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Orazio Sorio, "I forestieri". Testo integrale


L’edizione:

  • Edizione in dodicesimo.
  • Quando il verso è troppo lungo per le dimensioni della pagina il finale della parola è inserito sopra o sotto la riga incompleta preceduto da una parentesi tonda.
  • Le lettere iniziali di ogni atto sono grandi e ornate.
  • L’inizio di ogni atto è preceduto da una cornice posta nella parte superiore della pagina.
  • Alla fine di ogni atto c’è un ornamento.

 

Criteri di edizione: 

  • Andrò a caporiga rispettando il testo originale.
  • Dopo il punto di domanda il verso riprende con la lettera minuscola.
  • La e la v vengono spesse confuse tra loro nei caratteri di stampa. Nella trascrizione userò la scrittura moderna.
  • La e la s vengono spesse confuse tra loro nei caratteri di stampa. Nella trascrizione userò la scrittura moderna.
  • Le parole che contengono segni di abbreviazione per n e saranno scritte per intero.
  • La punteggiatura riportata è quella originale.
  • Gli accenti sono riportati come nell’edizione originale.

 

TRASCRIZIONE INTEGRALE DEL TESTO

 

I  FORESTIERI

FAVOLA BOSCARECCIA 

DI
ORATIO SORIO

DEDICATA 

Al M. Ill. Et M. R.do

S.r Il Sig.r D.

PAVLO Sammartini

Dig.mo Arcip:

Di SCHIO.

 

In Verona MDCXII

Presso Angelo Tamo

 

 

AL M.TO  ILLVST.

E M. REV. SIG.

& Patrone oss.

IL SIG. D. PAVLO 

SAMMARTINI.

 

QUELLA mia

Pastorale Favo-

Rita da V. Srg.

Molto Illustre, 

Et Reverenda

Con l’honorata preferenza, quan-

Do fu recitata in Tregnago,

 

­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­

viene hora in luce sotto il chia-

ro, et Ill. nome e protettione

di lei: vivo sicuro, che non

havendo risguardo al debil par-

to, e picciol dono, che riveren-

te gli offerisco; aggradirà V.

S. molto Ill. et Rev. l’animo,

et il desiderio mio pronto à

servirla; con che fine gli bacio

con ogni riverenza le sacrate

mani, e gli prego dal Signore

ogni contento.

Di Tregnago il dì 18. Fe-

braro 1612.

   

Di V. S. M. Ill. e M. R.

 

Devotiss. Servitore

Horatio Sorio

 

 

AI LETTORI.

 

S’avvertisce il Christiano lettore,

che mentre in questa favola si fa

mentione di Deità, Divinità, San-

tità, Somma potenza, Nume divi- 

no, di Sacerdote, incanto, Sacrifi-

cio, Tempi, Altari, & altre parole

simili, tutto questo s’intende detto

favolosamente, & secondo l’uso di

quei antichi Gentili, né s’intende,

d’attribuire le dette perfettioni, &

atti di religione alli soggetti nomi-

nati nella presente favola, se non,

tanto quanto si permette alla vani-

tà, cecità, & ignoranza de’ Gentili,

sapendo noi tutti esser un solo, vero, 

& unico Iddio, Padre, Figlio, & Spi-

rito Santo, à cui per verità, & pro-

pietà le soprascritte perfettioni, fon-

tioni, & ministeri di vera religione

convengono.

 

 

INTERLOCUTORI

dell’opera.

 

HEBE            Dea della giovinezza

                        Fa il prologo

FILENO         Pastore amante di

                        Amarilli

LUPINO         Guardiano del greg-

                        ge di Amarilli

DAMETA

CORIDONE

MENALCA

MONTANO   Operari di Sel-

                        vaggio

PANTALONE

BRAGATO suo servo            Forestieri

AMARILLI    Ninfa di Diana

LICIDA          Sacerdote di Diana

Due Spiriti.

 

 

Hebe Dea della giovinezza

PROLOGO.

