Roberto Da Ronco nacque a Cogollo di Tregnago il 9 settembre 1887, discendente da una famiglia di origini friulane che lavorava il ferro dal Seicento. Qui – nella bottega del padre Benvenuto, maniscalco e carradore – il piccolo Berto cominciò a prendere confidenza con il ferro, ad usare il martello e a batterlo ancora caldo sull’incudine, oltre che a studiare le forme che potevano uscire da un materiale in apparenza freddo e duro. L’interesse per il ferro, però, non fu l’unico: il ragazzino iniziò ad intagliare il legno, materiale più caldo e malleabile.
A dodici anni, iniziò a frequentare la scuola d’arte a Soave dove si recava a piedi tutte le domeniche. A Soave – in una caverna ricavata alla base del castello che fungeva da scuola – Berto imparò a disegnare, a sbozzare il marmo e i rudimenti della scultura del legno; intanto nella bottega di piazza Lago esercitava il mestiere di fabbro.
Negli anni successivi, egli cominciò a costruire oggetti ornamentali, suppellettili, fiori ed intrecci, figure stilizzate e a tutto tondo. Di questo periodo sono, inoltre, alcuni lavori in legno come le riproduzioni di mobili trecenteschi e quattrocenteschi che successivamente diedero un nuovo aspetto alla sua casa che risultò abbellita da cassepanche, tavoli e molto altro. Creò oggetti in ferro e in legno interessandosi agli stili che in passato avevano caratterizzato l’arte del ferro battuto.
Dopo un breve periodo dedicato al servizio militare, sospeso a causa di un’ernia, Berto tornò alla sua officina dove realizzò corazze, elmi, alabarde, pugnali e spade: armi del passato riprodotte nei minimi particolari ed invecchiate artificialmente così da rendere le copie identiche agli originali che talvolta venivano sostituiti da esse, come accadde nei castelli di Soave e di Este e in alcuni musei italiani e stranieri. Gli antiquari iniziarono a commissionargli, oltre alle armi, candelabri, cancelli e ringhiere in stili antichi, battenti, torciere, alari: tutti oggetti costruiti alla maniera antica, senza saldatura.
Durante un periodo in cui visse a Venezia, egli ebbe modo di affinare il mestiere con la scuola, di lavorare al servizio di alcune ditte, di conoscere Umberto Bellotto, uno dei massimi rappresentanti dell’arte del ferro battuto e di frequentare – come osservatore – l’accademia di Belle Arti. Realizzò grate esterne per la Basilica dei Frari e cancellate per diversi palazzi sul Canal Grande.
Tornò a Cogollo, ma vi rimase per poco tempo. Nel 1912 si trasferì a Parigi ospite di un fratello. Nella capitale francese, a contatto con il nuovo stile liberty, Berto affinò la sua tecnica nella fattura di oggetti in ferro battuto, e lavorò il marmo. Nel 1914 tornò di nuovo a Cogollo senza che le nuove tendenze parigine avessero condizionato in modo palese la sua attività artistica.
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu arruolato nell’Artiglieria con compiti di riparazione di cannoni e mitragliatrici.
Nel Dopoguerra partecipò attivamente all’amministrazione pubblica divenendo prima consigliere e poi assessore del Comune di Tregnago. Intanto si dedicava alla sua attività di artigiano del ferro non abbandonando, però, la lavorazione del legno. Poiché la bottega di Cogollo gli parve insufficiente, nel 1920 ne aprì una a Verona, in via Carducci, e lavorò per la ditta Dalla Vecchia & Kunn.
Nel 1922 dovette dimettersi da assessore e, non avendo fatto atto di sottomissione al fascismo, nel 1924, quando il Comune di Verona decise di rifare le cancellate delle Arche Scaligere e la ditta per cui Berto lavorava ottenne l’appalto, egli eseguì il lavoro senza poter attestarlo pubblicamente. Nello stesso anno chiuse la bottega cittadina e ritornò a Cogollo, in un’atmosfera più familiare. Anche qui, tuttavia, le commissioni diminuirono drasticamente, perciò, nel 1930 tentò di espatriare e di tornare in Francia, ma fu fermato durante il viaggio e incarcerato.
