Qualche anno fa, in una soffitta di Tregnago, fu trovata per caso una busta ormai ingiallita che conteneva alcune cartoline, lettere e telegrammi di un ufficiale che prese parte alla Prima Guerra Mondiale, fu catturato nel maggio del 1916 e fu inviato al campo di prigionia di Sigmundsherberg[1], in Austria. Le cartoline postali portano il timbro del campo e della censura, come le buste delle lettere.
Lo scrivente è il vice ispettore forestale - in guerra capitano di fanteria - Guido Canciani, nato a San Giorgio di Nogaro in provincia di Udine intorno al 1887. Sposato con Maria Coceani, nel 1913 subentrò ad Angelo Borghetti quando questi, dopo i lavori di rimboschimento della foresta di Giazza, fu trasferito ad Avellino[2]. Visse in via Rì a Tregnago, dove - sempre nel 1913 - vide la luce suo figlio Paolo.
Le missive reperite, 12 cartoline, tre lettere e due telegrammi di Guido e due lettere di suo padre Mario, sono destinate alla medesima persona: Gaetano Battisti[3], un merciaio che gestiva un negozio in centro paese, di fronte alla chiesa di Sant’Egidio. Battisti, per il lavoro che svolgeva, aveva la possibilità di conoscere molte persone e di instaurare con loro rapporti di cordiale amicizia. Questo sembra sia accaduto anche con il forestale Canciani che, tra l’altro, aveva il suo ufficio proprio nelle vicinanze del negozio.
Il tono usato dal corrispondente è amichevole ma non troppo confidenziale: all’interlocutore si rivolge sempre con il “lei” chiedendo informazioni e fornendo notizie nel limite del possibile. I prigionieri, infatti, avevano la possibilità di scrivere poche cartoline o lettere al mese con testi lunghi non più di 15 righe.
Il 28 giugno 1916 Guido comunica di essere arrivato a Sigmundsherberg da circa un mese ma ha la speranza di poter essere liberato a breve: questo primo mese è volato spero volino anche gli altri e che siano pochi. Nonostante che la stagione estiva sia iniziata, al campo di prigionia fa sempre cattivo tempo e freddo come in Ottobre e Novembre. Egli, tuttavia, desidera tranquillizzare chi è lontano parlando delle sue attività quotidiane e dipingendo un quadro piuttosto rassicurante, sia pure facendo trasparire l’inutilità della situazione in cui sta vivendo: passo il tempo studiando e dormendo. Spesso si gioca a Terziglio anche col dott. Bonazzi[4]. Se dura molto questa vita, si diventa stupidi, quindi saluta l’amico: chiudo perché ho finito le 15 righe previste.
I sentimenti espressi dagli scritti sono diversi: con la nostalgia per la famiglia di cui il recluso può avere notizie scarse e frammentarie, sono presenti la consapevolezza di non poter fare nulla per aiutare i suoi cari in Italia e il desiderio di farsi ricordare dagli amici rimasti in paese, come se ciò garantisse il proseguo della vita.
Adottando un linguaggio elegante e stilisticamente corretto, con toni talvolta quasi letterari, Canciani riesce a non trasmettere tristezza in chi legge. Egli vive l’esperienza della guerra e della detenzione per almeno due anni ma il suo pensiero appare sempre rivolto a chi ha lasciato. Come scrive Fabio Caffarena, «la corrispondenza scambiata tra il fronte e la casa rinsalda legami che continuano a creare un tessuto relazionale anche a distanza e nel corso dei lunghi anni di guerra»[5].
Con il passare del tempo, mentre le speranze in una brevità della prigionia affievoliscono, cresce la rassegnazione. Il 25 luglio 1916, dopo aver ringraziato l’amico Battisti per un suo scritto, afferma di trovarsi in una situazione penosa e non ha idea di quanto tempo questa possa durare: Se io le dicessi semplicemente grazie per le buone parole che ella ebbe per me, mi sembrerebbe di rispondere inadeguatamente a quanto l’animo Suo volle significare e volle esprimere comprendendo la situazione penosa e punto invidiabile in cui io mi trovo e nella quale dovrò chissà per quanto tempo rimanere. Mi misi tranquillo soltanto pochi giorni fa, quando cioè mia moglie mi assicurò sulla loro buona salute e che a tutto aveva provveduto. Spero sia ben così, e qui si deve anche vivere nella illusione che di noi prigionieri voialtri possiate benissimo farne a meno perché ormai gli internati sono diventati tanti automi, montati e regolati a orologio, a un orologio però che batte di un ritmo enormemente lento e stiracchiato sì che fa farci le ore eterne, interminabili, poiché sempre aleggia la speranza di sentire qualche buona notizia; ed è perciò che il tempo scorre così pigro.
