L’abitato di Tregnago ha origini antiche. In epoca romana era un villaggio popoloso ubicato in un’area strategicamente importante al centro della zona di frontiera tra la romanità e l’area lessinica di cultura retica. Nell’alto Medioevo, con il diffondersi del cristianesimo, qui fu costruita la pieve di valle. La conformazione del territorio si prestava ad accogliere enti religiosi che avrebbero potuto fornire sicurezza e migliori possibilità economiche alla popolazione in un periodo caratterizzato da violenza e precarietà sociale. Di questo erano consapevoli le due più importanti istituzioni dell’epoca: papato e impero. Poco più a nord fu istituito, infatti, un monastero benedettino, quello di San Pietro in Silvis, poi dei Santi Pietro, Vito e Modesto, che ebbe sede nell’attuale Badia Calavena, dapprima sul colle di San Pietro – tra i boschi come suggerisce il nome – e poi più a valle, dove oggi sorge la chiesa parrocchiale di quel paese.
Nel XII secolo il monastero di San Pietro in Silvis, di fondazione imperiale, acquisì un’importanza che finora non aveva mai avuto, grazie alla sua posizione. Era infatti una sorta di fortezza che controllava l’alta Val d’Illasi da Tregnago ai confini vicentini e trentini. Tutta la zona circostante rimase sotto la sua influenza fino alla decadenza che si verificò quando ormai – per le mutate richieste della popolazione – divenne importante trovare un centro meno isolato e meglio collegato alla città. Tregnago, quindi, collocato nella valle in posizione più accessibile da sud, ben presto divenne nuovo polo per l’organizzazione religiosa, sociale ed amministrativa della bassa Calavena[1].
Nel corso del Duecento, specialmente negli ultimi anni del secolo, nonostante i due devastanti terremoti del 1117 e del 1182, a Tregnago si diffusero la viticoltura e l'olivicoltura e il centro abitato ebbe una notevole espansione. Il paese acquisìuna struttura bipolare articolata su due centri: uno civile ed uno religioso. Il nucleo meridionale – chiamato nei documenti dalla fine del XIII secolo Vicus de Subtus – ospitava la casa comunale e la chiesa di Sant'Egidio di gestione comunitaria. Il nucleo settentrionale, posto dove la valle si restringe, era costituito dall’antica chiesa dedicata a san Martino, santo di origine franca, e dalla pieve di Santa Maria la cui intitolazione ha probabili origini monastiche[2]. Accanto ai due edifici di culto era già presente, dove è ora, l’antica canonica, originariamente costituita da due corpi di fabbrica nettamente distinti: la parte settentrionale adibita a residenza del cappellano e la parte meridionale utilizzata dall’abate e dal clero locale per le esigenze dell’abbazia della Calavena che nel frattempo ne aveva preso possesso. Era magazzino fortificato per la raccolta delle decime, residenza – anche per lunghi periodi – dell’abate, scuola dove si formava il clero che officiava nelle chiese della zona, tribunale di prima istanza e centro di potere.
Negli ultimi anni del Trecento, una grave crisi investì gli ordini religiosi e il monastero si ritrovò retto da abati commendatari: uomini appartenenti a famiglie ricche e potenti che assumevano nominalmente il ruolo di abati e – pur continuando a vivere nei loro palazzi – percepivano le rendite dei monasteri affidando la cura d’anime a religiosi stipendiati. La decadenza continuò anche nel secolo successivo tanto che il monastero dei Santi Pietro, Vito e Modesto passò per due volte alla congregazione di Santa Giustina di Padova: la prima tra il 1433 e il 1443 e la seconda nel 1498[3].
Nello stesso periodo, la pieve di Santa Maria conservò il suo ruolo preminente nella cura d’anime e nella riscossione delle decime a Tregnago e nelle zone circostanti. Sotto la sua giurisdizione c’era un territorio piuttosto vasto che si estendeva fino a San Mauro di Saline a Castelvero[4]. Altre cappelle ad essa soggette, ma con un rettore, erano quelle dei Santi Ermagora e Fortunato di Centro e quella di San Biagio di Cogollo[5].
Per un breve periodo – durante la costruzione della sede dell’abbazia dove oggi si trova la canonica del parroco di Badia Calavena – la pieve tregnaghese divenne sede dell’abbazia stessa, ospitò i monaci e divenne punto di raccolta degli affitti in prodotti della terra e dell’allevamento degli animali, destinati ad entrambe le istituzioni religiose.