Qualche tempo dopo, decise di aprire nuovamente una bottega a Verona, stavolta in via Madonna del Terraglio, ma anche questa esperienza era destinata a chiudersi in pochi mesi. Il lavoro a Cogollo scarseggiava per cui Berto dovette operare come carradore e aggiustatore di oggetti in ferro. Fu proprio in quel periodo che ebbe inizio la sua ascesa in campo artistico. Dapprima insegnò nella scuola di Soave dove era stato allievo e poi, nel biennio 1935-36, insegnò nella scuola d’arte che era stata istituita a Tregnago. Alla fine degli anni ’30 cominciò il periodo migliore della sua attività che si sarebbe ridotta, però, durante il secondo conflitto mondiale. In quegli anni si dedicò solo saltuariamente alla creazione di oggetti che non fossero di uso quotidiano.
Nel dopoguerra Berto realizzò i suoi lavori più noti, con i quali partecipò a diverse mostre e divenne famoso nel mondo.
Morì il 26 novembre 1957, dopo una vita laboriosa e creativa.
La sua opera, nell’insieme, sfugge a qualsiasi corrente artistica. Lo stile è personale e la matrice culturale non è colta, ma neanche del tutto provinciale. Le sculture esprimono una loro poesia pur apparendo quasi sempre collegate al mondo contadino e tradizionale in cui il battiferro di Cogollo era immerso. Talvolta hanno uno stile che si può definire primitivo perché si rifanno all’arte antica della Lessinia. Le opere di Berto nascevano da preventivi disegni eseguiti su scala diversa, di cui mantenevano, però, le proporzioni La sua tecnica era molto personale: egli batteva il ferro dopo averlo fucinato; quando era ancora rovente, usando il maglio e il martello, univa più parti ribattendole con fasce chiuse a caldo o chiodi e usava la grafite, senza saldarle e senza utilizzare stampi. Le sculture appaiono, così, quasi grezze e molto originali. In alcuni casi, inoltre, quando il ferro doveva apparire vecchio, egli lo anticava usando degli acidi.
Per quanto riguarda i soggetti delle opere, una buona parte dell’attività di Berto da Cogòlo fu dedicata a soggetti artigianali, anche se pregevoli: chiavi, armi, torciere, lampadari, cancelli. Tra questi ultimi, notevole per le sue implicazioni artistiche, è quello della Villa Cavaliere di Tregnago costruito tra il 1944 e il 1945.
Berto creò, come ho anticipato sopra, le sue sculture più note dal 1939 in poi. Di quell’anno, infatti, è un Gallorappresentato mentre canta verso il sole: di ottima fattura è, soprattutto, il piumaggio che ne rende dinamica la figura.
Le opere si possono suddividere secondo il tema che trattano.
Di argomento religioso sono la Crocifissione (1940), la Via Crucis in quattordici stazioni (1943-44); la Schola (1943) e l’Annunciazione (1946).
In tema bucolico sono il Ritorno dai campi (1947), il Ritorno dalla caccia al cervo (1950), l’Aratura (1952), il Suonatore di Flauto (1955).
Trattano di temi mitologici Adamo ed Eva (1946), la Tauromachia (1947), il Ratto d’Europa (1949), San Giorgio e il drago (1949), l’Idra (1949).
Una Giulietta e Romeo fu acquistata dall’attrice Vivien Leigh, nota interprete del film Via col Vento e un Supplizio della ruota venne venduto a Clara Luce.
Degno di nota è, inoltre, un Cangrande della Scala, ma l’ultima opera realizzata dall’artista è l’Ariete, un ammonimento a non fermarsi mai di fronte alle molte contrarietà dell’esistenza[i].
[i] Le notizie sulla vita e le opere di Berto da Cogòlo sono tratte da: G. VOLPATO, Una vita per il ferro battuto. Berto da Cogòlo e la sua opera, Verona 1977.