 

SE in questa degna, & hono-

rata schiera

Di voi belle, leggiadre, alme

donzelle,

Una sol sia, che mi conosca

al viso,

Ai gesti, à le parole;

Essa potrà far fede,

Che son’io quella, che mantengo lieti

I vostri nobilissimi sembianti,

Degni de fidi amanti.

Quest’herbe, questi fiori,

Che così coloriti, e così vaghi

Primavera dispensa

Si seccheranno à l’hor, che’l fiero verno

Mostrarà le sue forze;

E dove hor’è quel giglio,

Quel candido ligustro

Quella vermiglia, e delicata rosa

Non potrassi già mai fra tanti horrori

Riconoscer, che quì nascesser fiori:

Ma le rose, e i ligustri,

Che in quelle vostre guancie delicate

Si dolcemente inserto;

 

 

Mentre n’han ò di vostra età fiorita

Il pregia o domino;

Giamai si seccheranno,

Né da voi spariranno.

Quella gentile, e gratiosa diva, 

Che Pincerna già fù del sommo Giove,

Quell’Hebe così bella, son quell’io,

Che con suo dispiacer; gioia de’Dei,

Mostrò cadendo quello, che non pote

Di meglio occhio vedere,

Né di meglio giamai bramar il cielo; 

Di la sù son discesa,

Spinta da’ vostri giovenili errori;

Voi di voler conformi.

E d’un folle desio n’andate pari,

In varie guise ornate

Per mio favor; ma tumide, & altere,

Lasciando i fidi amanti 

Carchi di doglie, e pianti;

Ahi di nobil donzelle ignobil fallo:

Haverò donque in vano

Sparso fra quelle care, e dolci labra

Il bel cinabro? e quel leggiadro viso 

Fatto sì, che rassembri’l paradiso?

Quel bel natio colore,

Che ogn’hor mantengo in fiore,

E’ perche al fin trà degni

Cortesi amanti insieme

N’assaggiate d’amor le gioie estreme:

Avvilirete voi tanti favori?

Ah ben degna pazzia 

D’ogni pen’aspra, e ria,

Dhe fatte sì, che non conservi impero,

Né tanta cecità, né tanto errore,

 

 

In donna bella, ove ne scherza amore.

Hor dunque tutte à gara

Lasciate quello folle, e van pensiero;

Se non volete, ch’io sospinta al fine

Da giusto sdegno v’abbandoni, e lasci

Al tempo ingordo  (ohime) bellezze tante;

Si che invecchiando poi, 

S’oda quel crido in voi,

Misera me, perche non fui, più pia

Al’hor, ch’Hebe gentile 

Mi diè nel seno un bel fiorito[1] Aprile.

Sò, che le mie parole 

Vi destaran gran voglia,

Riamando chi v’ama,

Far contento’l desio di chi vi brama;

Una v’è sol tra voi,

Essa’l mio dir intende, e non si cura,

Né di me, né d’Amore,

Tant’ha ferigno’l core.

Questa di cui ragiono eccola, è quella, 

C’ha la bocca più bella:

Questa cruda donzella,

Con le bellezze insieme il nome porta

Di quella che cantò con alti accenti,

E suono così grato,

A’ piè de’ colli il pastorello Arquato;

Quest’è quella che porta

Di più cruda, e ferigna’l pregio, e ‘l vanto;

quest’è quella gradita

Da non gradito amante,

Che in premio del servire 

Sol’à chi merta dà pen’è martire;

E ben ch’io senta al core

Giust’ira, e giusto sdegno

 

 

Di vendicar l’oltraggio di costei,

Prolongar voglio la vendetta, e’l danno,

Sin ch’una gioventù degna d’honore

Vi rappresenti una sembianza lieta,

Di veri, e finti amori

Di buffoni, di ninfe, e di pastori.

In tanto almo Signore, 

Unico Sol de la achidiana gente,

Famosa lode, e fregio

Del SAMMARTIN casato, 

Piacciavi d’aggradire

Questa favola, c’hora

Dona chi v’ama, e riverente honora.

Partirò dunque à pien liet’, e contenta,

E me n’andrò à le piagge 

Del giocondo Tregnago

A goder lieta fra le frondi, e i fiori

I pregiati miei doni, i miei favori.