Negli ultimi anni del Quattrocento ed i primi del Cinquecento, la popolazione della Calavena ebbe un forte incremento, perciò furono avviati lavori di diboscamento e di messa a coltura di vaste aree prima incolte. Chi aveva lavorato duramente in ciò non volle assoggettare il prodotto delle proprie fatiche a tassazione a favore di enti, sia pure religiosi, che non avevano dato alcun apporto. Maturarono così accesi contrasti fra i coloni e l’abbazia per il pagamento delle decime sulle nuove terre dissodate e poste a coltura. Le diatribe si acuirono tanto che, agli inizi del secolo successivo, l’abbazia mise in atto un rafforzamento della sua autorità a Tregnago e nella bassa Calavena dando il via ad un vero e proprio scontro fra autorità abbaziale e vescovile. Iniziò, soprattutto da parte degli abati, una serie di visite pastorali che divennero ancor più frequenti dopo l’annessione al monastero cittadino di San Nazaro e Celso nel 1561. Lo scopo era quello di affermare la propria giurisdizione sull’area e sulle sue strutture religiose presenti.
Anche i vescovi di Verona non mancarono di far sentire la loro presenza. Il 10 aprile 1529 la pieve di Santa Maria fu oggetto della visita pastorale di Gian Matteo Giberti che osservò come, nonostante i divieti dei predecessori[6], ancora gli uomini e le donne del luogo entrassero in canonica per attingere acqua alla fonte e vi conducessero anche i loro animali. Tutto ciò era considerato indecente e pericoloso, perciò il prelato ordinò che si facessero entrare solo gli uomini[7]. Nel corso della sua seconda visita, il 26 e 27 giugno 1530, il vescovo tornò ad interessarsi della questione: ordinò di chiudere la fonte, di recingerla tutt’attorno per vietarne l’accesso agli animali e di non permettere alle donne di entrare per attingere l’acqua[8]. Anni dopo, nel 1541, ordinò la collocazione di una porta all'ingresso del cimitero, dietro la chiesa di Santa Maria e la rimozione di terreno verso il monte, oppure lo scavo di una fossa per evitare infiltrazioni di acqua piovana nella cappella minore e nella sacrestia. richiese la collocazione di due cancelli all’entrata principale del cimitero e presso il campanile e propose la costruzione di una casetta o di un parapetto davanti alla casa canonicale, oltre alla pulitura della parte anteriore del cimitero.
Le due istituzioni religiose locali vissero momenti importanti tra il 1561 e il 1562: il 1° marzo 1561 papa Pio IV concesse il monastero e la sua area giurisdizionale alla Congregazione Cassinese e il 22 novembre 1562 il monastero di San Nazaro e Celso prese effettivo possesso della pieve di Santa Maria e delle chiese e proprietà ad essa soggette[9]. Le successive visite degli abati di San Nazaro e Celso alla pieve ebbero lo scopo di affermare su di essa la loro giurisdizione. I vescovi, però, non abbandonarono la zona, tanto che il 14 e15 novembre 1582 fu il prelato veronese, cardinale Agostino Valier, a recarsi in visita pastorale a Tregnago in un tentativo di affermazione dell'autorità vescovile sulla Calavena[10].
Negli anni successivi, tuttavia, gli abati tornarono spesso a visitare la pieve. Il 10 febbraio 1609 l’abate Jacobo Placentino[11] diede disposizioni per il restauro del complesso ecclesiale con la riparazione del campanile rovinato e la sistemazione del tetto della chiesa dal quale pioveva. Chiese di costruire una finestrella sull’altare maggiore troppo buio; di collocare una pietra sul battistero; di fare la vetrata alla finestra grande sopra il banco del Corpus Domini, di sistemare la porta della chiesa verso la fontana[12].
Eventi importanti accaddero sul finire del XVIII secolo. Nel 1774, a tre anni dalla soppressione del monastero della Calavena, tramite uno strumento di acquisto, i diritti sulla pieve tregnaghese passarono al Comune di Tregnago che li comprò per 13000 ducati veneti[13]. L’iniziativa del Comune non era isolata: anche Badia Calavena, per fare solo un esempio, acquistò in quel periodo dal medesimo ex monastero ben 131 campi[14].
