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7 giugno 1891: terremoto a Tregnago

    Nella notte tra il 6 e il 7 giugno 1891, una forte scossa di terremoto svegliò improvvisamente la popolazione alle 2:04. Il fenomeno durò circa 10-12 secondi e provocò danni ingenti nelle valli di Illasi, Mezzane, Cazzano, Alpone, Chiampo. 

L’attività sismica colpì alcune vallate del massiccio dei Lessini caratterizzate da una bassa presenza di popolazione residente in piccoli paesi la cui economia era basata principalmente sull’agricoltura. Risultarono danneggiati perlopiù edifici in cattivo stato di conservazione o costruiti in modo poco durevole. Le cronache del tempo parlano di una donna di Marcemigo che morì perché, durante una scossa, si rifugiò sotto el seciàro – il secchiaio – della cucina. Improvvisamente il grosso blocco di pietra si scardinò dal muro e le cadde addosso schiacciandola.

Molte furono le testimonianze dirette e giornalistiche sull’evento. Particolarmente vivida è quella che Gianfrancesco Cieno pubblicò nel 1892 in un opuscolo in cui raccontava i giorni del terremoto nel suo paese: Badia Calavena[i].

Alle ore una e minuti sette, poco tempo prima dell’urto tremendo, fu avvertita da molti una scossa tellurica di qualche potere, ma senza allarmi nel paese, provato alle maggiori, eppure innocue, del 29 Giugno 1873. Così tutti davansi, benché con più marcate inquietudini, all’ultimo riposo della notte, tempo in cui il sonno più strettamente avvince le tempie dell’uomo, massime se gravato dalle fatiche del campo.

Qualche istante prima delle 2.4’ ant., ebbe principio il grande movimento. Si fece prima sentire un lieve tremolio seguito da altro più forte; alle ore 2.4’ m. il fatale sussultorio, che durò 4 secondi, ed infine il vorticoso-ondulatorio in senso E. O., in tutto circa 10 secondi. Precedeva il movimento una vivissima luce sprigionata dalla terra, e lo susseguiva un fortissimo rombo veniente da Ovest, quale di una grossa batteria di cannoni sparata non lontano, ed un vento sottile, pauroso, ronzante da S. E., come pure un cigolio stridulo facevasi sentire nell’aria tepefatta.

Si può immaginare, ma non al vero descrivere la scena spaventosa. I monti, gli alberi, le case, tutto era in moto ondeggiante, in traballamento sfrenato, in vorticosa agitazione da far smarrire ogni spirito in chi ebbe la dura sorte di trovarvisi in mezzo.

Le tegole dei coperti sconvolte e rotte giù scrosciavano in gran tempesta sui granai o nelle corti; gli intonachi sgretolati dei muri, i sassi, le travi, le intere pareti, le intere case giù cadevano nei sottoposti vani in un cumulo informe di rottami frammisti alle stoviglie, agli attrezzi di cucina, ai mobili spaccati od infranti. I muri di cinta, le muricele di sostegno nei colli, gli stessi massi di forte calcare negli alti monti giù precipitavano con fracasso assordante, uno scompiglio, una scena, una catastrofe indescrivibile.

E i poveretti travolti nel grande eccidio? Al primo urto del terremoto gli uomini, ma più di essi le donne, trabalzati qua e là nel letto, in preda al massimo spavento, urlavano, piangevano, chiamavano con parola interrotta a nome i famigliari.

Nei maggiori sussulti del movimento fu tale il terrore da cui furono invasi che a tanti mancava affatto la voce, e, istupiditi, non potendo più gridare, gesticolavano come pazzi, o correvano per le stanze fra i sassi, i mobili capovolti e le travi cadute, senza alcuna direzione e pensiero.

Le madri, in modo speciale, erano in tale costernazione, che, quali frenetiche, cercavano i figli, che avevano tra le braccia, il marito, che era loro presente; ed anziché fuggire dal pericolo, come porta l’istinto, disperate dibattevansi smaniosamente nel letto stringendo al seno i bambinelli, che piangevano perduti. Era un’angoscia, una scena la più commovente[ii]!

Nei giorni che seguirono arrivarono in vallata il prefetto ed altre autorità per constatare di persona l’entità dei danni.