 

Il fine del Prologo.

 

 

ATTO PRIMO

 

SCENA PRIMA

 

Fileno Pastore solo.

 

MISERO mè, do-

ve n’andro, che

sempre

Non habbi il cor da

mille strai ferito?

In qual selva, in 

qual valle

Potrò dar posa à la

mia stanca vita?

Ahi, che non v’è alcun loco,

Di cui non habbi quest’Amor l’impero.

Lo sanno sù nel cielo i sommi Dei,

Ne l’aria pura gli augelletti gai,

Ne l’acque i pesci mobili, e correnti,

Ne la terra le genti;

Pluto conosce’l suo valor superno, 

E Radamanto ancor giù ne l’inferno;

Questi san quanto impianga, e quanto fera

De la sua destra’l colpo.

Ardo in un chiuso foco,  

 

 

Né mi lice fuggire,

(Ahi dura legge) il fiero mio martire.

Chi mai vidi, chi mai sentì maggiore

Crudeltà di Signore?

Io, più d’ogni pastore, 

Sua divina potenza honoro, e  colo, 

E da lui più d’ogn’altro i’son ferito;

San ben, come ch’i’ vivo 

Questi antri, e queste selve, 

Che son quivi d’intorno.

Che senton notte, e giorno

I miei dolenti stridi,

Veggiono ancor i lacrimosi rivi.

Chiamo pietà, pietà, ma non alcuno

Pietosissimamente mi soccorre;

Echo sol, Echo sol da l’altre sponde

Al mio crido pietà, pietà risponde,

E con queste maniere,

Si spaventan le fiere.

 

SCENA SECONDA

 

Lupino cantando, Fileno.

 

L.        CHI prova Amor crudele,  

            gusta l’assentio, e’l fele;

            Chi’ l prova senza noia,

            Sente diletto, e gioia;

            Ma chi di questo fiasco assaggia’l vino,

            Gode un nettar celeste, un ben divino.

F.        E chi è costui così lieto, e ridente,

            Che co’l suo canto à interromper ne viene

            L’isfogar de le mie dogliose pene?

L.        Segua chi vuol amar ninfa ritrosa,

            

 

            A me piace seguire,

            In boschi, & in valloni

            Le pecore, le capre, & i montoni;

            E mentre quelli sono

            Al bel trastullo del cibarsi intenti,

            Steso fra l’herbe, e i fiori, 

            A l’ombra de li faggi, e de i cipressi,

            Dolcemente dormire;

E con questo carniere, e questo fiasco

Menar feste gioiose,

Lasciando quelle ninfe dispettose, 

Che dan pena, e tormento

A chi le segue, & ama,

E poi sovente con lor danno, e scorno,

Fanno à gli amanti lor dono d’un corno.

F.        Quest’è ‘l caprar de la mia ninfa bella,

            Bella sì, più del candido ligustro, 

            Mà com’un’aspe fiera.

O quanto egli è felice,

Chi non sà, che si sia

D’amor la passion penosa, e ria.

L.        Chi ragiona d’Amore,

            Frà questi ombrosi rami?

            Certo, che non è amato

            Quest’amante infelice, e sventurato.

F.        Lupin mio dolce, e caro,

            Ti sia propitio ‘l cielo,

E ti faccia beato immortal velo.

L.        A Dio Fileno, à Dio;

            Ond’avvien che sì mesto

            Ti veggio ne l’aspetto? & odo ancora

            I tuoi mesti lamenti?

            Chi ti leva il tuo ben? chi te lo toglie?

            Per i boschetti errando,

 

 

            Gir solevi cacciando

            Le timide leprette, i capri snelli, 

            Hor ne stai qui soletto,

            Lasciando i fidi tuoi cari compagni:

            Certo sdegno mi dai,

            D’esser nido, e ricetto

            Di dolorosi guai.

F.        Crudel’angue, e ferigno

            Il cor mi punge, e passa, 

            Si che mi sforza, e stringe

            A lasciar il diletto de la caccia;

            E con le reti, e le verghe invescate

            Tender aguati à gli augelletti incauti,

            Per cui costretto sono

            Por ancor la mia vita in abbandono.

