non saprei dire se sia stata maggiore la generosità o la cordialità con la quale tutti hanno risposto e continuato a rispondere ai miei inviti.

Ora il mio popolo insieme con me gode e gusta la sua bella chiesa: chiesa sua, costruita e arricchita con la sua fede e il suo obolo; chiesa bella. Non sarebbe lecito a me proclamarla tale? Ma perché, sebbene arciprete e parte in causa, non potrei, unitamente e lietamente ripetere ciò che affermano tutti, ciò che confermano i più intelligenti in cose d’arte?

Oh, come è bella la nostra chiesa! E in ciò è il nuovo titolo d’onore al mio popolo. Talvolta i paroci a compiere certe opere, a toglier brutte cose vecchie, a mutar di luogo cose che pareano stabili, a fabbricar cose nuove con gusto diverso dal comune, trovano insormontabili difficoltà nella ostinazione caparbia e nella superba ignoranza dei parochiani: io sono lieto di rendere ai miei Tregnaghesi questa solenne testimonianza, che non ostacolo ma continuo incoraggiamento mi è venuto dall’assidua adesione, dall’ammirazione anzi, che tutti hanno data ai nostri lavori. È vero che ho procurato di affidarmi ad artisti egregi, e non ho desistito di chieder indirizzi a consiglieri saggi, ma è pur vero che ho potuto costruire, eliminare, sostituire, rinnovare non solo senza critiche dissolventi e tormentatrici, ma con plauso costante, che rivelava in modo luminoso il buon cuore e il buon gusto della popolazione di Tregnago.

Pertanto sia l’entusiasmo delle nostre feste per l’inaugurazione dei lavori e la solenne consacrazione del tempio sia gradita a’ miei cari parochiani questa pubblica attestazione di elogio e di gratitudine.

M’affretto però a soggiungere qualche pensiero d’alto rilievo, e che un pastore d’anime non può tacere in questa circostanza.

Sta bene, magnificamente bene lo splendore della chiesa materiale, omaggio dovuto alla maestà di Dio: ma il tempio ingrandito e riabbellito è come una divina incessante voce che ci richiama al fedele adempimento dei nostri grandi doveri cristiani, doveri che nella solenne consacrazione ci sono inculcati con quell’augusta eloquenza che sgorga da tutte le pagine della santa liturgia. Quella voce conviene accoglierla e custodirla.

Il Tempio è la casa del Signore. Quali figli di Dio, ritrovatevi tutti in essa con frequenza, e infallibilmente tutti nelle Domeniche e nelle feste; tutti stretti d’intorno all’Altare, da cui scorre il sangue dell’Agnello; tutti uniti d’intorno alla cattedra dalla quale si ripete l’eterna Parola di Cristo; tutti assidui alla partecipazione dei Sacramenti nei quali la grazia si rinnova e si alimenta. Tutti nel tempio; perché l’adorazione è supremo dovere per tutti, come per tutti è immenso il bisogno di aver aiuto da Colui che solo può condurci al cielo: tutti nel tempio con quell’edificante contegno che sia indice sicuro della profonda devozione del cuore, della schietta pietà dell’anima, che crede, che ama.

Il tempio è l’immagine dell’anima fedele. Poco gioverebbe aver dedicato a Dio un edificio sontuoso, se Egli poi guardando alle nostre anime le dovesse trovare indegne della sua compiacenza. Ognuno di noi, dice S. Paolo, è il tempio di Dio, e il nostro stesso corpo è a guisa di un santuario nel quale deve abitare lo Spirito Santo.

Il tempio è sacro; guai a chi lo profana. Guardatevi adunque dal contaminare le vostre membra con opere turpi e dal macchiare con indegni affetti il vostro cuore.

Il tempio è il simbolo della Chiesa Cattolica, la quale è formata da tutti i seguaci di Gesù Cristo che quasi pietre viventi si connettono insieme e costituiscono lo spirituale edificio. Nel tempio adunque, poggiando sulla pietra angolare che è Cristo, dobbiamo apprendere e allenarci a sentirci, a riguardarci, a trattarci tutti come fratelli, infiammando il nostro cuore di quella carità che soccorre ogni bisogno, che dimentica ogni torto, che perdona ogni ingiuria e leva alto, fra le lotte e gli egoismi, il vessillo di quella pace, ch’è uno dei beni sovrani della vita.

Il tempio è la figura del Paradiso. Entrando nella nostra bella Chiesa pensate che dopo i brevi travagli di questo pellegrinaggio ci aspetta lassù la beata visione di Dio, sorgente eterna di perfetta felicità. Lassù, basta lagrime, basta lutti; né morte, né pianto, né dolore: ma vita rinnovata nella gioia di Dio e nella pace dei santi, fra i cantici di giubilo sempiterno. La contemplazione del premio ci renda ora forti contro il male, pronti al dovere, generosi nelle prove, pazienti nel dolore, costanti ed eroici nella virtù.

Queste cose ho voluto dirvi, o miei parochiani, perché davanti al caro spettacolo della nostra magnifica chiesa, abbiate a ricordar sempre che l’ornamento più fulgido e la gloria più bella del Tempio è la luce della vostra fede, la purezza del vostro costume, e il fervore delle vostre opere sante.

Vittorio Costalunga

 

Religione ed Arte

 

L’ingrandita ed abbellita chiesa parochiale di Tregnago porge un buon esempio d’accordo tra religione ed arte.

Qualche nota sui rapporti fra queste divine sorelle torni accetta agli amici tregnaghesi, quale umile segno della mia compiacenza per le opere da loro compiute.

Salomone Reinach scriveva: «Nate insieme, arte e religione, sono rimaste strettamente collegate per lunghi secoli, e, per coloro che vi riflettono, la loro affinità è sempre sensibile anche oggi».

Negli ultimi quattro secoli, per la voglia matta di separarle, si giunse nientemeno che a porre in questione «se l’arte cristiana era veramente un’arte» e «se quella che in chiesa appariva veramente arte si poteva dir cristiana».

Ora di così fatta critica si ride; anzi – e quest’è un altro eccesso – da spiriti scettici in religione e superficiali in arte si arriva perfino a dire che la religione non è più che una magnifica arte, e l’arte, la religione dell’avvenire.

Follie!

Religione ed arte differiscono essenzialmente; ma dalla loro stessa natura son condotte a compenetrarsi in modo ammirabile; tanto che non si possono mettere a contrasto senza reciproca offesa.

Quando Voltaire affermava che lo spettacolo più bello che si possa godere al mondo è veder nel corpo l’anima e nell’anima Dio, descrivea scultoriamente una delle ragioni supreme dell’arte e, volendolo o no, attribuiva al cristianesimo il massimo valore artistico; poiché cos’è il cristianesimo se non la partecipazione più viva di Dio all’anima e lo sfolgorante divino dominio dell’anima sulla materia?

Perciò l’arte non potrebbe rinnegare la religione, senza rinnegare se stessa, la sua natura spirituale, la sua storia e la parte migliore del suo patrimonio.

Religiosa l’arte quando tratta degnamente un soggetto religioso, diviene sacra quando si pone a servizio della liturgia.

La liturgia, parte prevalente della virtù della religione, è il culto pubblico che la Chiesa presta a Dio; è la vita stessa di Gesù rivissuta da noi in unione con Lui, da noi i quali con Lui formiamo un corpo solo animato dal suo medesimo Spirito. Questo corpo, di cui Gesù è il capo e noi le membra, è appunto la Chiesa, la quale compie il suo meraviglioso destino soprannaturale glorificando Iddio e santificando le anime.

In questa divina azione della Chiesa rientra l’offerta del sacrificio, la lode perenne, l’amministrazione dei sacramenti, la manifestazione più fulgida dell’autorità sacerdotale che istituisce e governa a nome di Cristo, l’intima comunione delle anime, che devono sentirsi un’anima sola, vivente nella medesima luce, e del medesimo pane divino.

Ma l’esercizio del culto chiede all’arte la soluzione di profondi problemi.

Le assemblee religiose abbisognano di templi: i templi esigono altari; vasi sacri, arredi, vesti, ecc.