Il 30 dicembre 1774, dunque, venne stipulato l’istromento d’acquisto fatto dalla spetabile Comunità di Tregnago dal Principe serenissimo de beni erano di ragione del sopresso Monastero de Santi Nazzaro e Celso di Verona[15], un documento piuttosto lungo e complesso ma importantissimo per il futuro dei beni immobili già appartenuti al monastero, situati a Tregnago e non solo. In esso sono elencati beni stabili e livelli in Tregnago, Maternigo, Marcellise e decima del spigo, col ius di eleggere il Parocco di Tregnago, con l’obligo al compratore di corrispondere al suddetto Parocco annue lire millequatrocento piccole a titolo di congrua, et assegnarli al medesimo del corpo della casa dominicale una conveniente abitazione: terre e case, dunque, ma anche diritti.
Intanto la chiesa di Santa Maria era rimasta nelle sue forme originarie per secoli finché si verificò un evento destinato a cambiarne totalmente le sorti. La sera del 28 novembre 1878, l’antica torre campanaria – collocata sul lato nord-ovest della chiesa – crollò su se stessa.
Dopo la rovinosa caduta del campanile, i Tregnaghesi si posero il problema di restaurare l’antico tempio o di costruirne uno nuovo, magari in una posizione più centrale. Alcuni avrebbero voluto costruirlo nella piazza del Mercato, l’attuale piazza Abramo Massalongo[16]. Altri proposero una costruzione nuova sul luogo della pieve tradizionale perché lì c’erano già l’oratorio di San Martino, la sacrestia e la canonica secolari. Prevalse quest’ultima soluzione. Don Angelo Gottardi[17], architetto di altre chiese nel Veronese, predispose il progetto mentre alcune parti ornamentali furono disegnate dall’ingegner Giovanni Franchini Stappo.
Dapprima venne costruito l’edificio nel suo insieme, poi si adattarono gli arredi precedenti che potevano servire ancora.
Il sindaco autorizzò l’apertura del nuovo tempio il 20 marzo 1880[18] e nel 1889 si iniziò a pensare alla costruzione di un nuovo campanile dove collocare le campane rimaste quasi intatte nella loro caduta insieme alla vecchia torre.
Nel giugno del 1891 nella zona ci fu un forte terremoto che danneggiò quasi tutti gli edifici del paese ma nelle cronache dell’epoca non esistono riferimenti a danni alla nuova chiesa e al campanile.
In seguito, dopo circa 45 anni dalla costruzione, si pensò di allungare le navate della chiesa e di costruire la facciata che prima era rimasta incompleta. I lavori terminarono nel 1922 e, il 15 ottobre di quell’anno, la fine dei lavori di ampliamento venne festeggiata con una nuova inaugurazione.
[1] Calavena nel Medioevo era l’alta Val D’Illasi, da Tregnago ai confini trentini e vicentini. Oggi è identificato con il medesimo nome un piccolo territorio tra Tregnago e Marcemigo, a nord della chiesa parrocchiale.
[2] Ai monaci, benedettini e non solo, si deve la diffusione del culto di Maria in Occidente e la conseguente intitolazione di chiese alla Madonna. Sulla diffusione e l’azione del monachesimo cfr. M. PACAUT, Monaci e religiosi nel Medioevo, Bologna 1989.
[3] Cfr. C. CIPOLLA, Le popolazioni dei XIII comuni veronesi, Venezia, 1882, p. 127; G. CIENO, I due monasteri di Badia Calavena, Verona 1905 (= Giazza VR 1980), pp. 28-29 e D. NORDERA, La parrocchia di San Biagio di Cogollo, Verona 1950, pp. 74-77.
[4] Cfr. P. PIAZZOLA, La pieve di Tregnago e la chiesa di Centro nei verbali delle visite pastorali tra il XV e il XVI secolo, in «Cimbri-Tzimbar», n. 28 (2002), pp. 93-108.
[5] Cfr. S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum liber diocesis veronensis ab anno 1454 ad annum 1460, Verona 1998, pp. 178-184.
[6] La questione era stata sollevata anche nel 1460, in occasione della visita pastorale del vescovo suffraganeo di Verona Matteo Canato per conto del vescovo diocesano Ermolao Barbaro. Cfr. S. TONOLLI (a cura di), Ermolao Barbaro visitationum liber, pp. 178-184.
