Ettore Castiglioni nacque a Ruffré, in Val di Non, nel 1908, da una ricca famiglia milanese che si trasferiva per lunghi periodi a Tregnago dove possedeva una villa, nota come villa Adelia. In questa casa, egli amava trascorrere i momenti di riposo, di pausa e di scrittura delle sue guide delle Alpi. Tregnago è spesso nominato nel suo diario: era il luogo dell’infanzia ormai introvabile, dove Ettore cercava uno scoglio a cui aggrapparsi[i]. Il 5 novembre 1941, ad esempio, scriveva: consegnato l’ultimo capitolo, eccomi di nuovo qui a Tregnago a godermi le sinfonie di luci dei tramonti autunnali. I boschi e i prati ingialliscono, le viti e i cespugli sono rossi accesi; accordi preziosi il colore avvinazzato del fogliame, i grappoli bruni e vellutati e il candore della nevicata precoce, che aveva imbiancato tutte le colline. Vivere della natura e sognare; e dimenticarsi nella gran pace dell’estasi, senza saper più nulla del mondo che ci circonda[ii].
Si laureò in Giurisprudenza nel luglio 1931. In quell’occasione scrisse: oggi la laurea. Volevo 110 e sapevo che il mio lavoro lo meritava, ma sapevo anche che per qualche motivo non l’avrei raggiunto. La discussione brillantissima, tuttavia mi ha dato molta soddisfazione. Così ho chiuso, credo per sempre, i miei studi “ufficiali” cioè quegli studi che annoiano, pesano e non rendono niente. Il solo lavoro di laurea mi ha dato un po’ di soddisfazione, perché lavorandoci son riuscito a sentirlo veramente cosa mia. I molti problemi cui mi sono trovato di fronte sono stati altrettanti strapiombi, che hanno reso bella e ricca l’ascensione. Ora più grandi strapiombi mi attendono. Ma la vita di crode che mi riprometto di condurre quest’estate mi saprà dare la forza e la sicurezza in me stesso[iii].
Tra i suoi interessi c’erano la musica, l’arte e soprattutto la montagna. Divenne uno dei più grandi alpinisti italiani del periodo tra le due guerre mondiali. La sua passione per le scalate lo portò ad aprire più di 200 nuove vie nell’intero arco alpino. Il suo ideale di alpinismo non era la ricerca della difficoltà, ma l’esplorazione dei gruppi montuosi visti con l’occhio preciso dello scrittore di guide di grande valore. Per lui la scalata alpinistica era intesa come momento estetico.
Compì grandi imprese insieme a compagni fidati. Il primo fu Celso Gilberti: con lui e con Vitale Bramani salì lo spigolo ovest della Presolana nell’ottobre del 1930. Sempre con Gilberti percorse la difficile via sulla parete nord-ovest della cima Busazza nell’agosto del 1931. Nel 1933 trovò un compagno ideale in Bruno Detassis, con il quale compì molte salite importanti. Nell’estate di quell’anno i due aprirono molte vie tra le Dolomiti di Brenta, come la nord del Dos di Dalun e la diretta di quella che fu nominata Torre Gilberti.
Nel 1937 Castiglioni partecipò ad una spedizione alpinistica in Patagonia guidata da Aldo Bonacossa e nello stesso anno conquistò la parete nord-ovest del Pizzo Badile in cordata con Vitale Bramani.
Le scalate e le sue capacità di scrittore gli permisero di redigere alcune guide alpinistiche per il CAI/Touring Club Italiano. Firmò infatti le guide dalla tipica copertina in tela grigia Pale di San Martino, Odle-Sella-Marmolada, Dolomiti di Brenta e Alpi Carniche[iv]. Nel 1936 ricevette la medaglia d’oro al merito alpinistico.
Nel 1942 venne chiamato alle armi e, come sottotenente degli alpini, fu istruttore presso la scuola militare alpina di Aosta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderì alla Resistenza e al Comitato di liberazione Nazionale.
Con alcuni ex-commilitoni organizzò un gruppo partigiano in una malga sull’Alpe Berio in Valpelline. La posizione strategica a ridosso del confine italo-svizzero e l’esperienza alpinistica permisero di mettere in salvo oltre confine centinaia di antifascisti – tra i quali Luigi Einaudi, futuro Presidente della Repubblica – ed ebrei perseguitati dalle leggi razziali fasciste.
Per il sostentamento e l’autofinanziamento, il gruppo contrabbandava con le guardie svizzere forme di formaggio. In questo modo risultava più facile far attraversare la frontiera ai fuggiaschi.
Durante una di queste operazioni, Castiglioni fu arrestato al confine elvetico e accusato di spionaggio e contrabbando. Dopo una reclusione di cinque settimane nelle carceri del Vallese, venne rimpatriato.
Rientrato in Italia, cercò di ricostruire un nuovo gruppo come quello del Berio. Forse proprio per questo motivo tornò clandestinamente in Svizzera sotto falso nome, ma fu di nuovo arrestato.
Privato degli scarponi da montagna, della giacca a vento, dei pantaloni e degli sci, fu trattenuto nell’Hotel Longhin a Maloja da dove, il 12 marzo 1944, fuggì verso l’Italia. Vestito con una coperta, un lenzuolo e senza scarpe, tentò di scendere attraverso il Passo del Forno verso la Valmalenco, ma si accasciò sfinito sulla neve e morì assiderato pochi metri dopo il confine di Stato.
Il suo corpo fu ritrovato qualche mese dopo. Riconosciuto Giusto tra le Nazioni, è sepolto nel cimitero di Tregnago.
[i] Cfr. E. CASTIGLIONI, Il giorno delle Mèsules. Diari di un alpinista antifascista, Torino 1993, p. 70.
[ii] Ibidem, p. 244.
[iii] Ibidem, pp. 29-30.
[iv]Cfr. https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/ettore-castiglioni-e-le-guide-cai-tci visitato il 23 novembre 2020
