La villa del conte Pellegrini e i terreni adiacenti furono acquisiti dal Comune di Tregnago non solo per collocare nel palazzo gli uffici pubblici – finora collocati in spazi piuttosto ristretti e non del tutto adeguati – ma anche per poter procedere alla costruzione delle carceri in prossimità della Pretura, evitando così il rischio di trasferimento di quest’ultima in altra località.
Il carcere, come la Pretura, era un’istituzione che veniva utilizzata da tutti i Comuni che facevano parte del Mandamento di Tregnago, perciò alle spese di gestione dovevano contribuire tutti in base al numero dei loro abitanti, anche se le spese inerenti all’edificio erano a carico del Comune di Tregnago che ne era il proprietario.
Il 21 ottobre 1902 il sindaco tregnaghese Costantino Battisti cedette in affitto ai Comuni del Mandamento, che erano Badia Calavena, Illasi, Mezzane di Sotto, Roverè Veronese, San Mauro di Saline, Vestenanuova, Selva di Progno e Velo Veronese, l’intero fabbricato in Tregnago via piazza Mercato al civico n. 2 ad uso delle Carceri Mandamentali di Tregnago, e ad abitazione del custode, con corte a mezzogiorno, e due corticelle a sera e mattina del fabbricato stesso, con portone di accesso a mezzo giorno e il piano nobile del palazzo comunale detto del Pellegrini, sito in piazza Mercato al civico n. 3 composto della sala d’aspetto nel mezzo del fabbricato, di quattro stanze a mattina, con stanzino ad uso cesso e numero quattro stanze a sera della detta sala, coll’accesso della sala pianterreno respiciente a mezzodì. Il canone d’affitto stabilito era di 300 lire annue per le carceri e 650 lire annue per il piano nobile della villa dove aveva sede la Pretura[i]. Anche sulla nomina del guardiano decidevano tutti i Comuni del Mandamento.
Nei primi anni del Novecento il fabbricato delle carceri mandamentali, ormai in uso da circa mezzo secolo, ebbe necessità di essere sottoposto a restauri per vari motivi. Già nell’ottobre del 1909 era stata stilata una perizia sommaria d’urgenza, dei lavori di restauro e di adattamento nelle Carceri Mandamentali di Tregnago[ii]. Interessante per capire la situazione è, però, la Relazione sui lavori di restauro alle Carceri Mandamentali di Tregnago redatta dall’incaricato del Genio Civile di Verona. Ecco il testo.
La R. Prefettura di Verona, con nota 21 luglio 1909 n. 9615, e dietro istanza del custode delle Carceri Mandamentali di Tregnago, invitava questo Ufficio del Genio Civile a far visitare i locali delle Carceri stesse e dell’abitazione del Custode e famiglia, e proporre quei lavori di restauro e di adattamento che avesse ritenuti indispensabili.
Un Ingegnere di questo Ufficio recatosi in sopralluogo, constatò che le circostanze esposte dal Custode delle Carceri nella sua istanza rispondono a verità e meritano di essere prese in seria considerazione. Di fatto, come risulta dall’unito schizzo dimostrativo raffigurante la pianta del piano terreno, nel fabbricato delle Carceri non esiste alloggio pel Custode e per la sua famiglia; la quale è perciò costretta ad abitare in alcune delle celle, in continuo e non certo invidiabile contatto coi detenuti; i quali ogni qualvolta sono fatti entrare o uscire dalle loro celle sia per la passeggiata nel cortiletto del Carcere, sia per gli interrogatori in Pretura, vengono a trovarsi frammischiati e a conversare con le donne ed i ragazzi della famiglia, che debbono continuamente udirne i discorsi e le canzoni poco edificanti.
Siccome poi i detenuti abitano le celle esposte a mezzodì, al Custode e famiglia non restano disponibili per abitazione che i locali rivolti a settentrione; i quali, oltre a non offrire né agi né comunità, come è facile immaginare, sono insani ed umidi, come risulta anche dall’unito certificato dell’Ufficiale Sanitario di Tregnago.
Ciò è dovuto, non soltanto alla loro esposizione verso nord, ma soprattutto al fatto che i muri sono pregni di umidità per le acque piovane che vi scolano e vi si infiltrano dalle grondaie e relativi tubi di scarico, non più servibili, e in gran parte caduti; con grave nocumento anche della conservazione del fabbricato.
Rimedio radicale agli inconvenienti giustamente lamentati dal Custode per la sua famiglia sarebbe quello di assegnargli un alloggio fuori dal fabbricato delle Carceri; ma il custode non chiede neppur tanto; e si limita a domandare che vengano messi in condizione di abitabilità almeno i locali al piano terreno, provvedendo i mezzi pel loro riscaldamento per la stagione invernale, ora mancanti; e che sia tolto l’inconveniente del contatto dei detenuti con la sua famiglia, almeno durante la passeggiata e l’entrata e l’uscita di quelli.
