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La famiglia Loëwenthal: un tragico episodio accaduto a Marcemigo alla fine della Seconda Guerra Mondiale

    Robert Loëwenthal, la moglie Anna Rosenwald e la figlia Brigitte, ebrei originari di Berlino, arrivarono a Roma nel 1933 per sfuggire alle persecuzioni razziali. In Germania il capofamiglia era sospettato di aver stampato manifestini comunisti nella tipografia di cui era titolare.

    A Roma i Loëwenthal vissero clandestinamente fino al 1938, quando si trasferirono a Verona dove Robert fu assunto presso la Mondadori e ne ottenne la direzione tecnica.

    Qui i tre instaurarono buoni rapporti con un gruppo di giovani artisti antifascisti che si riunivano talvolta nello studio dello scultore Berto Zampieri. 

    Dopo l'8 settembre 1943, però, furono costretti a lasciare la città divenuta poco sicura e Zampieri procurò loro un rifugio a Marcemigo. Robert, però, ben presto lasciò qui la moglie e la figlia e si nascose in contrada Carbonari, sui monti a est di Tregnago.

    Le vicende successive della famiglia sono collegate all’episodio dell’assalto al carcere degli Scalzi di Verona del 17 luglio 1944 durante il quale fu liberato Giovanni Roveda ma ci furono alcuni morti. Berto Zampieri, ferito, si rifugiò anch’egli a Marcemigo dove, qualche mese dopo, il 28 febbraio 1945, furono arrestati Robert Loëwenthal, la moglie e la figlia. In quei frangenti capirono che sarebbero stati trascinati via con la forza e preferirono avvelenarsi con dei farmaci.

Robert morì lo stesso giorno, Anna il 3 marzo mentre Brigitte riuscì a salvarsi, dopo la guerra sposò Berto Zampieri, ed ebbe da lui due figlie. I corpi dei coniugi Loëwenthal furono sepolti nel cimitero di Tregnago e nel 2001 furono trasportati al cimitero ebraico di Verona.

 

    La vicenda di Marcemigo 


    Gli incontri del gruppo di cui Robert faceva parte avevano luogo non solo nella abitazione dei Loëwenthal, ma anche in quella di Attilio Dabini e specialmente nello studio di Berto Zampieri. 

Brigitte e Berto Zampieri nell’inverno 1942 - 43 organizzarono, insieme a Gino Dusi, la produzione e la diffusione di manifestini che incitavano gli operai a rifiutare ai tedeschi la loro collaborazione nelle fabbriche della Germania. 

    Gli avvenimenti dell’8 settembre misero però i Loëwenthal nella necessità di nascondersi. Dopo essere stati separati per qualche mese, si riunirono in dicembre, con l’aiuto di Berto, a Marcemigo, presso la famiglia di Luigi Rancan, un operaio del cementificio di Tregnago. 

Avendo partecipato all’assalto al carcere degli Scalzi conclusosi con la liberazione di Giovanni Roveda, importante esponente del sindacalismo italiano e dell’antifascismo, verso la fine di luglio, giunse a Marcemigo anche Berto Zampieri che era ricercato. 

Passarono quaranta giorni e, quando si seppe che le truppe tedesche erano giunte a Tregnago, Robert,     Berto e Brigitte si rifugiarono in una grotta nascosta nel bosco sovrastante, e lì dovettero rimanere per cinque giorni. Il loro arresto avvenne il 28 febbraio 1945, nella casa dei Rancan. Su questa vicenda. abbiamo la testimonianza di Brigitte Loëwenthalsopravvissuta ai genitori. 

    Alle otto del mattino del 28 febbraio i fascisti fecero e arrestarono Berto e, Ricorda Brigitte,
Mi ordinarono di andarmi a vestire, perché́ dovevo essere accompagnata al comando di Verona con gli altri. Salii in camera e trovai mio padre sdraiato sul letto, vestito; la mamma stava ingerendo delle pastiglie di sonnifero, credo che ne abbia inghiottite una ventina. Io rimasi esterrefatta, perché́ non avevo previsto una soluzione del genere, per quanto l’argomento fosse qualche volta affiorato nei nostri discorsi. 

    Dissi: “Non crederete certo che io voglia sorbirmi tutto ciò da sola. Voglio anch'io queste pastiglie!”.
Allora mia madre mi diede in silenzio un tubetto di Nirvonal, contenente venti pastiglie, che inghiotii in fretta, a cinque alla volta.


    Poi aiutai la mamma a sistemare sul letto il corpo esanime del padre, e cominciai a vestirmi. Mentre, già̀ vestita, stavo tirandomi su le calze, mi venne come un velo nero davanti agli occhi e fui presa da una leggera nausea e dopo pochi attimi perdetti anch'io conoscenza. 

Furono trasportati d’urgenza, su un carretto, all'ospedale di Tregnago. 

    Il mio primo ricordo — dice Brigitte — risale solo alla notte fra l’uno e il due marzo. Erano passate circa quaranta ore dagli istanti del mio avvelenamento e io mi sentii ad un tratto colpita da una forte luce agli occhi. Era infatti venuta la suora che mi assisteva, la quale, sollevatemi le palpebre, mi aveva proiettata sugli occhi la luce di una lampadina tascabile. Insieme al ricordo di quella luce violenta mi è rimasto anche quello di una sensazione di freddo alle labbra. Era il crocefisso che la suora in quel momento mi aveva posato sulla bocca, perché́ lo baciassi.
    Solo al mattino ripresi completa conoscenza. Ero quasi accecata, vedevo tutto annebbiato e distinguevo a intervalli le sagome delle persone, solo però quando erano vicinissime al letto. 

    Mi trovavo in queste condizioni quando subii il primo interrogatorio. Mi chiesero come si chiamava Berto, chi era; risposi che era Angelo Bertoli, e ancora oggi mi stupisco di avere avuto tanta presenza di spirito. Angelo Bertoli era infatti il nome della falsa carta di identità̀ di Berto. Mi chiesero poi ove lo avessi conosciuto e inventai che lo avevo incontrato in un caffé a Milano. Volevano sapere altre cose ma intervenne la suora, che pregò i fascisti di lasciarmi tranquilla. La mamma era ancora viva e dormiva nel letto accanto; spirò la notte fra il 2 e il 3 marzo. 

    Avevo ripreso ancora più coscienza e forze e ci vedevo già meglio, quando mi accorsi che alla mia sinistra non si faceva più sentire il respiro di mia madre. 

    Mi voltai e vidi che le avevano coperto il viso con un lenzuolo. Saltai giù dal letto e mi gettai sulla mamma morta e continuai a baciarla, gridando e piangendo. 

    Mi costrinsero con la forza a rimettermi a letto e mi fecero una puntura che mi tolse di nuovo i sensi.     Quando rinvenni la salma di mia madre non c’era più̀. 

    Non sapevo ancora che mio padre era pure morto. Mi dicevano che stava benino, ma dopo altri due giorni mi rivelarono la verità̀[1].

 

 



[1] B. Perotti, A. Dabini, Assalto al carcere. La storia e il racconto della liberazione di Giovanni Roveda dal carcere veronese “degli Scalzi”, Verona 1995, pp. 40-41.






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