Cieno racconta il loro arrivo a Badia Calavena. Accompagnato dalle autorità di Tregnago, il giorno 10 di Giugno giunse desideratissimo l’ill. Sig. Prefetto Comm. Conte Sormani Moretti. Con instancabile pazienza, unito alla rappresentanza comunale e parrocchiale, si fece su tutti i luoghi i più percossi. Visitò le contrade Lerchi, Trettene, Riva, Tessari, Piazza; s’introdusse senza tema nelle case pericolanti del povero e del ricco per constatarne de visu il danno. Diede ascolto alle parole di ogni disgraziato, a tutte le storie pietose del 7 Giugno; e solo dopo raccolte precise note d’ogni sventura, d’ogni lamento, prese commiato assicurando del suo appoggio presso il Governo e la Provincia in bene dei disgraziati, lasciando di sé la più cara memoria.

Le visite del R. Prefetto e di tanti generosi personaggi nei comuni del disastro non riuscirono infruttuose. Compresi dall’entità delle gravi miserie che videro coi propri occhi, posero mano pietosa in sollievo delle medesime.

Fecero noti a S. M. il Re, al R. Governo, ai corpi morali, ai cittadini il grido di lamento che usciva dalla desolata valle di Tregnago; e il generoso appello fu dovunque sentito con profonda impressione, disponendo gli animi alla beneficenza. Anzi in Verona, con a capo il R. Prefetto, si costituì in comitato un eletto numero di cittadini per raccogliere il dono dei pietosi.

S. M. il Re, sempre benefico nella sventura, ebbe ad elargire una somma rilevante, seguito nell’esempio dalle loro A. R. i Duchi di Genova. L’eccelso Ministero, l’on. Deputazione Provinciale di Verona, il Comitato di Montevideo in America, la Cassa di Risparmio di Verona e le Società ferroviarie furono larghe di sussidio. I giornali L’Arena, L’Adige, la Gazzetta Piemontese, il Messaggero di Roma, il Resto del Carlino, il Secolo raccolsero vistose somme nelle rispettive città, commovendo col loro valido appello gli abbienti in soccorso dei fratelli nel bisogno. Così si ottenne una ragguardevole somma, invero non rispondente alle troppo gravi necessità, ma che pur, nelle generali miserie in cui è avvolta la nostra Provincia e le altre d’Italia, rivela il cortese spirito di beneficenza, ed il buon volere che informa i donatori.

Nel giorno 12 Giugno, dietro istanza di alcuni danneggiati, una squadra di soldati del Genio Militare venne ad abbattere gli edifici minaccianti, e provvedere alle necessarie puntellazioni. Quei baldi figli di Marte, dietro la guida del loro esperto tenente Biancolini in pochi giorni, con esemplare abilità e coraggio, eseguirono il pericoloso incarico, meritandosi l’ammirazione del pubblico. Le puntellazioni solo in poca parte furono eseguite dai soldati perché i proprietari stessi, vista l’urgenza del bisogno, avevano già provveduto col legname delle case rovinate, o tolto nei boschi, di cui per buona ventura va ricca Badia, ed anche con travi comperate dal Municipio. Così in pochi giorni ebbe termine l’ardua impresa di abbattimento e di puntellazione con lode all’Esercito ed al popolo di Badia[iii].

Le scosse si susseguirono per alcuni mesi e gli abitanti dell’alta Val d’Illasi ne misurarono l’intensità mettendo per terra alcuni bicchieri colmi d’acqua. Al momento della scossa, se l’acqua fosse fuoriuscita dal bordo, sarebbe stato il momento di uscire di casa. 

Il terremoto, tuttavia, non fu l’unico fenomeno naturale infausto che si abbatté sul territorio in quei giorni. A partire dal 9 giugno un’ondata di maltempo eccezionale, caratterizzata da forti piogge e grandinate, causò straripamenti di alcuni corsi d’acqua in seguito ai quali morirono alcune persone[iv].

A Tregnago furono montate tende nella piazza del Mercato per dare ricovero alla popolazione che pernottava all’aperto. L’Amministrazione Comunale richiese più volte l’invio di tende militari[v] e di uomini e mezzi che potessero aiutare per lo sgombero delle strade e per la demolizione degli edifici pericolanti.[vi]. I ricoverati nelle tende dovettero fronteggiare anche un’epidemia di difterite mentre la Prefettura di Verona intervenne inviando soccorsi e incaricando l’ingegnere capo del Genio Civile di dirigere le operazioni di sgombero e di puntellamento degli edifici[vii].

