Tra le colline che circondano il paese ad est, una è nota come monte Belloca, antichissimo vulcano. Il toponimo Beloca è indicato nella mappa realizzata da Giovanni Battista Bressi nel 1618 ed è citato in opere poetiche e leggende locali. Belloca, secondo don Basilio Finetto dei Rosini, sacerdote, storico e poeta tregnaghese vissuto tra il 1840 e il 1905, deriva da belluæ loca, luoghi della guerra[i].
L’etimologia del termine fornita da Finetto ha un fondo di verità se si pone in relazione alle lotte che ebbero luogo nei secoli proprio in quella zona per questioni di proprietà e di confine tra Tregnago e San Giovanni Ilarione, allora sotto la giurisdizione di Vicenza. La contesa ebbe come oggetto l’attribuzione ad uno dei due comuni del fianco orientale del monte e si propagò per secoli con un inasprimento tra il Quattrocento e il Cinquecento.
Il 12 giugno 1224, una sentenza aveva riconosciuto il Comune di Tregnago come proprietario dell’intera collina e da allora erano iniziate le diatribe tra i confinanti.
Nel 1429 gli abitanti di San Giovanni Ilarione, allora San Giovanni de la Rogna, presentarono una supplica al doge veneziano perché restituisse loro il monte di cui in passato erano stati proprietari. I Tregnaghesi si opposero e ne nacque una lite che terminò con una sentenza a loro favore il 29 maggio 1436. I dissapori, però, non furono mai sopiti perché entrambe le comunità erano intenzionate ad utilizzare quei terreni come pascoli.
Nel 1471, una domenica mattina, alcuni Ilarionesi armati si recarono sul monte dove pascolavano diversi animali dei Tregnaghesi, li rapirono ed a nulla valsero le richieste dirette al podestà di Vicenza perché venissero restituiti. Il doge ordinò che la conseguente causa fosse rimessa ai rettori di Verona, Vicenza e Padova.
Questi, recatisi sulla Belloca, il 5 giugno del 1472 emisero una sentenza che venne registrata, con molto ritardo, a Verona il 7 maggio 1484. In essa si confermava la linea di confine tra i due comuni stabilita nel 1436 e si imponeva di collocare una pietra di confine per porre fine alla lunga controversia.
I battibecchi però non cessarono tanto che nel maggio del 1488 gli Ilarionesi tagliarono alcuni boschi in territorio tregnaghese e manomisero uno dei cippi collocati in base alla sentenza sopra citata.
Intorno al 1500, inoltre, a un Tregnaghese furono sottratti alcuni buoi che gli vennero indennizzati dal suo comune ma due anni dopo, per rappresaglia, i suoi compaesani rubarono alcune mucche ai loro avversari e, ritiratisi nel recinto del castello, imbandirono un banchetto per tutta la comunità.
I rapporti divennero sempre più tesi e, sul finire del 1505, in un clima di sospetto reciproco, due Tregnaghesi si recarono sulla Belloca dove si diceva che fosse stato ucciso un uomo.
In paese si pensò di organizzare una mobilitazione di forze, ed il 26 aprile 1506, annota il cronista Zuan Bera, in una riunione della vicinanza fu decisa una ammenda di tre lire per tutti quelli che, comandati di andare sulla Belloca o in altro luogo contro queli da San Zuane da la Rogna, non ubbidissero.
Bartholomè tesar e Zaneto chaliaro, forse per prudenza, non accettarono, ma tutti gli altri furono d’accordo. In questione erano i diritti che i due comuni si arrogavano su quei terreni.
I Tregnaghesi si procurarono un’autorizzazione a tagliare le biade in comune di San Giovanni e cercarono di trovare dei documenti in appoggio dei loro diritti. Il 18 aprile 1507 la vicinanza si riunì con la partecipazione di 63 capifamiglia e decise che nessuno avrebbe potuto, in futuro, affidare terreni incolti, coltivati o boschi a gente vicentina.
Il successivo 22 maggio i Veronesi si recarono su un terreno di circa 60 campi presso il Brogonzollo[ii], seminato dai Vicentini e tagliarono le biade non ancora mature. Ne seguì una nuova causa e un processo istituito dal giudice del malefizio di Vicenza contro 19 persone che, ispirate da spirito diabolico e armate di falci, archi e altro, di notte si erano recate in un campo sul confine e lo avevano devastato arrecando un danno di circa 900 minali[iii] di potenziale raccolto.