[7] Cfr. A. FASANI, Riforma pretridentina della diocesi di Verona. Visite pastorali del vescovo G. M. Giberti 1525-1542, Vicenza 1989, pp.397-398.
[8] Cfr. ivi, pp.662-665.
[9] Archivio di stato di Verona (d’ora in poi ASVr), San Nazaro e Celso, busta 24, perg. 1462.
[10]Archivio Storico della Curia di Verona (d’ora in poi ASCVr), Visite pastorali, vol. XIV.
[11] ASVr, San Nazaro e Celso, busta 19, perg. 79.
[12] ASVr, San Nazaro e Celso, busta 19, perg. 79.
[13] Il monastero dei Santi Nazaro e Celso risulta già soppresso il 25 gennaio 1771 in forza della legge emanata dalla Repubblica Veneta il 10 settembre 1767. Cfr. D. CERVATO, Diocesi di Verona, Padova 1999, p. 539.
[14] Cfr. T. FANFANI, Chiese e monasteri del territorio in età moderna: aspetti e problemi economico-sociali, in G. BORELLI (a cura di), Chiese e monasteri nel territorio veronese, Verona 1981, p. 248.
[15] ASCVr, Tregnago, busta 334.2, cartella Tregnago - Dottrina Cristiana sec. XIX (1821). Una parte del documento è riportata anche in Archivio Comunale di Tregnago (d’ora in poi ACT), Cappellanie 1830-1890, cartella Atti concernenti la Canonica Parrocchiale di Tregnago.
[16] Abramo Bortolo Massalongo nacque nel 1824 a Tregnago. Fin da piccolo manifestò interesse per la natura, i fiori e le pietre, ma nel 1838 entrò nel seminario di Verona dove compì gli studi classici. Successivamente, nel 1844, si iscrisse all’Università di Padova, alla facoltà di Medicina ma, dopo pochi mesi, fu costretto a ritirarsi per motivi di salute e a rientrare a Verona. Qui, iniziò a studiare legge privatamente sotto la guida di Angelo Messedaglia e, cinque anni più tardi, si laureò in Giurisprudenza a Padova. I suoi interessi di naturalista furono rivolti soprattutto alla flora e alla fauna fossile del Veneto – in particolare di Bolca, Roncà, Novale, Salcedo, Monte Pastello – e di altre regioni italiane come la Toscana, la Romagna e le Marche. Si occupò anche dei licheni, dei quali costituì una preziosa raccolta ancora oggi consultata dagli studiosi di tutto il mondo. Morì nel 1860 e nel 1911 gli venne dedicata l’allora piazza del Mercato. Cfr. P. MILLI, Tregnago. Racconti di Storia, Tregnago (VR) 2021, pp. 192-194.
[17] Angelo Gottardi nacque a Verona nel 1826. Entrato nel seminario vescovile di Verona nel 1839, fu ordinato sacerdote nel 1850. In quel periodo iniziò la sua lunga e intensa attività progettuale che lo vide impegnato nell’edilizia ecclesiastica e nel restauro. Per i suoi progetti si ispirò per lo più a modelli medievali e cinquecenteschi. Per lui lo stile romanico-gotico era un’espressione della civiltà di un popolo e il neomedievalismo era manifestazione del sentimento religioso della nazione, un sentimento che l'architettura doveva contribuire a risvegliare e a rafforzare.
Partecipe del dibattito architettonico e ideologico della Verona degli anni Settanta e Ottanta, Gottardi fu membro, dal 1876, della sottocommissione ai monumenti e agli oggetti archeologici all’interno della commissione conservatrice prefettizia. In tale veste, egli espresse più volte pareri, inviò richieste di restauro al ministero, stese relazioni, progettò e diresse opere di rifacimento stilistico. Furono circa settanta, e quasi tutte nel territorio veronese, le chiese che progettò, ampliò o restaurò, ma ne disegnò anche per le missioni cattoliche in Africa e in America Latina. Il suo impegno, inoltre, si allargò al campo dell'architettura civile. Dal 1873 insegnò disegno nel seminario vescovile di Verona. Negli ultimi anni della sua vita gli venne conferito il titolo di socio dell’Accademia di belle arti. Morì a Verona nel 1911. Cfr. https://www.treccani.it/enciclopedia/angelo-gottardi_%28Dizionario-Biografico%29/ visitato il 13 settembre 2022.