Ora il Tempio (per dir solo di questo), definito dalla scrittura «casa di Dio e casa di orazione», deve riflettere qualche raggio della maestà di Dio e deve pure far eco ai gemiti di anime pellegrine, supplicanti perdono e grazia. Conviene che nel tempio si sentano al loro posto così l’adorazione e la riconoscenza che erompono nell’inno di gloria, come il pentimento e il dolore che piangendo domandano misericordia e sollievo. Una profonda armonia deve far pacificamente convivere nelle nostre chiese altari e sepolcri. L’ideale ch’ha da presiedere alla costruzione e decorazione dei templi sembrami che splenda eloquente nelle ovazioni che usa il Vescovo nel rito – così pio e così poetico – della loro consacrazione. Ne riferisco poche linee:

«O beata maestà di Dio che penetri, contieni e disponi l’universo; o beata e santa mano di Dio che tutte le creature santifichi, benedici e arricchisci; o gran Dio, santo dei santi, noi supplichiamo umilmente e devotamente la tua clemenza, affinché servendoti del nostro debole ministero, ti degni di purificare questa tua chiesa, benedirla e conservarla con la perpetua pienezza della tua santificazione. Offrano qui i sacerdoti a te i sacrifici della lode, qui si sciolgano i legami dei peccati, qui si riparino i tuoi fedeli caduti... Tutte le sofferenze dei deboli, mercè la tua bontà, o Signore, abbiano qui un sicuro alleviamento... affinché ognuno che, entrerà in questo tempio, per implorare i tuoi benefici, goda di essere pienamente esaudito e della concessa misericordia si rallegri in eterno».

Ideale sublime e non facile a tradursi nella materia! Eppure, lungo i secoli cristiani, l’arte rispose a quest’impegno; e, a fianco di edifizi religiosi più umili, possiamo ammirare – in ogni nazione cristiana e specialmente nell’Italia nostra – pressoché innumerevoli chiese veramente belle, e, tra queste, non poche che son celebrate quali prodigi di senso estetico e di senso mistico. Degli stili nessuno rimase fuor di gara; anzi ognuno vanta capilavori; sembrami però che le più profonde espressioni religiose sieno state raggiunte dal romanico e dall’ogivale: forse allo spirito del tempo in cui questi stili sorsero e si volsero è dovuto questo loro trionfo.

La liturgia però chiede all’arte non solo che corrisponda alle varie esigenze del culto e dell’anima che adora e prega, ma la invita anche ad associarsi al suo ministero di cultura intellettuale e morale a vantaggio dei fedeli.

La catechesi come risuona dal labbro del sacerdote, così può sfavillare dalle pareti del tempio.

I grandi libri della fede; la scrittura dell’antico e nuovo Testamento, le istorie della Chiesa e dei Santi, le figurazioni storiche o simboliche delle virtù e dei vizi, le immagini della vita avvenire; ecco il campo aperto – nelle nostre chiese – all’ingegno artistico; infinito campo, nel quale entra tutta la realtà della natura e della vita e sul quale sfolgora tutta la luce che si riflette dai sentimenti più profondi delle anime, dalle bellezze più arcane degli spiriti, dalle rivelazioni di Dio.

Realtà e ideale – i due grandi elementi dell’arte – qui si fondono in armonie impareggiabili: basta che l’artista non sia impari alla prova.

La realtà offre i materiali più svariati e preziosi: il più alto e limpido ideale deve trasfigurarli, e trasfigurandoli li rivela nella loro realtà più vera e più eloquente.

Né altri tema che l’arte, perché si svolge immediatamente ai sensi, sia quasi per sua natura non morale. Tutt’altro: la relazione che passa tra l’amore alla virtù e l’amore al bello è idealmente così intima che non so se si possa spezzarla senza ferire più o meno, senso morale e senso estetico. Bellezza vera, insegna.

Michelangelo, non è tanto proprio della materia quanto dello spirito; e nello spirito la bellezza non può esser disgiunta da virtù, ch’è ordine, e da bontà, ch’è il profumo delle virtù.

La materia su cui l’artista lavora non è che il mezzo per il quale egli rivela il suo ideale e per il quale la sua idea passerà, attraverso i sensi, nell’anima di chi s’affisa nell’opera che egli ha compiuto.

L’arte sacra adunque si volge ai sensi per suscitare nell’anima le più sane emozioni.

E ci è riuscita!

Chi potrebbe dire le fiamme di buoni propositi ed i lampi di luce accesi in folle di credenti dalle decorazioni murali delle catacombe, dai grandiosi cieli biblici a mosaico delle basiliche costantiniane e medioevali, dalle storie di santi nelle absidi e nelle cupole, dai vetri e dai pavimenti istoriati, ricordanti, attraverso storie e simboli, le nostre dottrine teologiche e morali?

Racconta un testimonio che Lodovico Seitz s’inteneriva quando nella Basilica di Loreto, povere popolane cadevano in ginocchio, piangevano, protendevano le braccia, supplicanti quei divini simulacri della fede e del dolore ch’egli avea dipinto nell’abside.

Questo domanda la liturgia all’arte.

Che il loro accordo adunque sia indissolubile! Il reciproco vantaggio è immenso.

L’arte, in qualsiasi forma voglia esprimersi purché le sue manifestazioni sieno pure e schiette e consone al fine religioso dell’ambiente, trova nella liturgia una messe infinitamente ricca di temi inesauribilmente belli: alla sua volta la liturgia chiede all’arte che stimoli il senso estetico, così degli individui come della collettività, a render più fervida quella glorificazione di Dio, la quale deve salire a lui dall’umano intelletto che crede e dalla volontà che ama.

«Tocca all’arte – scrive un gentile e acuto ingegno – mettere la religione in relazione diretta col senso estetico, destarvi la sua irresistibile emozione impressionando la sensibilità dei processi psicologici con evocazione di verità, di dottrine, di episodi e di fatti; produrre degli stimoli per amare i divini ideali che si contemplano nelle forme sensibili, e, per quanto è possibile, incarnarli nella pratica condotta della vita. Sotto l’azione della liturgia, l’arte opera il passaggio dalla contemplazione estetica dell’oggetto alla preghiera, dalla preghiera alla virtù. Essa diventa organo e vita di energie spirituali nell’esempio stesso del culto».

Quasi un sacerdozio adunque, l’arte è chiamata a esercitare nel tempio cattolico; il quale, del resto, – anche nella più austera semplicità – per ragion dei riti che vi si compiono e dei misteri che vi si celebrano è capace di suscitare impressioni così profonde, che l’incredulo Michelet è uscito, contro i profanatori, in questa enfatica apostrofe:

«Uomini grossolani, voi i quali credete che queste pietre non sono altro che pietre e non vi sentite circolare la vita – cristiani o no – riverite, baciate il segno che portano, il segno della Passione: è questo segno che ha fatto trionfare la libertà morale. Vi è qui qualche cosa di grande, di eterno. Il dramma eterno della passione si svolge ogni giorno nella chiesa. La chiesa essa stessa è questo dramma, essa è un mistero pietrificato, una Passione di pietra... Tocchiamo queste pietre con precauzione, camminiamo leggermente su quelle lastre. Tutto sanguina e soffre ancora. Qui si compie un grande mistero».

So che altri illustra in queste pagine le opere compiute ora nella chiesa parocchiale di Tregnago: ma le parole che ho riferite più su, mi richiamano con tanta vivacità agli occhi della mente una gemma nuova ond’è arricchita quella chiesa, che non posso trattenermi dal farne cenno.

Dall’arco dell’abside, pende alto e grande sopra l’altar maggiore un crocefisso.

La figura di Gesù, riboccante di dolore e di amore, spicca sul fondo d’oro di una magnifica croce che fa ricordare le nostre antiche croci stazionali.

Tutte le linee, tutta la decorazione si volge a Lui, e la vasta chiesa è come ripiena della bontà che spira dalla dolce Vittima adorabile.

A Lui si volgono gli occhi e le anime. Pare che dall’Imagine la grazia scenda come un fiume in tutte le anime.

La Croce: trono del Dio-Fratello nostro: segno e sorgente di perdono, di pace, d’amore!

Opera infinita di religione e di civiltà!

Sfavilli a tutte le anime la Croce, a tutto il mondo.

Abbiamo bisogno di sentirci redenti, di tornare uomini, di rifarci fratelli.