Il 28 giugno gli Ilarionesi riaccesero gli scontri e ci furono due morti. Questa volta, per essere avvenuto il fatto sul territorio di Verona, fu il giudice del malefizio di questa città ad istituire il processo. Dagli atti risulta che una mattina, mentre alcuni erano intenti al lavoro sulla Belloca, scesero circa 50 persone di San Giovanni, armate, urlando minacce. Alcuni uomini di Tregnago, sentendo suonare la campana a martello, andarono loro incontro scatenando uno scontro che si protrasse fino a sera. Si contarono diversi feriti e un morto tra gli Ilarionesi. I Tregnaghesi catturarono diversi prigionieri che rinchiusero nel castello. Li alimentarono con pane e vino ed il giorno seguente li condussero a Verona dove furono liberati in cambio di una somma di 150 ducati.
Il giudice del malefizio di Verona arrivò a Tregnago l’8 luglio. Lo accompagnavano il suo notaio e un ufficiale. Il Comune, a norma dello statuto di Verona, dovette pagare la trasferta oltre a un disnar sul monte il cui menù era: 3 para polastri, 4 para de pipioni (piccioni), 3 anaroti, meza lira de cervela, soldi 5 de ovi, smalso (strutto), 2 sechie de vin.
Nei mesi successivi molti furono gli incontri diplomatici per chiedere la fine di saccheggi e violenze e, dal novembre 1507 al settembre dell’anno seguente, la controversia rimase sopita salvo qualche rapimento di animali attuato dagli Ilarionesi.
Nell’ottobre del 1508, i Tregnaghesi, dato che la sentenza tardava ad essere emessa, si recarono ripetutamente a Padova, perché il giudice riprendesse in mano il caso. Il successivo 3 novembre gli avvocati giunsero a Tregnago dove rimasero per quattro giorni. Arrivarono in cinque con dieci cavalli e alloggiarono presso la pieve. Il 6 novembre arrivò il giudice da Padova con quattro cavalli e alloggiò anch’egli alla pieve. In quei giorni avvocati e giudici furono accompagnati più volte sui terreni della Belloca.
Zuan Bera annotò le spese sostenute dal paese, calcolandole in cinque soldi al giorno. È interessante vedere quello che consumarono: 16 paja di pollastri, 2 libbre di lardo, 1 di cervella, una baceda d’olio, uova, formaggio, un minale e 3 quarte di castagne, 3 carri di legna, vna basiolla e 5 guistare[iv] di latte. La carne venne fornita dalla pieve. Ma, non bastando, venne spedito uno a Verona per prender del pesse ed altra roba per gli avvocati.
In seguito, tutta la compagnia si recò a Montecchia, dove si fermò tre giorni durante i quali furono ascoltati, tra gli altri, 14 testimoni di Tregnago. Anche in questa occasione per gli ospiti non scarseggiarono le vivande, tanto che un uomo fu mandato a Soave appositamente per prendere della salsa.
La tanto attesa sentenza venne pronunciata il 9 novembre 1508, previo pagamento di 46 lire e 10 soldi, ma le diatribe tra i due comuni proseguirono ancora per qualche mese finché, con l’intervento degli avvocati e del giudice di Padova, il processo istituito a Vicenza si concluse. Fu accertato che i Vicentini erano stati uccisi in territorio veronese. Il giudice stabilì che i cippi ordinati dalla sentenza del 1472 dovessero essere in pietra, con la pena di ducati 200 a chi in qualsiasi modo li avesse manomessi. Incaricati di collocarli furono magister Bernardin Legnago da Marcemigo, nominato dal Comune di Tregnago e magister Zangiacomo nodaro q. Zuanne di Pegorati d’Arzignan, nominato da San Giovanni.
Le due pietre di confine principali furono realizzate a Tregnago e da qui portate sul posto. Le cronache narrano che in tale occasione vennero bevute due secchie di vino. Un anonimo scrisse: i cippi erano alti un huomo muniti con il segno di San Marco… Per quella interpositione fu poi messo perpetuo silentio tra dette due communità, che il sig. Iddio le feliciti in perpetua Pace ... sino alla fine del Mondo. Amen[v].