In una situazione temporale resa irreale dalla lentezza, nel campo ognuno cerca di svagarsi come può e quanto può. Qualcuno ha ordinato in Italia perfino un gioco di bocce. Se penso che un tempo giocavo anch’io alle bocce, in tutt’altro ambiente però, e senza preoccupazioni in testa.
L’ultima parte della lettera è dedicata ad amici e conoscenti che lo scrivente ha incontrato a Sigmundsherberg: come le dissi, c’è qui il dottor Bonazzi, nipote dell’amico suo di Mizzole. È addetto al servizio esclusivo del riparto ufficiali[6], ma sebbene siamo qui in 420 circa, vedo che non ha molto da fare. Meglio così. C’è pure un altro veronese, il figlio dell’avv. Cesare Marani, che per certo tempo fu mio subalterno in Compagnia e poi passò a una sezione mitragliatrici.
C’è il dott. Porta, figlio del chirurgo Porta di Lonigo, ma tutti ancora non li conosco. Le riscriverò a giorni: dobbiamo limitare la corrispondenza, e la censura esige che anche dall’Italia non si scriva troppo. Le ricambio l’affettuoso saluto rivoltomi, ringrazi per me tutti quelli che vollero ricordarmi per di lei mezzo e mi auguro che almeno voialtri non abbiate da risentire più oltre gli effetti della guerra.
Canciani nomina spesso la censura che durante la Prima Guerra Mondiale - come dice Leo Spitzer studiando la corrispondenza dei prigionieri a Sigmundsherberg e Mauthausen con i loro familiari - svolgeva la sua attività ispirandosi a tre criteri: quello difensivo, quello informativo e quello caritatevole o umanitario. I primi due fattori erano regolati interamente dalle necessità della guerra ma il terzo teneva conto anche dei bisogni del singolo individuo e permetteva loro di scrivere e di ricevere corrispondenza da casa[7].
Il prigioniero - per evitare che le sue missive non vengano recapitate - si attiene sempre alle regole tanto che, il 28 dicembre 1916, afferma: fino alla fine del mese possiamo imbucare una lettera al giorno. Dopo, cioè dal 1° gennaio, 4 lettere e 4 cartoline al mese. Il pensiero torna quindi alla famiglia per la quale la corrispondenza è sempre poca: per me 4 lettere e 4 cartoline al mese dedicate tutte alla mia famiglia è troppo poca cosa, e lei vorrà immedesimarsi nella mia condizione per non darmi torto.
La situazione in cui si trova a vivere pesa sempre più sullo spirito del mittente che ormai non considera più la liberazione come imminente, anzi è consapevole di dover guardare da lontano gli eventi bellici senza possibilità di fare nulla per sé e tantomeno per i suoi cari: è inutile: noi dobbiamo subire la prigionia in tutta regola. Siamo o non siamo! Vedrà caro Gaetano, che di qui ad un anno soltanto si parlerà di ritorno per noi. Mio malgrado, ogni giorno che passa, mi rende più evidente che la pace è ancora molto lontana- e a questa idea vado adattarmi per quanto tutto il mio essere tenti di ribellarsi. Cosa vuole! Oramai io non mi interesso più di nulla perché anche volendo non riuscirei a nulla. Sicché lascio che la mia famiglia viva e campi come le circostanze vorranno. Di essa so ed ho notizie saltuarie. Io mi auguro soltanto che su di essa non cadano altri guai.
Questo è uno dei rarissimi accenni di Canciani alla guerra. Egli non parla di azioni militari e non fa mai riferimento alle circostanze in cui è stato catturato confermando che «La prigionia scioglie il legame fra il soldato e la guerra, o meglio lo ridefinisce: essere catturati dal nemico apre quindi una nuova fase del vissuto individuale bellico che nella corrispondenza è rimasto dettagliatamente annotato»[8], come scrive Caffarena in un suo studio generale sulle lettere dei combattenti italiani nel primo conflitto mondiale.