Il sottoscritto, riconoscendo giuste e moderate le domande del Custode, si onora di proporre i lavori di restauro e di adattamento di cui all’unita perizia, che sottopone alla Superiore approvazione, quando non si preferisca invece provvedere nel modo accennato, assegnando cioè al Custode altra abitazione fuori dal Carcere.
I detti lavori sono distinti in due gruppi; ambedue di assoluta necessità ed urgenza, e da eseguirsi possibilmente prima del prossimo inverno; il primo gruppo comprende i lavori che riguardano il miglioramento dei locali di abitazione e il loro isolamento nel limite del possibile dal contatto dei detenuti; il secondo i lavori di restauro del fabbricato e suoi accessori; dei primi non sarebbe più il caso di parlare quando si assegnasse al Custode un alloggio fuori dal Carcere; mentre gli ultimi sono in ogni modo indispensabili per la conservazione dell’edificio.
Il primo gruppo di lavori, per un importo complessivo di lire 500,00 provvederebbe a dividere in due parti il cortiletto all’angolo N-W del fabbricato, mediante un muro divisorio; la parte più grande rimarrebbe alla famiglia del Custode che vi avrebbe un ingresso indipendente dalla piazzetta adiacente; la più piccola rimarrebbe come passaggio dei detenuti alla Pretura per gli interrogatori, udienze etc. La cucina all’angolo N-E verrebbe soppressa; il lavello che vi si trova verrebbe trasportato in quella adiacente al cortiletto d’ingresso; che diventerebbe perciò la cucina della famiglia; una porta di comunicazione col cortiletto, da aprirsi al posto dell’attuale finestra, e la chiusura della porta di comunicazione col corridoio completerebbero il desiderato isolamento. Alla attuale porta fra l’Ufficio e il corridoio ne verrebbe sostituita una nuova robusta e ben munita di catenacci; quella ora esistente vi verrebbe utilizzata per chiusura della nuova porta fra il cortiletto e la cucina. Nel muro divisorio verrebbe poi praticata una porticina per permettere al Custode di portare i vasi fecali dei detenuti nella latrina senza passare per le camere di abitazione. A chiusura di questa porticina si potrà utilizzare un cancello che si potrà togliere senza inconvenienti da altra parte del Carcere ove ora si trova.
Nulla occorre fare nei locali al piano superiore, ove sono le camere da letto, né il Custode vi domanda alcun lavoro.
Il secondo gruppo di lavori per lire 1300,00 complessive comprende il restauro del cornicione per la massima parte rovinato, con relative gronde e tubi di discesa; l’intonacatura e la tinteggiatura di tutte le facciate, e il restauro delle tramogge di legno delle finestre delle celle.
Vista la urgenza di tutti gli indicati lavori, il loro ammontare poco rilevante, e soprattutto la necessità che questi lavori, piccoli e saltuari, siano affidati a persona competente, coscienziosa ed abile, lo scrivente ritiene più opportuno che essi vengano eseguiti in economia; e tanto infatti si onora di proporre alla Superiore Autorità.
Il Custode delle Carceri indicò all’Ingegnere incaricato anche altri lavori non necessari né urgenti, che però tornerebbero di indiscutibile utilità sia al Carcere che al Custode stesso; come per esempio, la trasformazione ad uso parlatorio della cucina all’angolo N-E del fabbricato, ora adibita a magazzino e sgombero; e l’allargamento del cortiletto all’angolo N-W, quando il Comune volesse cedere gratuitamente o a basso prezzo parte dell’area del piazzale adiacente, che ora a nulla serve, neppure pel transito, tanto che viene adibito a deposito di ghiaia; etc. Di tali lavori non credé però il sottoscritto di dover per ora occuparsi, perché esorbiterebbero dall’incarico ricevuto, di riconoscere cioè e proporre i lavori veramente necessari ed urgenti sia pel fabbricato delle Carceri, sia per l’abitazione del Custode; riservandosi però di formulare analoghe proposte, se la superiore Autorità crederà opportuno richiederle[iii].
Questa, dunque, era la situazione in cui versava il carcere a circa 50 anni dalla sua costruzione, ma un tale stato di precarietà si aggravò ulteriormente a causa di un incendio che scoppiò nei locali della Pretura di cui si ha testimonianza nella documentazione comunale.