Giuseppe Manzini[1]

 

La nostra Chiesa

 

È bello sentire spesso dal popolo, specialmente in campagna, questa espressione, riferendosi così col dire al primo proprio monumento del paese; proprio, perché di ciascuno e perché fatto per tutti. Piace vedere gli abitanti stessi andare a gara per renderlo questo loro monumento, la Chiesa, sempre più ricco, a costo d’innumerevoli industriosi sacrifici, fatti anche in tempi di straordinario disagio; e decantarne il valore e l’artistica bellezza a preferenza degli altri consimili; sempre con la solita popolare loro cara frase: la nostra Chiesa.

La Chiesa per un paese è tutto; è il centro di unione delle anime che, bramose di esplicarsi in opere buone, anche le più colossali, se sono in buon numero, vanno a gara nell’effondere quanto più possono pur di erigere qualche cosa di reale, di solido, di serio, di duraturo, a pubblica testimonianza della loro fede, a ricordo perenne di quella uniformità di pensiero, di preghiera, di azione, per la quale si trovano unite e concordi a dar culto alla divinità.

E poiché non è sempre possibile rinchiudere nell’interno l’affetto ed il contento per chi è conscio di aver compiuto il suo dovere, per questo il buon popolano, dopo di aver goduto la Casa del Signore partecipando spesso ai sacri riti, d’avervi contribuito con fatiche anche fisiche e sacrifici materiali, si compiace di essere concorso a formare la cristiana abitazione della sua borgata, il luogo d’esplicazione degli affetti spirituali di tutti, del canto perenne ed unissono della sua religione.

Guarda alla sua Chiesa e la trova sempre nuova; sta ore in essa e si innonda dei più cari affetti; rivede chi non è più, ricorda cose passate; e perfino viaggiando in lontane regioni non sa rappresentarsi il suo paese senza Chiesa, senza campanile, mentre tutto è contento quando ricordandolo come il natìo loco, esclama spontaneamente: La Chiesa del mio paese, ah... la nostra Chiesa!

Con nobile sentimento ringrazia Dio di averlo fatto cittadino di là e con senso altresì di gratitudine annovera le buone e brave persone che furono iniziatrici od esecutrici dell’opera di tutti.

Tanto succede anche fra noi di Tregnago che non potremo mai dimenticare que’ vecchi nostri Padri che l’attuale Chiesa vollero eretta proprio là dove un tempo si tributava indegno culto a false divinità. Il suo disegno, certo ispirato dal vecchio battistero del 1438, la ricorda nelle sue prime sembianze. Due grandi candelabri in pietra all’altar maggiore mantengono la memoria dell’ordine benedettino che la custodì a’ suoi tempi. Mentre più tardi tre buoni e zelanti Parroci ne accrebbero lo splendore e la preziosità.

Fra Piero da Verona, ex cappuccino, al secolo M. R.do Don Felice Pannato ne tenne la reggenza per 33 anni (1853-1887). Già vecchio ma di fibra giovanile, quando il campanile (1878) otto volte secolare, sfasciandosi su se stesso, in parte la demolì, in sei mesi la ricostruì e certo l’avrebbe edificata interamente in più centrico punto se le circostanze d’allora non gliel’avessero reso impossibile. La corredò dell’Altare della Madonna, artistico lavoro in legno e del premiato pulpito.

M. R. D. Pietro Cavallini (1888-1899) vi aggiunse il magnifico campanile opera dell’architetto defunto prof. Ing. Orseolo Massalongo; la soffittò, completando l’Altare del S. Cuore di Gesù.

L’attuale Arciprete (dal 1900) M. R. D. Vittorio cav. Costalunga l’allungò di dieci metri, trasportando tecnicamente il protirino del 1300 sulla vicina Chiesa della disciplina, la irrobustì rinnovandole la facciata (opera del compianto ing. co. Gianni Franchini-Stappo); la decorò intieramente, affidando il lavoro agli egregi artisti Miolato e Rigodanzo di Verona, l’arricchì d’organo (lavoro moderno della Ditta Farinati di Verona) e le ridonò l’abside con nuove fenestre che ne illuminano il coro.

Ritengo che anche a meritato premio di tanto lavoro l’Autorità Ecclesiastica Diocesana abbia voluto intervenire nella persona del nostro nuovo Eccell. Vescovo Ausiliare Mons. Giordano Corsini a consecrare questo tempio diventato ormai uno dei più belli nel Veronese.

Andiamone giustamente orgogliosi, tregnaghesi, di questa nostra vera gloria, ed auguriamoci che alla odierna nostra generale esultanza abbiano sempre a far eco i cuori cristiani dei nostri nepoti, giubilanti come oggi al suono argentino delle vecchie campane, pur nostre, fuse a Tregnago nel 1796 dalla prem. Ditta Cavadini di Verona, precipitate dal vecchio e rimesse sane ed intatte sull’attuale campanile, testimonianti al mondo e la elezione al trono pontificio di nove Papi e di quanto, ben guidato, può nell’unione e nella concordia operare in pochi anni un popolo religioso.

Pietro Toblini[2]

 

La Decorazione

 

Per dare una relazione, anche succinta, di un lavoro di tanta importanza, sarebbe necessario dividerla in due parti ben distinte, il concetto e la forma, voglio dire, ciò che concerne il substrato ideologico e il meccanismo pittorico.

In questo breve schizzo però credo sia meglio fondere, senza confondere, le due cose per non essere prolisso o noioso, come è tanto facile scrivendo di questi articoli, che spesso hanno la fisionomia di un inventario, se pur non ti sembrano un processo da pretura.

La decorazione di un tempio non è cosa tanto agevole per un artista, dovendosi elevare a concetti sublimi, d’indole esclusivamente teologica e liturgica, e dovendo fondare il suo pensiero sulla Bibbia e sulla storia ecclesiastica, due fonti inesauribili di immagini, di concetti e profili di ogni gusto, alle quali attinsero i più grandi pittori scultori e poeti; fonti però molto profonde e di ardua esplorazione, miniere d’oro tanto più ricche quanto più scavate a fondo. La decorazione poi di un tempio, come questo, di stile romanico, presenta difficoltà ancor maggiori che non altri, per la sua struttura architettonica assai complessa, per gli spazi limitati e frastagliati da archi, nervature, tori, cavetti che corrono qua e là, s’intersecano, s’accavallano, e intrecciano in cento guise. Nelle chiese più antiche (questo stile fiorì dal 1000 al 1200) la decorazione si limitava solo a ornati lineari, geometrici; più tardi venne arricchita di ornati vegetali, non presi direttamente dalla natura ma di una forma convenzionale con intrecci e meandri, orlati di forti grafiture. Sì l’una che l’altra via, ardue del pari, presero e seguirono gli eccellenti artisti Miolato e Rigodanzo, ciascuno nella propria branca, per la decorazione della nostra bella chiesa, la quale è prima delle altre, dipinte dagli stessi, nella nostra valle, sebbene di quella di S. Zeno cronologicamente sia seconda.

Accanto alla modesta cappella della disciplina, grazioso monumento del millecento circa, s’alza maestosa la parrocchiale di Tregnago, a tre navate, soffitto a vòlta, sostenuto da colonne alternate con pilastri. La navata centrale è suddivisa in cinque campate: il quadrilungo, il fondamentale, il presbiterio; le laterali in diciotto minori campate, il quadruplo delle centrali meno due, per le quattro traversali fuse in due. Il concetto fondamentale di tutta la decorazione, espresso con figura e ornato, è il regno di Dio sulla terra, la teocrazia e la Chiesa cattolica, cioè il Patriarchi e i Profeti, gli Evangelisti e i Dottori; si finisce col trionfo del regno di Dio dalla terra all’eterna Sion.

La prima campata centrale mostra nei quattro spicchi le figure di Noè, Mosè, Salomone e Davide, bene aggiustate entro quadrilobi eleganti a contorno greco; il Mosè è michelangiolesco, le altre tre sentono un po’ la rigidezza del bizantino; le navate laterali recano figure di altri personaggi biblici del V. T., tutti belli e vari, alternati con angeli di gusto bizantino, condito di buon veneziano.