Nonostante il prolungarsi della detenzione con condizioni di vita molto dure, l’internato non smette mai di pensare ai suoi amici e alla terra in cui viveva prima della guerra. In una lettera datata 26 gennaio 1917 si legge: non mi par di defraudare per nulla la famiglia mia collo scrivere ad essa una lettera di meno, sapendo a chi io la scrivo in sua vece. La scrivo all’amico caro, vero e sincero; all’amico che si sente di amare e che si ha piacere di amare; all’amico unico che io abbia lasciato costì; all’amico infine, che posso dire, se godette con me nelle mie ore liete, seppe e sa pur essermi affettuoso e fedele compagno e interprete dei miei dolori. Cotali amici non si scordano, caro Gaetano, e lo sappia la sua Gentile Signora[9], ond’ella, anche sulle attestazioni di uno che finora può dire di non essere stato soverchiamente bene viso alla Buona Fortuna, possa maggiormente apprezzare l’ometto che il destino volle metterle a fianco.
Ringrazi i Bonomi. Godo che il buon Augusto sappia ben collocato Gino, e sono lieto di capire che essi non me ne vogliono male se non potei interessarmi di lui in tempi nei quali si credeva ch’io valessi qualcosa. Qui poi valgo meno di zero! È ben dura, solo al considerarla, la povera nostra condizione!
A Gino, dunque, non posso scrivere, sempre per la questione delle pochissime buste che abbiamo a disposizione. Voglia quindi lei o la famiglia sua stessa, incaricarsi di ricordarmelo, augurandogli di rimanere sempre dove si trova fino alla fine della guerra.
Proseguendo, egli chiede notizie su Giazza e dintorni e con nostalgia si informa sui colleghi di lavoro affidando a Battisti il compito di portare loro i suoi saluti: alla prima occasione mi saluti tanto Boschieri e gli dica che mi scriva su Giazza, Roncari, Fraselle e sulle piante che impiantai attorno alla osteria Roncari. Che vuole! Quei luoghi possiedono ancora tanto di me stesso che non li posso dimenticare.
Mi saluti pure il Brigadiere, Fritoni, Biroli, Teino e tutti quelli che mi aiutarono nei lavori. Così pure Romanone, Grazioli; in una parola tutti quelli ch’ella sa possano gradire il ricordo mio […].
Le cartoline da Sigmundsherberg si interrompono il 16 giugno 1917 e le successive tre missive, tutte del 1918, recano come data topica Bistritz, attuale Bistrita in Romania, Milano e Firenze
A Bistritz, il 28 luglio 1918, il mittente è ancora prigioniero. In breve accenna alla famiglia e agli amici di Tregnago dei quali conserva il ricordo: lei sa che non ho a disposizione che un limitato numero di cartoline mensili, e perciò non scrivo se non a casa. Spesso penso a Lei, mio buon amico! Quando ci vedremo ancora?
Saprà come la mia famiglia non abbia ancor finito di peregrinare. La prego ricordarmi in famiglia e di salutarmi tutti i buoni Tregnaghesi.
Le ultime due cartoline riportano date successive alla firma dell’Armistizio che pose fine alla Grande Guerra. L’ormai ex internato, il 27 novembre 1918, comunica: dal 25 sono in Italia. Finalmente libero, ma qui trattenuto per le formalità necessarie. Dopo aver adempiuto a tali incombenze, finalmente il 7 dicembre di quell’anno può annunciare: Ci siamo qui stabiliti, almeno per ora. Anche da qui le invio l’affettuoso mio saluto. Io non posso dimenticare l’amico mio buono. Mi auguro di rivederci presto. Gradisca assieme alla intera famiglia i nostri cari saluti.
A questo punto si concludono le cartoline di Guido la cui storia, come sappiamo, ebbe un lieto fine.
La busta ritrovata, però, contiene anche due lettere indirizzate a Battisti da Mario, padre di Guido, che ci riportano al tempo della prigionia del figlio. Nella prima Mario si rivolge al comune amico con un tono cordiale ma implorante per chiedergli un favore.
È il 13 settembre 1916, la cattiva stagione è alle porte e il prigioniero a Sigmundsherberg ha bisogno del suo mantello lasciato a Tregnago per affrontare il freddo del primo inverno di detenzione. Vorrei, scrive, ch’ella prendesse nella cassa grande scura internamente foderata di zinco il mantello bleu di Guido, quello che adoperava sempre a Tregnago e che glielo mandasse. Facendo un pacco si può spedire a mezzo posta senza spendere neppure un soldo. Dice che ha freddo, può credere la mia preoccupazione sapendo che il mantello non gli giungerà prima di un mese. Povero Guido. Il suo grigio verde col capotto andarono perduti.
