Situato su un colle ad est del paese e costruito tra l’XI e il XII secolo sui resti di un’antica fortificazione romana, il castello era un recinto fortificato destinato ad accogliere la popolazione e il bestiame in caso di attacchi provenienti da nord e da nord-est. Di esso rimangono solo pochi resti tra cui la torre pentagonale ormai diroccata e la torre dell’orologio, via di accesso al complesso, in parte rifatta, sulla quale è visibile un affresco del XIV secolo raffigurante la Madonna con il Bambino e una figura in ginocchio.
Nel dicembre del 1891, poco dopo il terremoto, Carlo Cipolla descrisse il castello in un articolo pubblicato sul periodico Arte e storia. Ecco com’era: pur troppo esso si trova in istato quasi di rovina completa; e i terremoti del giugno e dell’agosto di quest’anno hanno non poco cooperato al suo disfacimento. A chi ascende il colle sul cui vertice si innalza il castello, si presenta anzitutto la torre, in cui si apre la porta, che è difesa da alcuni speroni murali. Entrati, vediamo che il castello è costituito da una semplice cinta, interrotta a giusti intervalli da torri aperte e di forma semplicissima. Dal lato che quasi si oppone a quello dove apresi la porta, trovasi un complesso di fortificazioni raddoppiate, che costituisce il vero mastio. E infatti c’è una grande torre centrale, addossantesi alla cinta: essa è di forma pentagonale, e lo rilevo assai volentieri, poiché la storia della torre pentagonale (che precede e prepara il bastione) ha la sua importanza nella storia dell’arte militare. […] Nel caso di Tregnago, la torre suddetta è pentagonale; essa, dicemmo, si appoggia alla cinta, ma si appoggia in modo da spingere all’esterno della medesima cinta uno dei vertici del pentagono. E qui bisogna dire che qui non si tratta di un vero pentagono matematico, in cui tutti gli angoli siano uguali; la punta che spingesi fuori dalla cinta racchiude l’angolo più acuto. Il lato del pentagono, che rimane internamente alla cinta, prolungasi a destra e a sinistra in due cortine murali, dell’altezza delle altre mura, così che la torre rimane come serrata da due cortine, le quali poi finiscono alla loro estremità in altre due torri[i].
Il castello, con il passare del tempo, divenne il luogo dove i Tregnaghesi erano soliti andare a mangiare le uova sode e le brasadéle il giorno di Pasquetta. In quell’occasione molti salivano sulla torre dell’orologio, dove si trova tuttora una campana, a suonare el ti-ni pa-pa. La torre era aperta al pubblico e chi accedeva alla cella campanaria era dotato di una lira, un disco in acciaio di circa 12 centimetri di diametro e due centimetri e mezzo di spessore. Con questa batteva quattro volte sulla parte alta della campana emettendo un suono acuto, due sulla parte bassa per ottenere un suono più basso, ancora quattro sulla parte alta e poi con un colpo col batacchio che è ancora più basso, seguito da una sequenza più breve fatta da due colpi nella parte alta, due in quella bassa, due nuovamente in quella alta e due col battacchio. Per memorizzare le operazioni si ripeteva mentalmente una cantilena che faceva: ti-ni- ti-ni, pa-pa, ti-ni-ti-ni, bom, che veniva anche scherzosamente completata con a-ti-la, pe-na, e-mi, ’l ca-pon, pon. Moltissime erano le persone che chiedevano di salire a suonare: si creava così una sorta di competizione per chi riusciva a dare maggior forza e ritmo ai colpi della lira.
Il bello, però, era trovarsi tra gruppi di amici e conoscenti, seduti sul prato a mangiare e chiacchierare.