Nella seconda campata già si giunge all’epoca dei profeti, che si mostrano redivivi in quei volti pieni di espressione e di carattere, Geremia, colle braccia aperte, il cigno umido, la bocca a lamento, geme mirando sull’orizzonte il tramonto ignominioso della deicida Jerusalem; Isaia vede e delinea la venuta e la vita del Messia colla sicurezza del biografo; Anna profetessa dà varietà al complesso; Giovanni l’anello di congiunzione tra il vecchio ed il nuovo testamento porta nell’assieme vivacità e brio per la sua età e per il costume silvestre. Un bel tipo di nudo, di fine anatomia, che rivela una destrezza non comune nei figuristi; ha muscoli di elasticità perfetta, pronti al movimento, di colorito fresco. La fisionomia è eletta, di una bellezza soda, che la vita austera del precursore non valse a cancellare. Nelle quattro navatine si alternano con piacevole vicenda profeti e sibille, se non quelli, certo di quella famiglia, che il Bonarotti loco con tanta fortuna nella Sistina del Vaticano. E ammirabile il profeta Zaccaria, una testa giolfinesca; così la vecchia Sibilla, di fronte, che si potrebbe senz’altro proporre come modello di anatomia del collo per i suoi muscoli specialmente lo sterno-cleido-mastoideo.

Siamo al nuovo testamento; qui comincia l’era cristiana; una nuova vita pervade l’umanità, una luce nuova illumina e feconda, e una nuova ispirazione dà vita e modelli più perfetti, una nuova luce ravviva colori più fulgidi e trasparenti.

I quattro Evangelisti, ricchi di paludamenti orientali, di un panneggio morbido e fluente, senza posa e senza accomodamenti, esprimono dagli occhi penetranti tutta la loro anima. I colori delle faccie non scemano punto per i riflessi del contorno, anzi mantengono inalterato il loro tono per la giusta combinazione dei raggi che tanto studiò e comprese il nostro Tiziano, gloria del Veneto. Le piccole navate dei fianchi sono addirittura miniature gigantesche, se ciò si potesse dire, o pergamene di muro. Al centro di ogni vela sono ordinati con bel garbo incensieri, candelabri, are d’olocausto, tripodi del tempio zorobabelico e del culto cristiano: i quattro libri del Vangelo in corrispondenza degli Evangelisti della vòlta superiore, con le diciture relative agli animanti simbolici di ciascun scrittore. Quella riferita a S. Giovanni però è scorretta; menda certo da addebitarsi al carattere irrequieto degli artisti non sempre disposti a vergar parole come a modellar figure.

Il centro della chiesa, dove la nave traversale interseca la principale, che sarebbe come l’epistrofeo della colonna nei vertebrati, raccoglie a concilio quattro Dottori: S. Gregorio papa, S. Cirillo G., S. Ambrogio, S. Girolamo; il primo indossa il pluviale e porta la tiara papale sul capo; molto ricco di ornamenti con i riflessi aurei ottenuti da contrasti di giallo canarino, ocra e aranciato forte; così S. Cirillo, S. Ambrogio, una figura molto solida da non scomparire nei quadri di Paolo Caliari. S. Girolamo vestito completamente di porpora cardinalizia, una vera novità gradita a tutti, avezzi a vederlo rozzo, seminudo, col sasso penitenziale in mano, in atteggiamento di eremita della Calcide.

Tutte fisionomie nuove, quella specialmente di quest’ultimo, che ci ricorda i tipi del Brennero, col naso leggermente aquilino, archi orbitali spioventi sul setto nasale, zigomi chiusi in fronte ovale; forse un gesto bizzarro del pittore del dopoguerra.

E qui, si può dire, finisce la figura, chè i quattro gruppi d’angeli nella vòlta del presbiterio, in atto di adorazione, sono più visioni celesti che figure; graziosi quanto mai, leggeri di sagoma e di tinta, quasi per farci capire che sono esseri non umani, che vengono e vanno dal cielo in terra e dalla terra al cielo. Il resto è tutta decorazione semplice nelle navate secondarie e nel catino dell’abside.

La decorazione del maestoso tempio è una flora addirittura. Ogni ornato fu diligente-mente preso da foglie e da fiori senza imitazione perfetta della natura, ma con quel convenzionalismo che è proprio dello stile. Figure grottesche o d’animali, di mostri, di draghi, mancano completamente forse per una eco lontana dei severi rimbrotti di S. Bernardo che ai suoi tempi ne criticava acerbamente l’abuso. I frutti pure non figurano se eccettui la panocchia del granoturco che in due archi appare, forse per bruciare un grano d’incenso al gran maestro P. Farinati che la usò in S. Anastasia, la sua firma plastica, io credo, essendo Farinati un derivato da farina.

Tutta la decorazione, nei suoi più minuti particolari, nelle rette, nelle curve, nelle spezzate, in tutto è condotta con diligenza e, vorrei dire, con meticolosità; la tavolozza è forte e svariatissima, senza contrasti violenti; che se talora certe tinte calde e fredde si avvicinano, non stridono punto, anzi pare si fondano e senza contrasto come la baruffe tra amici.

È un piacere ed un vanto per noi veronesi avere artisti sì eccellenti per profondità di concetto e per perfezione di tecnica, artisti degni di continuare le gloriose tradizioni dei nostri antenati; artisti che aggiungono una pagina d’oro alla storia dell’arte veneta e in modo particolare all’arte veronese.

 

Le Vetrate

 

Se v’è argomento arduo da trattare in poche righe, è questo certo dei cristalli; come è chiaro dalla etimologia greca, significando Kristallos (ghiaccio), cioè lo stato solido dell’acqua, avvezza a scorrere, dilatarsi, sollevarsi in aria, e poi cadere per ritornare in alto. Il fenomeno poi della cristallizzazione è chimico, cioè permanente, di carattere statico, poco opportuno ed acconcio quindi per farne dell’estetica.

Chiedo pertanto venia fin d’ora se sarò noioso in questa tiritera, nella speranza di non restar cristallizzato io pure come la moglie di Lot, senza aver la soddisfazione di arrivar alla terra di Segor, o meglio al vostro gusto. Datemi una macchia di fango, dicea un eccellente pittore dell’arte greca, io ve la contornerò di tanti colori da farvela parere la carne di una vergine.

Certo; ogni tinta cambia di tono (mi si passi il termine tecnico) acquista o perde di intensità dalle tinte che le stanno attorno, come una nota musicale cambia fisionomia dal complesso armonico di altre note concordanti sì da darle un carattere tetro o allegro, che in arte si direbbe minore o maggiore, come lo Stabat del Pergolesi o il Prologo dei Pagliacci.

Qui nel nostro simpatico Tregnago abbiamo una gamma di colori di tipo forestale. Il verde è copioso su tutte le gradazioni, dal cupo verdone del castagno al verde pallido dell’olivo. La roccia è calcare. Il cielo grigio per correnti continue di venti che si scatenano dagli acrocori del Malera per frangersi nei tremuli pioppi della pianura gebetana. I frutti son quasi tutti verdi; i fiori pavonazzi, giallo-aranciati o screziati di cremisino, più raramente di roseo, qualche volta pigmentati di carminio. Il rosso non entra quasi mai nella nostra tavolozza, se eccettui gruppi di papaveri nell’estate, le cappe dei Confratelli nelle processioni, i visi della nostra gioventù quando il pennello del pudore vi passò sopra colla sua carezza.

Aurora non ve n’è mai, perché le Bell’Oche di est ci mostrano il sole già adulto; tramonti di fuoco neppure per i monti di ovest che ci seppelliscono il sole ancora vivo. Sarà questa forse una delle remote ragioni, per cui gli abitanti di Tregnago sono d’indole piuttosto calma e serena, anche in tempi di tanto affanno, mancando ai loro nervi gli stimoli del raggio rosso; voglio dire quell’eccitamento che esercita il colore rosso sui centri; come è chiaro dal vezzo puerile dei ragazzi di legare la collanina rossa ai gatti per spaventare le lucertole; dall’influenza delle corolle sulle api e sui ronzoni, che i naturalisti chiamano azione vessillare. Non per nulla Garibaldi diede la camicia rossa ai suoi soldati, e Wagner vestiva di rosso vivo quando si accingeva a comporre le meraviglie del teatro.

Un forestiere quindi, che entra nella nostra borgata, sente volentieri le carezze dell’aria fine della montagna, s’inebbria dei profumi delle nostre erbe, dei balsami dei nostri fiori, ma cerca una cosa che non trova in tanto splendore di paesaggio. V’era bisogno di un’arte abbondante di colori caldi, (mi si conceda il termine pittorico) che desse un po’ di vivacità, e facesse scorrere del sangue vitale tra le fibbre anemiche della nostra architettura. Quest’arte venne; e venne trionfante come su di un carro di fuoco, si posò maestosa intorno all’ara della liturgia sacra.