Nella zona del monte Belloca furono collocati, a breve distanza l’uno dall’altro, altri segni confinari di pietra a forma rettangolare molto allungata, ma senza particolari iscrizioni. Questi sono reperibili con difficoltà perché ridotti in pezzi, nascosti dalla vegetazione o in parte sepolti dalla terra.
Uno dei due cippi più importanti è attualmente collocato a Tregnago nell’atrio di villa Pellegrini; è realizzato in pietra proveniente dalla Valpolicella e riporta scolpiti alcuni simboli e un testo.
In alto è raffigurato il leone alato simbolo della Repubblica di Venezia sotto il cui dominio, dal 1405, erano i territori in questione.
Sotto sono visibili gli stemmi di Verona, Vicenza e Padova i cui magistrati furono coinvolti nel cercare di rappacificare i contendenti.
Nella sezione più bassa, il cippo riporta un’iscrizione in latino:
ILLUSTRISSIMI SENATUS VENETI / DECRETO VERONAE PAULUS / PRIULUS - PATAVII / MARCUS BARBARICUS JUSTISSIMI / URBIUM PRAEFECTI INTER / AGRUM TRENIACENSEM ET SANCTUM / JOANNEM IN LAROMIA HIC / DISCRIMINARI COLUMNA / JUDICAVERUNT /
M.CCCC.LXXII - VI - JUNII / ANNO SALUTIS.
Traduzione:
Con decreto / dell’illustrissimo Senato Veneto /
i giustissimi Prefetti / delle città / Paolo Priuli
di Verona / Marco Barbarigo di Padova / qui /
tra la campagna Tregnaghese / e San Giovanni Ilarione / con la colonna dividere / stabilirono /
1472 - 6 - giugno / anno di salute[vi].
L’etimologia del termine fornita da Finetto ha un fondo di verità se si pone in relazione alle lotte che ebbero luogo nei secoli proprio in quella zona per questioni di proprietà e di confine tra Tregnago e San Giovanni Ilarione, allora sotto la giurisdizione di Vicenza. La contesa ebbe come oggetto l’attribuzione ad uno dei due comuni del fianco orientale del monte e si propagò per secoli con un inasprimento tra il Quattrocento e il Cinquecento.
Il 12 giugno 1224, una sentenza aveva riconosciuto il Comune di Tregnago come proprietario dell’intera collina e da allora erano iniziate le diatribe tra i confinanti.
Nel 1429 gli abitanti di San Giovanni Ilarione, allora San Giovanni de la Rogna, presentarono una supplica al doge veneziano perché restituisse loro il monte di cui in passato erano stati proprietari. I Tregnaghesi si opposero e ne nacque una lite che terminò con una sentenza a loro favore il 29 maggio 1436. I dissapori, però, non furono mai sopiti perché entrambe le comunità erano intenzionate ad utilizzare quei terreni come pascoli.
Nel 1471, una domenica mattina, alcuni Ilarionesi armati si recarono sul monte dove pascolavano diversi animali dei Tregnaghesi, li rapirono ed a nulla valsero le richieste dirette al podestà di Vicenza perché venissero restituiti. Il doge ordinò che la conseguente causa fosse rimessa ai rettori di Verona, Vicenza e Padova.
Questi, recatisi sulla Belloca, il 5 giugno del 1472 emisero una sentenza che venne registrata, con molto ritardo, a Verona il 7 maggio 1484. In essa si confermava la linea di confine tra i due comuni stabilita nel 1436 e si imponeva di collocare una pietra di confine per porre fine alla lunga controversia.
I battibecchi però non cessarono tanto che nel maggio del 1488 gli Ilarionesi tagliarono alcuni boschi in territorio tregnaghese e manomisero uno dei cippi collocati in base alla sentenza sopra citata.
Intorno al 1500, inoltre, a un Tregnaghese furono sottratti alcuni buoi che gli vennero indennizzati dal suo comune ma due anni dopo, per rappresaglia, i suoi compaesani rubarono alcune mucche ai loro avversari e, ritiratisi nel recinto del castello, imbandirono un banchetto per tutta la comunità.