L.        Dimmi, è ciò forse amore,

            Che ti cagiona (ahime) tanto dolore?

F.        Tu lo dicesti aponto,

            Quel così crudo arciero.

L.        Ma chi è colei sì fiera,

            Che ti lascia patir tanti martiri?

            Che non si degni amare 

            Così vago pastor, nobil’, e bello?

F.        Ahime, che tutto il sangue 

            Ne le vene s’agghiaccia,

            Lei dovendo nomare,

            Che mi fà haver al cor pene sì amare.

L.        Fileno assai mi doglio 

            Del tuo grave cordoglio,

            E s’i’ poressi, volentier torrei 

            Darti co’l sangue aita;

            Mà non tardar ti prego

            Dirmi, chi sia quest’Orsa, questa Tigre.

F.             Costei è la più bella, e più gentile 

 

 

Ninfa, che viva in questa selva ombrosa;

Leggiadretta, e vezzosa.

Et hai di lei, più d’ogn’altro pastore, 

Conoscenza sicura;

Né mai sormonta il Sole,

Con li suoi chiari rai, che nò la miri.

L.        Deve dunque costei 

Esser colei, a cui soggetto i’ vivo;

Ma non lo credo, ch’ella

Ti sia così ribella.

F.        Così non fusse, ahi sorte,

            Che se troppo ritarda ‘l darmi aita,

            Sarà cagion, ch’in breve

            Finirò la mia vita.

L.        Se non pregi, & ammiri,

            D’un sì caro pastor l’intenso amore,

            Ninfa dirò ben, c’hai rigido ‘l core.

            Ma dimmi, havresti ancora  

            Del tuo penoso amor datone segno?

F.        Ahi, non avrei cagione

            Di lamentarmi, s’io   

            Non gl’havessi scoperto ‘l mio disio.

L.        Raccontami di gratia,

            Come di lei t’innamorasti, e come 

            Restasti preso à l’amoroso laccio;

            Forsi si, ch’io soccorrerti potrei.

F.        Non mi puoi dar soccorso,

            Son qual fiaccola al vento,

            Presto, presto sarò di vita spento.

L.        Mentre l’infermo ha vita,

            Sperar si deve aita;

            Hormai Fileno ogni timor discaccia,

            E narrami l’historia del tuo amore.

F.        Ahi, che tu mi costringi,

 

 

            Aggiunger duolo à duol, pen’à i tormenti;

            Ma se ciò brami al mio parlar attendi.

            Due volte il Sole hà già finito il corso

            Pei i dodici alberghi, & altre tante

            La vaga Primavera 

            Hà vestito ‘l terren di verde manto,

            Dal dì, che mi legaro i bei crin d’oro,

            I suoi bei lumi ardenti;

            E fù quel giorno celebre, e festoso,

            ch’à l’amorosa Dea rivolge l’anno.

            E da i pastori, e da le ninfe amato,

            E con gran riverenza celebrato:

            Per rimirar i sacrifici à l’hora,

            Nel sacro tempio entrato riverente,

            Posto à seder in ben gradita parte,

            Io risguardai sovente

            Questa vaga Amarilli, che sedea

            Tutta lieta, e ridente,

            Frà l’altre ninfe sola,

            Qual purpuretta rosa,

            Frà mille fior bellissima regina:

            Ma che dich’io? Fra vive, e chiare stelle

            Nobilissimo Sole,

            E nel girar lo sguardo, 

            S’incontrò ‘l suo co ‘l mio,

            Ahi, che repente, à l’hora,

            Il suo ragio d’amore

            La mia debile vista offuscò à un tratto,

            Come s’i’ avessi i lumi

            Rivolti al Sole, e con fatica ancora

            Tardi ricuperai la persa luce;

            Pur à la fin, poi ch’io fui ritornato

            Nel mio pristino stato,

            Fiamma viva, e cocente

 

 

            Mi si destò nel petto,

            Che non credo giamai,

            Ch’ardino al par de le mie fiamme[2] ardenti

            De l’Isola del Sole, i monti altieri;

            Potessi pur di nuovo

            Il mio lume offuscar al suo bel lume;

            Mentre nel tempio à le sacrate offerte

            Stava presente, & à i devoti preghi,

            Altro non rimirai.