A piè del Precastio, la Pieve, bianca e rossa come una cirasa, canterebbe il Mascagni, per le sue pietre bianche e terre cotte, traccia con brio ed allegria una bella nota di colore sulla smorta tavolozza. La sua decorazione interna, opera di eccellenti pittori, Miolato e Rigodanzo, è sfavillante anzi che no.

Le vetrate istoriate, d’una policromia forte ed ardita, lavoro della Ditta Fontana e F. di Milano, ci trasportano addirittura accanto alle grandiose cattedrali anglo-sassoni e lombarde, che hanno affrancato ogni servaggio con i vecchi stili pagani per slanciare libere le loro arcate ogivali e acuminate aguglie verso la vòlta del cielo come sospiri di nostalgia.

Se per poco entri nella chiesa, provi un senso di pace; ti pare di aver trovato casa tua, ti spuntano sulle labbra le esclamazioni del Tabor: «bonum est nos hic esse». Si direbbe che un soffio di vita nuova e fresca si diffonde sotto le vòlte austere di questo tempio, come una primavera di fiori, come un concerto di viole melodiose. Ogni vetrata ci rappresenta una vita, un ideale sublime. Il complesso di tutte quelle forme, di tutti quei colori, così vari, combinati in mille guise, stemperati in mille gradazioni, con ombre profonde e penombre diafane, si fonde e sintetizza in una unica luce come i nastri dell’iride nella luce bianca. Pare di vedere nei fasci variopinti, che attraversano quei cristalli, le differenti mansioni della vita, i diversi pensieri dell’uomo, ogni età, le lagrime e le gioie, che entrano affollate e si uniformano, si cangiano come abbagliate in una luce unica, quella della verità che si diffonde radiosa da l’altare e dal pulpito.

Leggiamo in quei vetri una storia passata, una storia presente, una storia intima che palpita ancora, che sentiamo dentro di noi e che viviamo ancora. È un libro della più profonda psicologia che si squaderna continuamente ai nostri occhi e ci penetra e ci investe e ci fa suoi.

Attraverso quei cristalli si spengono gli odi, svaniscono i sogni, la invidia si tempera, tutto si cambia e capovolge come attraverso l’obbiettivo di una camera oscura per essere tutto drizzato e messo in luce davanti il Vangelo, il sole che illumina proiettando l’ombra alle spalle di chi lo guarda in faccia, e in faccia a chi gli volge le spalle. Tutto il mondo colle sue attrattive diventa opaco e pesante o affatto invisibile come i milioni di astri della vòlta azzurra quando il sole appare. È una vera trasfigurazione delle umane cose.

L’effetto di una vetrata dipinta è addirittura smagliante. La pittura sul vetro non è un’arte nuova. Non si sa precisare con certezza l’epoca del suo nascere, ma è manifesto da’ monumenti antichi che ancora che si conservano agli studiosi dell’archeologia, che fin da remotissimi tempi era già in uso. Se noi potessimo recarci nel museo Vaticano ne potremmo veder molti; così nel British di Londra, nel museo di Parigi, Firenze, Napoli. Nel museo di Cluny, il grande lessicografo Larousse con devoto ossequio saluta i mani tra le ombre dell’altro mondo teperate dalla quieta luce delle vetrate dipinte: “saluons-les donc avec les égards respectueux, qui n’excluent pas toutefois les investigations curieuses, que nous devons aux mânes vénèrés qui semblent respirer encore dans ces salles fraîches et sombres, dont les vitraux peints ne laissent passer que des rayons de lumière amortis”. A Colonia v’è un bellissimo cimelio di tal genere.

Sono dipinte su vetro scene mitologiche e scene cristiane. È custodito gelosamente un gustosissimo lavoro raffigurante Achille, un altro che rappresenta la forza di Ercole, un terzo la cena delle nozze di Cana. Abbiamo ben conservati i ritratti di Adamo e di Eva. Il complesso di tutte le scene pagane, di cacce, di costruzioni di navigli, riflettenti la vita della civiltà greca e giudaica, oggetti tutti trovati nella calce dei loculi delle catacombe, ci fanno congetturare che la loro fattura rimonti a molti anni addietro, avanti l’Era Volgare.

L’arte cristiana cominciò fin dal principio della Chiesa a trattare questo genere di pittura, come del resto tutte le altre arti; così S. Clemente, terzo papa, fu chiamato omnium artium liberalium peritissimus. E continuò sempre, migliorandone l’ispirazione e la tecnica fino ad arrivare alla perfezione delle grandi vetrate del Duomo di Milano, di quello di Perugia, della Chiesa di S. Francesco d’Assisi e d’altre tante in Italia e fuori, che taccio per non esorbitare dai limiti segnati al presente articolo monografico, e senza indugio mi accingo a dar cenni sulle vetrate della nostra bella Chiesa.

La vetrata principale della facciata ci offre allo sguardo una scena scritturale del N. Patto, l’ingresso trionfale del Nazareno nella Capitale degli Ebrei. Questi incontrano il Divino Maestro, gridano evviva e buttano fiori e palme. Un somarello porta sulla groppa il Figlio dell’Uomo, e volentieri lo porta, mentre da un canto gli scribi mostrano di non volerlo nemmen sopportare da vicino e arricciano la fronte, contraggono la bocca mostrando i denti imbavati di livore. Il Nazareno passa tranquillo cavalcando senza redini, è il dominatore della natura.

Più in alto l’Annunciazione, di gusto botticelliano, apre la prima pagina del volume di cristallo istoriato.

In basso due bifore, di puro romanico, ci fanno trasparire il Santo della provvidenza, S. Gaetano Thiene, nostro concittadino veneto; S. Vincenzo Ferreri, che si invoca per le fortune degli agricoltori; S. Bovo cavaliere e S. Antonio abate in atto di benedire gli animali da lavoro.

Tutto il glorioso collegio apostolico si schiera nei dodici finestrini delle navate laterali, le vere colonne della chiesa militante.

Alle ragazze sorride la vergine S. Angela Merici del nostro lago di Garda; il Santo dei miracoli protegge i terziari del poverello d’Assisi.

La Madonna Assunta, di fronte alla maestosa figura del Redentore, ha tanta affinità colla Assunta del Murillo, specialmente con quella che si venera nella cattedrale di Séville, con quella del musèe du Prado, musèe de l’ermitage de Petersbourg, de Berlin collection Malimann, e quella di Parigi nel museo del Louvre, la più bella Assunta del mondo che Parigi conserva allo studio degli artisti e alla contemplazione degli esteti.

Nelle due ultime vetrate della navata maggiore campeggiano S. Monica e S. Agostino, suo figlio; quella il modello delle madri cristiane, questo l’aquila degli ingegni che incoraggia gli erranti e li guida alla conquista del vero.

Chi dei veronesi non conosce S. Zenone africano? È là sorridente sulla cappella della Vergine in atto di benedire; è il padre della nostra bella Verona, che ci ha chiamati alla fede e rigenerati alla grazia nell’incruento martirio.

S. Giuseppe, dalla parte opposta, glorioso discendente della gloriosissima stirpe di Davide, cogli arnesi da lavoro in mano ci insegna che il lavoro nobilita l’uomo e gli dà il diritto di mangiare.

S. Martino, militare e Vescovo, taglia colla spada il suo mantello per dividerlo col povero. Elegante figura di guerriero sugli arcioni di un focoso cavallo che ci ricorda la scuola del Vinci.

S. Biagio, medico chirurgo, fu posto tra la serie dei Santi di questa Pieve, perché ci liberi dalle malattie della gola, sì frequenti e facili nella nostra vallata per l’incostanza del clima nella rigida stagione. Il Duca di Montpellier, S. Rocco, è la rocca di difesa dei morbi pestilenziali.

Tutte belle queste figure; ognuna ha propria fisionomia e riflette sul volto e sul costume la storia della sua vita. V’è in quei volti, il pieno, il vivace, il gentile.