L’oggetto richiesto fu prontamente inviato, infatti lo stesso Guido il 3 ottobre manda un telegramma di ringraziamento: ricevuto mantello mille grazie saluti affettuosi.
L’altro scritto di Mario ha un tono completamente diverso ed è ricco di informazioni familiari. Dopo i ringraziamenti per l’avvenuta spedizione, infatti, egli, il 30 settembre 1916, accenna con preoccupazione ma anche con gioia all’arrivo di un altro nipote, forse figlio di Guido, e ricorda l’imminente matrimonio di Battisti che si sarebbe svolto dopo pochi giorni[10]: Non si scandalizzi nessuno se le dico che lei sarà un maritino invidiabile. Mi raccomando i confetti. Ci tengo, sa, assolutamente. Io aspetto di giorno in giorno il terzo Cancianetto. Povero piccino, mi ha fatto piangere tanto l’idea della sua comparsa! Ma ora, dopo un sospirone, penso che sarà il benvenuto anche lui e che gli vorrò tutto il mio bene. Mi saluti quelli che mi ricordano, in specialmodo sua mamma.
Anche in questo caso, però, non manca il riferimento al figlio che non può scrivere a nessuno perché non gli permettono più di una lettera o cartolina in giorno come testimonianza della prigionia vissuta con la speranza nel futuro.
Bibliografia
Q. ANTONELLI, I dimenticati della Grande Guerra. La memoria dei combattenti trentini (1914-1920), Trento 2008
F. CAFFARENA, Lettere dalla Grande Guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Milano 2005
G. PROCACCI, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra. Con una raccolta di lettere inedite, Torino 2000
V. SENATORE GONDOLA (a cura di), Angelo Borghetti: un forestale del XX secolo. Atti del convegno Tregnago 28 novembre 2003, chiesa della Disciplina, Verona 2007
L. SPITZER, Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918, Torino 1976
Le lettere e le cartoline di Guido e Mario Canciani sono state gentilmente messe a disposizione dalla famiglia Battisti che ringrazio.
[1] Il campo di prigionia di Sigmundsherberg si trovava nella bassa Austria e, insieme a quello di Mauthausen nell’Austria superiore, era stato costruito per alloggiarvi decine di migliaia di prigionieri di varie nazionalità, sia soldati che ufficiali. Ma la loro funzione principale fu quella di procedere alla raccolta e allo smistamento dei pacchi, della corrispondenza e degli stessi prigionieri. Cfr: G. PROCACCI, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra. Con una raccolta di lettere inedite, Torino 2000, p. 257-58.
[2] Cfr: V. SENATORE GONDOLA (a cura di), Angelo Borghetti: un forestale del XX secolo. Atti del convegno Tregnago 28 novembre 2003, chiesa della Disciplina, Verona 2007, p. 10.
[3] Gaetano Battisti fu sindaco di Tregnago dall’ottobre 1920 al novembre 1921. Da sindaco dimissionario, il 5 febbraio 1922, pronunciò il discorso in occasione della posa della prima pietra del cementificio.
[4] Il dottor Bonazzi era un medico di Mizzole, amico sia di Canciani, sia di Battisti.
[5] F. CAFFARENA, Lettere dalla Grande Guerra, p. 88.
[6] Il dottor Bonazzi era un medico e i medici a Sigmundsherberg non alloggiavano con gli altri prigionieri. Ibidem, p. 260 (nota 9). Lo stesso Canciani il 16 giugno 1917 scrive che Bonazzi ora è addetto all’ospedale, perciò lo vede raramente.
[7] Cfr: L. SPITZER, Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918, Torino 1976, p. 2.
[8] F. CAFFARENA, Lettere dalla Grande Guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Milano 2005, p. 92.
[9] La moglie di Battisti era Domenica Salaorni, originaria di Velo Veronese. Il matrimonio tra Gaetano e Domenica era stato celebrato qualche mese prima, il 28 ottobre 1916, a Mizzole. Le notizie su di loro sono state fornite dalla famiglia Battisti.
[10] Anche Guido Canciani e il dottor Bonazzi inviarono al novello sposo le loro vivissime felicitazioni per l’evento con un telegramma indirizzato ai coniugi Battisti Salaorni, spedito il 30 gennaio 1917 e firmato Canciani e Bonazzi prigionieri di guerra.