I rapporti divennero sempre più tesi e, sul finire del 1505, in un clima di sospetto reciproco, due Tregnaghesi si recarono sulla Belloca dove si diceva che fosse stato ucciso un uomo.
In paese si pensò di organizzare una mobilitazione di forze, ed il 26 aprile 1506, annota il cronista Zuan Bera, in una riunione della vicinanza fu decisa una ammenda di tre lire per tutti quelli che, comandati di andare sulla Belloca o in altro luogo contro queli da San Zuane da la Rogna, non ubbidissero.
Bartholomè tesar e Zaneto chaliaro, forse per prudenza, non accettarono, ma tutti gli altri furono d’accordo. In questione erano i diritti che i due comuni si arrogavano su quei terreni.
I Tregnaghesi si procurarono un’autorizzazione a tagliare le biade in comune di San Giovanni e cercarono di trovare dei documenti in appoggio dei loro diritti. Il 18 aprile 1507 la vicinanza si riunì con la partecipazione di 63 capifamiglia e decise che nessuno avrebbe potuto, in futuro, affidare terreni incolti, coltivati o boschi a gente vicentina.
Il successivo 22 maggio i Veronesi si recarono su un terreno di circa 60 campi presso il Brogonzollo[ii], seminato dai Vicentini e tagliarono le biade non ancora mature. Ne seguì una nuova causa e un processo istituito dal giudice del malefizio di Vicenza contro 19 persone che, ispirate da spirito diabolico e armate di falci, archi e altro, di notte si erano recate in un campo sul confine e lo avevano devastato arrecando un danno di circa 900 minali[iii] di potenziale raccolto.
Il 28 giugno gli Ilarionesi riaccesero gli scontri e ci furono due morti. Questa volta, per essere avvenuto il fatto sul territorio di Verona, fu il giudice del malefizio di questa città ad istituire il processo. Dagli atti risulta che una mattina, mentre alcuni erano intenti al lavoro sulla Belloca, scesero circa 50 persone di San Giovanni, armate, urlando minacce. Alcuni uomini di Tregnago, sentendo suonare la campana a martello, andarono loro incontro scatenando uno scontro che si protrasse fino a sera. Si contarono diversi feriti e un morto tra gli Ilarionesi. I Tregnaghesi catturarono diversi prigionieri che rinchiusero nel castello. Li alimentarono con pane e vino ed il giorno seguente li condussero a Verona dove furono liberati in cambio di una somma di 150 ducati.
Il giudice del malefizio di Verona arrivò a Tregnago l’8 luglio. Lo accompagnavano il suo notaio e un ufficiale. Il Comune, a norma dello statuto di Verona, dovette pagare la trasferta oltre a un disnar sul monte il cui menù era: 3 para polastri, 4 para de pipioni (piccioni), 3 anaroti, meza lira de cervela, soldi 5 de ovi, smalso (strutto), 2 sechie de vin.
Nei mesi successivi molti furono gli incontri diplomatici per chiedere la fine di saccheggi e violenze e, dal novembre 1507 al settembre dell’anno seguente, la controversia rimase sopita salvo qualche rapimento di animali attuato dagli Ilarionesi.
Nell’ottobre del 1508, i Tregnaghesi, dato che la sentenza tardava ad essere emessa, si recarono ripetutamente a Padova, perché il giudice riprendesse in mano il caso. Il successivo 3 novembre gli avvocati giunsero a Tregnago dove rimasero per quattro giorni. Arrivarono in cinque con dieci cavalli e alloggiarono presso la pieve. Il 6 novembre arrivò il giudice da Padova con quattro cavalli e alloggiò anch’egli alla pieve. In quei giorni avvocati e giudici furono accompagnati più volte sui terreni della Belloca.
Zuan Bera annotò le spese sostenute dal paese, calcolandole in cinque soldi al giorno. È interessante vedere quello che consumarono: 16 paja di pollastri, 2 libbre di lardo, 1 di cervella, una baceda d’olio, uova, formaggio, un minale e 3 quarte di castagne, 3 carri di legna, vna basiolla e 5 guistare[iv] di latte. La carne venne fornita dalla pieve. Ma, non bastando, venne spedito uno a Verona per prender del pesse ed altra roba per gli avvocati.