È palese a prima vista il fuoco di S. Paolo di Tarso, l’animo mite di S. Giovanni, la robustezza elefantea di S. Giacomo colle reti da pesca sulle spalle, e la posa fiscale del gabelliere pubblicano S. Matteo dalle sopraciglie folte e crespe. Il pittore milanese in tutto il complesso di questi quadri, difficili per meccanismo e, per la loro difficoltà, molto facili a trascinare l’artista nei difetti di maniera, si tenne sempre sulla buona strada usando scuri molto carichi per far trionfare i chiari opposti, la vera arte del vetro, che deve i suoi effetti oltrecché ai raggi di riflessione, a quelli diretti per trasparenza, spezzati e affastellati dalle liste di piombo, linee crude, opache e irrazionali che attraversano in mille direzioni il quadro con non poco scapito della prospettiva aerea e del chiaroscuro. Ci sembra sentire, davanti a quelle figure, una ondata larga e ricca di quell’arte ravennatese che esulò a Milano quando il regno d’Italia passava dai Goti ai Longobardi, irradiando a mille leghe la fotosfera di un iride che poggia l’arco settemplice dal Bramante a Leonardo da Vinci.

L’abside si apre ai nostri occhi in tutta la sua magnificenza. Un perfetto semiperimetro di poligono a dieci lati, a centro perfetto, una fantasmagoria per chi entra nel tempio; con cinque vetrate lavorate dal magico pennello di Panigati, una vera danza di linee, un incendio di colori. La prima e la quinta vetrata ci fanno vedere Davidde con l’arpa, il rappresentante autentico della musica antica, il più grande poeta dell’umanità, il quale seppe cavare dal suo salterio gemiti e sorrisi; la vergine Cecilia della patrizia famiglia dei Metelli che estatica sulla tastiera dell’organo manda al cielo le più grate melodie come nuvole d’incenso. E l’uno e l’altra nella più sublime concezione dell’arte osannano al trionfo del Redentore. Tre vetrate separate ma unite nello stesso concetto scenografico da farne risultare un pseudo trittico, recano G. Cristo che risorge dal sepolcro innondato di luce; soldati imperiali sbalorditi, sui loro scudi, sentono la calma e solenne parola dell’Angelo che annuncia la risurrezione del Martire del Golgota; tutte figure piene di espressione e movimento, modellate con grazia ed eleganza signorile, la vera corona di tant’opera, degna di una cattedrale metropolitana.

Ferruccio Spada[3]

 

Tregnago

e la sua Pieve di Santa Maria

 

Sulle pareti nord e sud della Pieve di S. Maria in Tregnago si leggono le seguenti epigrafi dettate da Francesco Cipolla:

 

QUI

SI ERGEVA L’ANTICA TORRE PARROCCHIALE

OTTO VOLTE SECOLARE

CHE LOGORA DAL TEMPO

LA SERA DEL XXVII NOVEMBRE MDCCCLXXVIII

ROVINÒ DALLE FONDAMENTA.

A. MARIA SS. ASSUNTA

PATRONA DI QUESTA PARROCCHIA

SIA PERPETUA RICONOSCENZA

PERCHÈ RESTÒ INTATTA LA CHIESA

INTATTE LE CAMPANE

E SALVA OGNI VITA UMANA.

 

* * *

IL GIORNO XXVII NOVEMBRE MDCCCLXXIX

PRIMO ANNIVERSARIO

DELLA ROVINA DELL’ANTICA TORRE PARROCCHIALE

IL POPOLO FEDELE DI TREGNAGO

SCIOGLIENDO UN VOTO DI RICONOSCENZA

A MARIA SS. ASSUNTA

DEMOLITA L’ANTICA CHIESA

QUESTO NUOVO TEMPIO

NELLE STRETTEZZE DELLA PIÙ AVVERSA STAGIONE

CON MIRABILE SLANCIO RELIGIOSO

NEL PERIODO DI SOLI SEI MESI INNALZATO

SOLENNEMENTE INAUGURAVA.

 

La vecchia torre campanaria che cadde il 27 Novembre 1878 e che secondo il Simeoni denominavasi Scaligera, era da vario tempo minacciata nella base verso nord, ma nessuno prevedeva la sua rovina.

La Chiesa era tozza come il campanile; si divideva in tre navate formate da due file di pilastri e l’altare maggiore era oppresso da una callotta bassa e pesante.

La facciata era in parte coperta dalla mole del campanile e la porta aveva a difesa un protiro che ancora si conserva trasportato sulla vicina chiesa detta della Disciplina che serve attualmente da Oratorio.

L’illustre storico Carlo Cipolla afferma che essa costituiva una memoria storica meritevole di essere conservata se non nella realtà almeno nei ricordi. Egli ricorda che dinnanzi ad ambedue le Chiese ed alla casa sacerdotale si stendeva un sacrato levato in parte nel periodo 1820-30 e in parte finalmente nel 1852. Avverte ancora che originariamente il paese di Tregnago si stringeva attorno alla Chiesa di S. Egidio in fianco alla quale apresi una piazza su cui ergevasi la Casa Comunale. Al piano superiore di questa dava accesso una scala esterna, e tutto fu demolito circa 80 anni or sono.

Col passare del tempo il villaggio si prolungò verso settentrione congiungendosi all’antica e più grande chiesa e all’altra che vi sorge di fianco.

Subito avvenuto il crollo del campanile, il parroco di allora D. Felice Panato postosi alla testa della popolazione nel periodo di 6 mesi riedificò la chiesa su disegno dell’architetto abate Dott. Angelo Gottardi che si ispirò al tardo Medioevo.

Demolita l’antica Pieve, il nuovo tempio fu edificato sulle fondamenta della prima, dimodoché fino a pochi anni or sono, quando venne allungata, essa conservava le identiche dimensioni dell’antica, sia per la larghezza delle navate che per la posizione delle colonne di sostegno degli archi.

Il Protiro di cui si è fatto cenno era costituito da due colonne sostenute da due modiglioni, coperte da un arco, e lo sfondo decorato dalla Vergine col Bimbo seduta sul trono.

La rovina del 27 novembre 1878 spezzò il modiglione di sinistra che era liscio a differenza di quello di destra che mostra una scultura scolpita, e andò pure spezzata la colonnina corrispondente. Tanto l’una che l’altra furono sostituite a cura e spese dei fratelli Conti Cipolla.

Il protiro rimase al suo posto fino all’anno 1913 quando il parroco attuale cav. D. Vittorio Costalunga volendo ricostruire la facciata su disegno dell’ing. Comm. Giovanni Franchini-Stappo, divisò di trasportarlo dalla chiesa maggiore alla fronte della chiesa minore. La Sovrintendenza locale delle antichità e belle arti attese alla direzione dei lavori di trasporto che riuscì ottimamente sia per quanto riguarda la parte architettonica sia per quanto si attiene alla parte pittorica e si colse l’occasione per levare dall’affresco alcune più gravi e non antiche superfetazioni. Pare che l’affresco sia della seconda metà del secolo XIV.

Il merito del detto trasporto spetta al compianto pittore Fabio Siviero, artista quanto modesto altrettanto valente, alla cui memoria vogliamo qui tributare un doveroso omaggio. A lui spetta pure il merito di aver rimesso in luce gli affreschi del Porta che adornano la sala del nostro Consiglio Comunale.

Il Palazzo Municipale sorge sulla piazza maggiore del paese che il Comune nel 1911 dedicò all’illustre naturalista di fama più che italiana Abramo Massalongo, e in esso venne scoperta un’arma scolpita del 500 con la seguente inscrizione: Franciscus Vertua Triniaci Vicarius monumentum hoc poni curavit MDLIX.

Apparteneva alla famiglia Pellegrini successa ai Butturini e fu destinato a sede degli Uffici Governativi e recentemente anche del Comune.

Nel novembre del 1904 un incendio si sviluppò nella Pretura, e i dipinti del Porta sotto uno strato di densa caligine erano quasi totalmente scomparsi. Ma il Siviero con paziente lavoro riuscì a ridonarli alla luce nella loro integrità.

Mancava l’affresco della parete a nord rovinata in conseguenza del terremoto che colpì questa regione nel Giugno 1891, e il Siviero vi dipinse il villaggio del Club Alpino che fu una delle attrattive dell’Esposizione di Torino del 1911. Il dipinto del Siviero è apprezzato dai competenti; soltanto si lamenta la scelta del soggetto, poiché il paesaggio non è come gli altri del Porta di carattere veneto, bensì di stile valdostano.

Il Porta, artista ben noto nella storia pittorica locale, visse dal 1740 al 1805 e gli affreschi di Tregnago portano la sua firma e la data «Andrea Porta 1760 9bre».

