Perché non mostrarci contenti e riconoscenti oggi in cui vediamo coronati di alloro i nostri più ardenti desideri, condotti a termine i progetti per i quali lavorarono e pensarono i più interessati cittadini del nostro paese e le persone più illustri della nostra Provincia?
Oh! Si benedica e si benedica con la maggior effusione possibile la prima pietra di quell’edificio grandioso che ridurrà in polvere i nostri sassi, polvere che dirà al mondo la solidarietà delle nostre anime e la tenacità dei nostri valori.
Ricordo un giorno, forse il più bello della mia vita, quando cioè con l’Onorevole Deputazione Provinciale e l’Ingegner Cavalier Giacomelli raggiunsi Bergamo e nella sede principale della Società Cementi venne detto che a Tregnago e non altrove si sarebbero innalzati i tanto contrastati forni cementizi. Vi giuro che in quel momento mi sentii orgoglioso e tanto felice da pensare alla mia Tregnago con un affetto che “intender non lo può chi non lo prova”.
E da qui è nata, nutrita e rinvigorita tutta la mia gratitudine e quella dell’intero mio paese alle nobili, buone ed oneste persone che portarono la loro intelligente attività per la creazione di questi edifici che porteranno più che bene a noi e a chi verrà dopo di noi.
E per primo il nostro Cerato: chi l’avrebbe detto? Un figlio di Tregnago l’illustre Abramo Massalongo, rese immortali i fossili di Bolca, un figlio di Bolca renderà immortali i sassi di Tregnago. A Cerato, dunque, il nostro primo pensiero che aiutato e illuminato dal Cavalier Zanella altro benemerito studiarono il problema dei nostri sassi, sciolto con l’esito più felice dal commendator Pesenti e dal Cavalier Ingegner Radici.
Né vada dimenticata e nemmeno fra parentesi l’opera benefica svolta dalla Deputazione Provinciale e dall’Ingegner Cavalier Giacomelli che dimostrarono e dimostrano quasi una predilezione per la nostra Tregnago pel disinteresse col quale non badarono né a sacrifici, né a spese pur di riuscire nell’intento.
Tutti ricordiamo le visite dei Rappresentanti della Società Italcementi, ma in modo speciale ricordiamo il Commendator Pesenti e l’Ingegner Cavalier Radici, questo l’uomo al cui merito non corrisponde il titolo di Cavaliere, ma gli sarebbe bene appropriato quello di Commendatore, onorificenza che gli auguriamo tutti di cuore.
A tutti, dunque, anche a chi potrebbe esserci sfuggito dalla mente, dal profondo della nostra anima un vivissimo grazie e l’espressione più viva della nostra gratitudine.
Ormai i nostri operai, tutti i volonterosi della nostra valle, avranno lavoro, avranno pane.
Il distinto e zelante signor Testa, direttore assistente dei lavori, aiutato dal bravo e galantuomo Gaetano Beccarle, dimostra una perizia non comune coi nostri operai. Mai un lamento, mai un disgusto, unica la volontà, accontentare i superiori; unico lo scopo, assicurare il pane alle famiglie senza più il bisogno di lasciare il focolare domestico per cercare lavoro in terre straniere.
Non ci abbandoni, no il signor Testa anzi incoraggiato e consigliato dai suoi superiori resti in mezzo ai nostri operai, li compatisca, li migliori, formi di tutti una cosa sola perché le assicuro io che i miei Tregnaghesi sono tutti buoni, e voi operai siate obbedienti, giusti, onesti. Oggi è la vostra festa, la Festa del Lavoro, senza del quale non vi è pane, non vi è progresso, non si può avere benessere sociale.
Tregnago tutta applaude, ringrazia quanti vollero onorare della loro presenza questo bel giorno, e posa fiduciosa il fiore della riconoscenza su questa pietra, principio e simbolo di quell’edificio che formerà la pagina più gloriosa della nostra storia[i].
La fabbrica era dotata di dieci forni verticali e di un gruppo di macinazione azionato da motori a gas povero. La materia prima proveniva dalle cave sul monte Tomelon, a ovest del paese, a quota 457 metri. La marna era scaricata a valle su vagoncini che scendevano sfruttando i 150 metri di dislivello e facevano risalire in cava quelli vuoti sfruttando una teleferica lunga 1.200 metri, che era un residuato bellico.
Tutto il lavoro era fatto a forza di braccia e con l’utilizzo di picconi e badili. La fabbrica diede occupazione e un reddito a molte famiglie, ma gli operai in cava furono ridotti drasticamente nel secondo dopoguerra con l’arrivo del primo escavatore meccanico. Nonostante ciò, fu ampliato il fronte di cava e aumentò la produzione di cemento, destinata alla ricostruzione dalle macerie del conflitto da poco terminato.
La vendita della calce idraulica iniziò nel 1923 e la produzione del legante Portland naturale, dopo un primo infelice esperimento effettuato con un forno verticale appositamente costruito, fu sospesa.
Nel 1924, con l’installazione di un forno rotante, iniziò la produzione del Portland artificiale per via umida a livelli giornalieri di 600 quintali circa. Il reparto di macinazione era costituito da un molino per il materiale crudo e da uno per il prodotto cotto.
Tuttavia, qualche decennio dopo, la nascita di nuovi cementifici non molto lontani – due a Monselice (PD) e uno a Rezzato (BS) – costruiti con nuove tecnologie di produzione, decretò la fine dello stabilimento. L’ultimo forno fu spento nel 1963, mentre fino al 1975, anno della chiusura definitiva, si continuò a lavorare il Clinker, materiale granuloso ottenuto per cottura dalla marna, portato con i camion da altri stabilimenti del gruppo per essere macinato e insaccato.
A Tregnago sono rimasti la cava e lo stabilimento dismessi, oltre alla fama di un cemento considerato di ottima qualità, lento alla presa, di straordinaria purezza e resistenza, al punto che nella lavorazione si doveva aggiungere materiale inerte – la ghiaia del Progno – per riportarlo nei parametri di legge.
Per questo era molto apprezzato e nel progetto per la costruzione del ponte stradale che collega Venezia con la terraferma è espressamente indicato che nella posa dei piloni di sostegno si usi cemento 680 di Tregnago.