In seguito, tutta la compagnia si recò a Montecchia, dove si fermò tre giorni durante i quali furono ascoltati, tra gli altri, 14 testimoni di Tregnago. Anche in questa occasione per gli ospiti non scarseggiarono le vivande, tanto che un uomo fu mandato a Soave appositamente per prendere della salsa.
La tanto attesa sentenza venne pronunciata il 9 novembre 1508, previo pagamento di 46 lire e 10 soldi, ma le diatribe tra i due comuni proseguirono ancora per qualche mese finché, con l’intervento degli avvocati e del giudice di Padova, il processo istituito a Vicenza si concluse. Fu accertato che i Vicentini erano stati uccisi in territorio veronese. Il giudice stabilì che i cippi ordinati dalla sentenza del 1472 dovessero essere in pietra, con la pena di ducati 200 a chi in qualsiasi modo li avesse manomessi. Incaricati di collocarli furono magister Bernardin Legnago da Marcemigo, nominato dal Comune di Tregnago e magister Zangiacomo nodaro q. Zuanne di Pegorati d’Arzignan, nominato da San Giovanni.
Le due pietre di confine principali furono realizzate a Tregnago e da qui portate sul posto. Le cronache narrano che in tale occasione vennero bevute due secchie di vino. Un anonimo scrisse: i cippi erano alti un huomo muniti con il segno di San Marco… Per quella interpositione fu poi messo perpetuo silentio tra dette due communità, che il sig. Iddio le feliciti in perpetua Pace ... sino alla fine del Mondo. Amen[v].
Nella zona del monte Belloca furono collocati, a breve distanza l’uno dall’altro, altri segni confinari di pietra a forma rettangolare molto allungata, ma senza particolari iscrizioni. Questi sono reperibili con difficoltà perché ridotti in pezzi, nascosti dalla vegetazione o in parte sepolti dalla terra.
Uno dei due cippi più importanti è attualmente collocato a Tregnago nell’atrio di villa Pellegrini; è realizzato in pietra proveniente dalla Valpolicella e riporta scolpiti alcuni simboli e un testo.
In alto è raffigurato il leone alato simbolo della Repubblica di Venezia sotto il cui dominio, dal 1405, erano i territori in questione.
Sotto sono visibili gli stemmi di Verona, Vicenza e Padova i cui magistrati furono coinvolti nel cercare di rappacificare i contendenti.
Nella sezione più bassa, il cippo riporta un’iscrizione in latino:
ILLUSTRISSIMI SENATUS VENETI / DECRETO VERONAE PAULUS / PRIULUS - PATAVII / MARCUS BARBARICUS JUSTISSIMI / URBIUM PRAEFECTI INTER / AGRUM TRENIACENSEM ET SANCTUM / JOANNEM IN LAROMIA HIC / DISCRIMINARI COLUMNA / JUDICAVERUNT /
M.CCCC.LXXII - VI - JUNII / ANNO SALUTIS.
Traduzione:
Con decreto / dell’illustrissimo Senato Veneto /
i giustissimi Prefetti / delle città / Paolo Priuli
di Verona / Marco Barbarigo di Padova / qui /
tra la campagna Tregnaghese / e San Giovanni Ilarione / con la colonna dividere / stabilirono /
1472 - 6 - giugno / anno di salute[vi].
[i] Cfr. B. FINETTO DEI ROSINI, Ai Fineti. Un toco de storia de Tregnago, Giazza-Verona 1991, p. 46.
[ii] Il Brogonzollo è una stretta valle che dall’alto della Belloca si estende verso Nord.
[iii] 900 minali corrispondono a circa 240 quintali.
[iv] 5 guistare corrispondono a circa 70 litri.
[v] Le notizie sulle lotte tra Tregnago e San Giovanni Ilarione sono tratte da: C. FERRARI, Com’era amministrato un comune al principio del sec. XVI (Tregnago dal 1505 al 1510), Verona 1903.
[vi] Le notizie sul cippo di confine sono tratte da: P. LOVATO, Tra Tregnago e San Giovanni Ilarione, in «Vita veronese» XXII (1960), pp. 242-244.