In uno dei due affreschi maggiori ergesi un castello, che, a quanto pare, riproduceva quello di Tregnago di cui non esistono oggi purtroppo che poche rovine.

Lo storico afferma trattarsi di un castello medioevale probabilmente del secolo XIII nel quale forse più che un maniero medioevale si può riconoscere una specie di campo trincerato per raccogliervi nell’ampio cortile centrale e difendervi la popolazione del sottoposto paese. La parte più elevata del castello è occupata da una torre pentagona, bellissimo modello del genere ma in gran parte rovinata. Il prof. cav. Ciro Ferrari vi scoperse alcuni triboli o ferri a punte che anticamente si spargevano per le strade allo scopo di impedire il passo alla cavalleria nemica e nell’Ottobre 1913 vi si rinvenne una moneta argentea viscontea del Comes Virtutum che sul rovescio ha il segno della zecca di Verona e con la figura di Zeno da Verona.

Ma torniamo alla Chiesa.

Nell’occasione del suo recente prolungamento si trovarono tracce dell’antichissimo pavimento dell’antica Pieve. Esso stava a circa 80 centimetri al di sotto del pavimento attuale. Poggiava sul pavimento uno stipite di pietra calcare di cui scrive Carlo Cipolla in Madonna Verona dell’Ottobre-Dicembre 1914 sotto il titolo «Rudero del secolo VI-VII incirca trovato a Tregnago» e da lui togliamo le notizie:

“Lo stipite è ricavato da una pietra ornamentale il cui uso originario non è facile ad indicarsi; forse non avea alcuna relazione con una chiesa qualsiasi.

La pietra ha forma quadrangolare delle seguenti dimensioni: lunghezza cm. 86, larghezza cm. 55, spessore cm. 37; spoglio di qualsiasi lavoro a tre facce, sulla quarta vedesi svolgersi un ramo di vite piegata a volate, ciascuna delle quali decorata con racini e con foglie.

Tale ramo è nel suo insieme riuscito svelto, abbastanza elegante, di discreto effetto artistico. La tecnica del lavoro è tutt’altro che perfetta, ma pure discende direttamente dall’arte classica. Fa impressione sopra tutto la cura con cui si ottennero per mezzo di trapanazione i forti ombreggiamenti, fra l’uno e l’altro acino di grappoli di vite.

Un ornamento simile a quello qui descritto, decora un’urnetta per reliquie, pure attribuita al secolo VI, che si trova nel Museo Civico di Verona.

In sostanza l’arte classica è certo da molto tempo scomparsa, ma la sua memoria non è del tutto tramontata. Tutto considerato mi pare doversi pensare, non all’età antica ormai tramontata, ma piuttosto al medioevo incipiente. Proprio al V o al VI secolo incirca. Gli avanzi di questa età sono di solito molto rari, anche in Verona. Tempo fa toccai di un monumento che sembra veramente insigne, di un’epoca più o meno uguale, rinvenuto dall’ing. march. Da Lisca, cioè di un cimitero cristiano, da cui provennero le memorie delle sante Teuteria e Tosca.

Ora rilevo l’ornamento di Tregnago. È naturale che tale ornamento sia cristiano: l’epoca lo suggerisce, ma esso nulla presenta che accenni al Cristianesimo, giacché la presenza della vite non autorizza a pensare alla Eucaristia.

Sulla sponda destra dell’Adige, all’inizio del ponte Navi, sta collocato un frontispizio di pietra, il quale sostiene due leoni. Passava molti anni or sono accanto a quel notevolissimo rudere accompagnando il fondatore dell’archeologia cristiana G. B. De Rossi. Egli ammirò quel frontispizio e tosto ne espresse un giudizio, rilevandone l’alto valore e attribuendolo al secolo VI.

Così a poco a poco possa restituirsi la archeologia nostrana di quella età tanto avara di monumenti”.

Così il Cipolla.

 

L’antica Pieve di Tregnago oggi è totalmente scomparsa e di essa non rimane altro che il protiro più sopra descritto e un battistero in marmo rosso che porta incisa la data di sua costruzione: D. O. M. P. Jacobus Rubeus de Verona archipresbiter huius ecclesiae fieri fecit 1438 V Julii.

La nuova Pieve abbellita dallo svelto ed elegante campanile innalzato nel 1894 su disegno dell’ing. Orseolo Massalongo, valente come architetto e come naturalista, essendo in allora Parroco Mons. Pietro Cavallini, venne recentemente allungata di due arcate e dotata dell’imponente facciata dell’ing. Giovanni Franchini-Stappo. Vennero pure aperte le finestre dell’abside e fornita di vetrate istoriate della ditta Fontana e C. di Milano che donano all’interno un aspetto insieme di maestà e grazia.

Opera del Massalongo è pure l’altare del Sacro Cuore come del Franchini-Stappo quello della Madonna e il pulpito.

L’omaggio che abbiamo più sopra rivolto al prof. Siviero, tributiamo qui e con maggior ragione alla memoria di questi egregi che con l’Abate Gottardi ci lasciarono l’impronta del loro fine sentimento artistico.

A compimento del lavoro mancava la decorazione e questa venne magistralmente eseguita dai valenti pittori prof. Gaetano Miolato e Francesco Rigodanzo che si ispirarono ai motivi decorativi della Chiesa di S. Anastasia in Verona, riscuotendo la generale approvazione.

Ed oggi il monumento, che da parecchi altri luoghi di ben maggiore importanza può esserci invidiato, viene solennemente inaugurato. L’onore di averlo condotto a termine spetta all’Arciprete attuale cav. Don Vittorio Costalunga che vi dedicò il suo amore per l’arte ed il tenace volere, e alla popolazione di Tregnago che mirabilmente lo coadiuvò.

Il paese avrebbe voluto che il nuovo tempio fosse sorto sulla piazza maggiore, e non vi ha dubbio che un tale desiderio si presentasse, dopo la demolizione dell’antica Pieve, legittimo e ragionevole sia per la maggiore comodità della popolazione che per l’abbellimento dell’ampia e regolare piazza Abramo Massalongo che con la Chiesa sarebbe diventata il vero centro della borgata.

Se la ricostruzione è avvenuta dove oggi la Pieve si trova, riteniamo fosse dovuto anzitutto al fatto che colà sorge l’Oratorio e la Casa parrocchiale alle quali sarebbe stato necessario provvedere se il nuovo tempio fosse stato elevato altrove.

Si aggiunga che da principio si era progettato un’opera ben più modesta della presente e per economia furono, come si è accennato, utilizzate le fondazioni della precedente Chiesa.

Riferendoci poi a questo vecchio edificio è opportuno considerare che quando i nostri antichi eressero la prima Pieve, la configurazione del paese era ben diversa; l’attuale piazza non esisteva ed il luogo scelto per la costruzione non poteva essere in allora migliore dal punto di vista del paesaggio.

Fu detto che chi ha scelto il luogo ove erigere le chiese non fu il prete ma il popolo, e che specialmente nei siti montuosi la chiesa sorge quasi sempre in luogo bello ed eminente senza preoccuparsi troppo della comodità di accesso della popolazione. L’abitatore dei monti che pare indifferente alla bellezza del paesaggio perché lo ha negli occhi fino dalla nascita, dimostra un’anima assai più profonda di quanto si possa immaginare.

Ecco perché sui monti un edificio per quanto modesto vigilato da un campanile esercita sempre un certo fascino tanto nei credenti come anche nei non credenti, e ce lo confermano tutti coloro che sentono la poesia dell’alto.

“Noi ci fermiamo con un senso di stupore, scrive Francesco Bartoli, davanti agli alberghi costruiti nelle più alte solitudini; ammiriamo certe ville fastose nella pompa dei loro parchi; guardiamo con nostalgico desiderio le casette di villeggiatura occhieggianti al lembo dei boschi o in mezzo ai prati; ma nulla ci parla al cuore più di un campanile che spunti da una macchia lontana o una pieve che si affacci tutta bianca e sola in vetta o alle falde di un’altura...”