Il 13 giugno 1910, infatti, il pretore di Tregnago scrisse al sindaco che si sentivano ancora gli effetti dell’incendio alla Pretura e chiedeva maggiori precauzioni per evitare il ripetersi di eventi simili da parte dei Comuni che concorrevano al pagamento dell’affitto dei locali ed in particolare di quello di Tregnago che ne era il proprietario. Venne chiesta inoltre l’installazione dell’impianto di luce elettrica poiché le udienze che si svolgevano in Pretura imponevano l’apertura degli uffici fino a tarda ora e, soprattutto d’inverno, venivano utilizzate per l’illuminazione lampade a petrolio poste su tavoli poco solidi. Il pericolo d’incendio, quindi, persisteva e sarebbe stato ancora più forte se non si fossero prese in considerazione misure adeguate.
Dopo varie interruzioni alternate a riprese[iv], comunque, i restauri furono portati a termine. Il 2 ottobre 1912 l’ingegner Zanderigo compilò la liquidazione dei lavori per il restauro delle Carceri Mandamentali di Tregnago[v]. La spesa avrebbe dovuto essere ripartita a norma di legge fra i Comuni del Mandamento[vi].
Questi continuarono a contribuire al mantenimento del carcere e degli altri uffici giudiziari per qualche tempo fino alla chiusura. Già negli anni ’30 i documenti ci presentano una situazione di decadenza. Quando il 12 giugno 1935 il primo cancelliere della Pretura, con il segretario comunale e il custode, compilò l’inventario degli oggetti di casermaggio di proprietà del Comune presenti nel Carcere e passati allo Stato come prescritto dalla circolare 269 del Ministero della Giustizia datata 23 dicembre 1931, risultano presenti quattro brande in cattivo stato, dieci sacconi in cattivo stato, cinque coperte di lana in buono stato, nove coperte di lana in stato mediocre, dieci coperte di lana in cattivo stato, tre asciugamani in buono stato, 14 lenzuola in condizioni mediocri, sei cucchiai di legno, otto vasi per acqua di terra, otto scodelle di terra, quattro vasi di legno, tre catene di ferro, tre ceppi di ferro per piedi, tre ceppi di ferro per mani.
Notizie successive sul fabbricato carcerario ormai in disuso sono del 1965, anno in cui il Consiglio e la Giunta si posero per la prima volta il problema di un nuovo utilizzo dell’edificio senza trovare una soluzione.
Nell’indecisione si giunse al 1968 quando il Consiglio Comunale constatò che l’artigianato di Tregnago, anche nell’interesse dell’economia generale della comunità, necessita di un centro di richiamo per una opportuna pubblicizzazione; che tale Mostra di richiamo avrebbe tutti i requisiti per concorrere a vitalizzare il Centro del Capoluogo anche in considerazione della tangenziale di Tregnago; che l’afflusso dei turisti per l’Alta Val d’Illasi, specie nei giorni festivi, è intensissimo e potrebbe facilmente essere interessato ad iniziative come la Mostra Artigianale; che l’attuale area delle ex Carceri potrebbe servire, anche per la sua centralità, egregiamente allo scopo. Approvò quindi tale progetto auspicando che la costruenda sede della mostra fosse destinata ad essere punto di richiamo e di vita per Tregnago e fosse dedicata, nel cinquantenario di Vittorio Veneto, alla memoria dei Caduti[vii]. Le intenzioni non furono mai messe in pratica e qualche anno dopo l’intero manufatto fu abbattuto creando letteralmente una fossa tra il palazzo del municipio e gli edifici attigui, che sarebbe stata colmata solo recentemente con la costruzione della nuova sede degli uffici comunali progettata dall’architetto Paolo Portoghesi.
[i] Archivio Comunale di Tregnago (ACT), busta Carcere mandamentale.
[ii] Cfr. ACT, busta Edifici comunali nuova sede municipale – Riatto fabbrica carceri.
[iii] Ibidem.
[iv] Il 2 marzo 1911 il sindaco annunciò al prefetto che i lavori all’interno del fabbricato carcerario erano stati eseguiti ma si sarebbe dovuto soprassedere sui lavori all’esterno fino all’arrivo della bella stagione.
Il 9 marzo 1911 il prefetto scrisse al sindaco auspicando in breve tempo il restauro della parte esterna del carcere mandamentale e il rinnovo della pavimentazione della stanza adibita ad ufficio del custode.
Il 18 ottobre 1911 il pretore di Tregnago comunicò al sindaco che i lavori al carcere erano stati in parte eseguiti ma occorreva ancora sistemare le finestre. Chiese, inoltre, di intonacare il muro della Pretura che guardava sul cortile del carcere perché era molto umido.
Il 24 settembre 1912 il sindaco scrisse all’ingegnere comunale Zanderigo che per poter dividere fra i Comuni del Mandamento le spese sostenute per il restauro del carcere, era necessario che egli preparasse la liquidazione dei lavori che poi avrebbe dovuto essere sottoposta all’autorità competente. Cfr. ACT, busta Edifici comunali nuova sede municipale – Riatto fabbrica carceri.
[v] Ibidem.
[vi] Ibidem.