Una settimana dopo le scosse principali, il prefetto di Verona visitò le aree maggiormente danneggiate[viii], oggetto di indagine anche da parte di una commissione ufficiale. 

Il Governo e la Curia Vescovile di Verona elargirono sussidi ma non mancarono polemiche a proposito delle operazioni di soccorso e dei metodi adottati per le perizie dei danni condotte dal Genio Civile[ix].  

Il 7 luglio 1891, per la prima volta dopo il grave evento sismico, si riunì il Consiglio Comunale di Tregnago presieduto dal sindaco Antonio Cavaggioni. La deliberazione con oggetto: Mutuo passivo ristauro edifici comunali è il primo atto comunale che cita il terremoto: eccone il testo.

Torna inutile dimostrare al Consiglio i danni arrecati al comune dal terremoto fra cui quelli apportati ai fabbricati di proprietà comunale. Questo municipio assistito da persone volonterose si è adoperato con ogni possa per procurare dei soccorsi ai più bisognosi e provvedere alla sicurezza delle case minaccianti rovina prevenendo così terribili più funeste conseguenze a danno di tutti. È pur noto come il terremoto ha straordinariamente rovinati i fabbricati di proprietà comunale ad uso del Municipio, della Regia Pretura, Ufficio di Registro, ad uso scuole, come danneggiò enormemente la torre campanaria del castello ed abbattuta la casa ad uso del custode del pubblico orologio; come scassinò la casa Canonica di Cogollo e resa inservibile la casa ad uso scuole di detta frazione presa in affitto. Che per causa di tanti danni l’Ufficio Municipale, la Pretura, l’Ufficio Registro dovettero abbandonare le loro residenze portandosi a funzionare in fabbricati e destinati ad altri usi i quali presentavano minori pericoli alla sicurezza delle persone e che furono sospese le scuole per mancanza di adatti locali. Di fronte a tanti disastri e a tanti bisogni, la Giunta in seduta 19 giugno deliberava in via d’urgenza di far riparare in via economica i danni del fabbricato municipale e ridurre ad uso abitazione di tante famiglie rimaste senza tetto  la casa comunale a Sant’Egidio detta di Sant’Antonio; ordinando i lavori necessari al palazzo Pellegrini per reintrodurre gli uffici e ciò pure in via economica a mezzo del capo mastro sig. Bertoldi Domenico facendo fronte in parte alla spesa col fondo preventivato nel Bilancio circa di £ 1.000 per lavori al coperto del Fabbricato Pellegrini e ripristinati i danni al fabbricato municipale […].

Dalla medesima delibera si evince che le scuole comunali furono collocate in una casa privata agibile; la Pretura fu ospitata nel palazzo del conte Francesco Cipolla; l’Ufficio del Registro fu spostato nella casa d’abitazione del titolare. Per i restauri degli edifici comunali sarebbero occorse circa 15-20.000 lire, perciò il comune accese un mutuo di 20.000 lire, da estinguere in vent’anni, con la Cassa di Risparmio di Verona[x].  



[i] Cfr. G. F. CIENO, il terremoto di Badia Calavena, Giazza 1980, p. 57.

[ii] Ibidem, pp. 16-18.

[iii] Ibidem, pp. 37-39.

[iv] Dalle notizie de Il Corriere della Sera, del 10-11 giugno 1891.

[v] Archivio dell’Ufficio Centrale di Ecologia Agraria, Cartoline macrosismiche pervenute all’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geodinamica di Roma relative al terremoto del 7 giugno 1891.

[vi] Il Corriere del Polesine, 12 giugno1891.

[vii] Il Corriere della Sera, 13-14 giugno 1891.

[viii] Il Corriere della Sera, 15-16 giugno 1891.

[ix] Cfr. Biblioteca Capitolare di Verona, Protocollo civile 1881-1893, busta 69, Lettera di Zandomeneghi A. parroco di Cazzano di Tramigna, al Vescovo di Verona, Cazzano di Tramigna 30 dicembre 1891; Protocollo civile 1891-1902, busta 3, Lettera della Curia Vescovile di Verona al Prefetto di Verona, 14 giugno 1891; Protocollo civile 1891-1902, busta 3, Lettera del Vicario Generale di Verona Peloso G. al Prefetto di Verona, 26 settembre 1891. Inoltre, Il Berico, 8-9 giugno 1891.

[x] Archivio Comunale di Tregnago (ACT), Registro Delibere del Consiglio Comunale aprile 1885-1897.





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