Vedendo la Chiesa, la gente vede l’immagine del villaggio; la parte sacra dove essa cerca aiuto nei bisogni, conforto nei dolori e dove sono raccolte le memorie dei vivi e dei morti; là si battezza, si sposa, si ascolta insieme ogni domenica la messa, si invoca la pioggia o il sole per gli scarsi prodotti, si prega per i malati e gli assenti siano soldati o emigrati, si benedice alle salme dei propri cari. Anima delle nostre anime, voce di un mondo superiore, essa è la testimonianza di quel sentimento mistico che i monti infondono in chi li ama e può dirsi veramente il cuore della valle.

E così è anche della Pieve di S. Maria di Tregnago: costruita in luogo pittoresco, l’edificio spicca sullo sfondo del monte al quale si appoggia e vagamente contrasta con la Chiesa che le sorge d’accanto, vecchio esemplare della tozza architettura medioevale.

Da un lato si eleva una colossale pianta secolare e in quella corona di verde l’ambiente assume un aspetto simpatico e suggestivo.

Ora essa attende che il volgere dei secoli conferisca alla sua policroma facciata di tufo e cotto quel bel colore di “oro vecio svampido” cantato dal nostro poeta popolare, che è una caratteristica speciale degli antichi monumenti veronesi, e che la renderà ancor più bella ed apprezzata presso le generazioni venture.

Carlo Valle

 

P.S. Il Simeoni rilevando che Tregnago fu nel Medioevo importante Vicariato, elenca le opere d’arte che vi si trovano, meritevoli di osservazione, oltre quelle già accennate.

Nella Chiesa della Disciplina gli affreschi dell’altare di sinistra (molto deteriorati) sono di Nicolò Giolfino (1476-1555) e la pala dell’altare di destra è nella parte superiore di Felice Brusasorci (1542-1605). Vi esisteva poi un’ancona, opera fine e delicata di scuola belliniana, secondo altri, di Francesco Morone (1471-1529) ora trasportata al civico Museo.

Delle due tombe trecentesche che si vedono all’esterno, quella di mezzogiorno fu costruita per Bartolomeo Dalfino medico (1328) e fu usata nel 1473 anche per sepoltura di Lombardo Lombardi Vicario, come leggesi nelle iscrizioni dell’urna. Nella chiesa di S. Egidio, antica parrocchiale, due tele di pregio, una di Bernardino India e l’altra del Brusasorci.

Aggiungiamo che nella Pieve si può anche osservare un buon saggio della pittura sacra moderna nel quadro rappresentante l’apparizione del Cuore di Gesù a Margherita Alacoque di Vincenzo De Stefani.

C. V.



[1] Monsignor Giuseppe Manzini nacque nel 1866 a Cadidavid. Ordinato sacerdote nel 1889, fu cooperatore a Casaleone e poi cappellano dell’ospedale di Legnago. Fondò e promosse diverse casse rurali cattoliche nel Veronese e si impegnò nell’«Opera dei Congressi», pioniere del movimento cattolico regionale e nazionale. Nel 1900 gli venne conferita l’onorificenza pontificia di Cameriere Segreto soprannumerario e nel 1902 divenne canonico teologo della cattedrale, pur continuando ad occuparsi dei movimenti cattolici. Fu un grande predicatore legato ad istituzioni come quella di don Calabria, degli Stimmatini, di vari santuari e opere. Si interessò dell’attività dei cattolici in politica. Dopo la Prima Guerra Mondiale fu nominato assistente generale della gioventù cattolica di Verona. Appassionato di san Tommaso e di Dante Alighieri, fin da giovane acquisì sensibilità per l’arte, Fu membro della Commissione Pontificia per l’Arte Sacra e, a Verona, fu vigile del patrimonio artistico esistente nelle chiese, attento a quello che si intendeva introdurvi di nuovo. Il vescovo Girolamo Cardinale lo nominò nel 1924 suo vicario generale. Nel 1938 fu organizzatore del primo congresso eucaristico diocesano e l’anno seguente ricevette dalla Santa Sede la nomina a Protonotario Apostolico. Dopo un lungo periodo di una infermità morì nel 1956. Cfr. G. TURRINI, Monsignor Giuseppe Manzini. Cenni biografici, in AA.VV, Monsignor Giuseppe Manzini, Verona 1957, pp. 59-62; P. MILLI, La pieve di Santa Maria di Tregnago, pp. 333-335.

[2] Don Pietro Toblini nacque a Verona nel 1870, fu Economo spirituale a Tregnago dopo la morte di don Costalunga, fino all’arrivo di don Dalle Pezze. Morì nel 1939. Cfr. P. MILLI, La pieve di Santa Maria di Tregnago, p. 346 nota 157.

[3] Don Marco Ferruccio Spada nacque a Roncolevà di Trevenzuolo nel 1880. Ordinato sacerdote il 15 agosto 1903, fu vicario cooperatore ad Isola Rizza e a Monteforte d’Alpone. Nel 1910 giunse a Tregnago come cooperatore dell’arciprete e vicario foraneo don Vittorio Costalunga. Qui intraprese l’ufficio di rettore della chiesa di Sant’Egidio. Fino al 1934 fu qualificato come cooperatore; dal 1937 come confessore. Fu un abile oratore critico verso il regime fascista, che nei primi mesi del 1945 lo arrestò con una decina di persone. Restò in carcere a Verona fino all’arrivo degli Alleati e quando tornò a Tregnago non riuscì mai a riprendersi del tutto. Morì il 22 aprile 1951. Cfr. P. MILLI, Tregnago, pp. 230-236.






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Villa Pellegrini a Tregnago

      Il palazzo – noto come villa Pellegrini e sede della Biblioteca Comunale – oggi appare decontestualizzato rispetto all’ambiente circostante essendo ciò che rimane di una tipica villa signorile di campagna dei secoli scorsi. Lo vediamo circondato da edifici vari, con una parete laterale e la parete nord che si affacciano direttamente su due delle strade principali del paese – via Cesare Battisti e via Angelo Borghetti – e con una piazza davanti che, a chi la osserva per la prima volta, può sembrare il suo ex giardino, ma, come si è detto, non è così. In passato, infatti, l’edificio faceva parte di un complesso formato anche da altri rustici e aveva davanti un brolo circondato da muri ma di dimensioni molto inferiori rispetto all’odierna piazza. La struttura attuale del fabbricato è quella settecentesca con alcune modifiche interne praticate nel 1913 quando fu adibito a sede municipale. Nella parte centrale è possibile scorgere i resti di una più antica torre col...

Don Francesco Casari e il suo testamento

Una casa, un proprietario   Con il nome di “Legato Casari” o “Legato Casaro” a Tregnago viene identificato un edificio piuttosto antico, di costruzione tardo medievale, noto fino a qualche anno fa anche come “casa di don Marino” dal nome di un sacerdote che nel Novecento svolse la sua missione pastorale in paese ufficiando in modo particolare nella chiesa di Sant’Egidio e che qui abitava, come in passato avevano fatto molti altri cappellani della medesima chiesa. Con il tempo, per la scarsa manutenzione, il caseggiato era andato in rovina ma da qualche anno è stato ristrutturato, ora è sede di alcune associazioni locali e il suo brolo è diventato un bel parco giochi dedicato a papa Giovanni Paolo II, utilizzato dai bambini e non solo. La storia di questo edificio parte da lontano e ci permette, in qualche modo, di ricostruire qualche aspetto della storia del paese in età moderna e contemporanea. Qui infatti – in seguito ad interpretazioni successive delle disposizioni testamentarie...

Don Vittorio Costalunga: la sua attività di parroco a Tregnago

     I primi anni del secolo scorso furono per Tregnago un periodo di crescita economica e sociale grazie all’arrivo in paese dello stabilimento dell’Italcementi ma non solo. In questo periodo prestavano la loro opera in paese persone che sarebbero rimaste impresse nella memoria dei Tregnaghesi sia per quanto seppero fare per la collettività, sia per la loro particolare personalità. Tra esse, oltre a don Ferruccio Spada, spicca il parroco e vicario foraneo di allora, don Vittorio Costalunga. Don Vittorio nacque il 10 novembre 1859 a Monteforte d’Alpone. Dopo l’ordinazione sacerdotale, fu vicario parrocchiale a Sanguinetto per undici anni, prima di essere scelto come parroco di Tregnago.   Le fasi della sua nomina a guida della parrocchia sono interessanti da conoscere, se non altro per capire come avveniva la procedura di scelta di un parroco all’inizio del Novecento. Nel 1899 l’allora parroco don Cavallini rassegnò le dimissioni per motivi di salute. Il 6 giugno di ...