            Ad altro non pensai, fuor che à costei;

            Perdonimi la Dea benigna e pia,

            S’io non fui così intento à le parole,

            A gl’incensi, à le vittime, à le offerte,

            Ch’Amor mi spinse, e mi ferì co’l dardo,

            Né ritener potea

            L’occhio, che non mirasse

            Colei, ch’à l’improviso

            M’havea vinto, conquiso, e tolto il core:

            Finito poi di celebrar gli honori,

            Fuor de la porta incontinente uscio.

            Et aspettai, che si partisse anch’ella.

            L’accompagnai, di lei fatto prigione,

            Sin’à la sua magione,

            Preso da lei congedo,

            Anch’io feci ritorno à le mie case.

            Due volte rinovò la Luna ‘l corno,

            Né mai porò narrargli ‘l gran cordoglio,

            Che portava celato entro ‘l mio petto,

            Pur à la fin me gli scopersi amante,

            La pregai dolcemente,

            Che dar volesse à le mie doglie aita;

            Ma lei fatta più fiera,

            Come s’à à’hor gl’havessi fatto oltraggio,

            Da mè si tolse, e ne fuggì veloce,

 

 

Fuori mandando un suono,

Con parole da mè non bene intese,

Che mi dierono segno

D’ira, d’odio, di sdegno,

E da quell hora poi,

Non ha voluto mai udirmi, ahi lasso,

Questa dura Amarilli, più d’un sasso,

Onde sarò costretto

Abbandonar questa mia vita in breve,

Per non sentir quel foco,

Che mi consuma, e strugge à poco à poco.

L.        Deh non ti dar pastor cotanto in preda

            A così disperata passione,

            Che ti faccia prigione

            De l’implacabil morte;

            Vivi felice, e spera,

            Che un giorno ella si dia

            Di core in tua balia.

            Udito hò di tua sorte

            Tutta l’historia, hormai liet’, è contento;

            Vivi ch’i’ ti prometto

            Far ogni sforzo acciò, che t’ami anch’essa;

            Non cade antica quercia

            A’ primi colpi di tagliente ferro,

            E per soffiar de’ venti,

            A gl’impeti primieri,

            Le grandi torri, e palagi non s’atterrano:

            Non tralasciarò mai,

            In qual si voglia loco,

            In casa, e fuori, a mensa, al fiume, al foco,

            Pur che ‘l tempo no ’l vieti,

            Oprar, che t’ami, e ti divenghi amica.

F.        Benche creder giàmai,

            Io possa, che al tuo dire

 

 

            S’habbi à mostrar à me cortese, e pia,

            Questa nemica mia,

            Perch’ha di diamante ‘l petto, e ‘l core,

            Prolongherò la vita.

            Anzi la pena mia,

            Che questa, che m’avanza,

            Vita non è, ma travaglio, e scontento,

            O per dir meglio un’infernal tormento.

            S’avverrà poi, che guidi

            Questa impresa, ò Lupino,

            Al desiato fine, i’ ti prometto

            Donarti parte delli prati, ch’io

Tengo in Tremegna, & una parte ancora

De la greggia, c’hor pasce

Su l’erboso Lescino,

Che ‘l mio bon[3] zio Selvaggio à l’hor mi diede

Morendo, e ni lasciò del tutto herede.

L.             Fileno io ti ringratio,

E s’avverrà già mai, 

Ch’io guidi a’tuoi desiri

Costei, che tanto apprezzi, e tanto[4] ammiri

Mi serà assai più caro il tuo gioire,

Che li doni, e le offerte;

Hora mi parto, e vado à l’alta impresa.

Se tu la trovi intanto

Animoso, & audace chiedi aita,

Non la lasciar giàmai,

Seguila pur, e fà ch’oda i tuoi guai.

Fileno io vado; à Dio.

F.        Dolcissimo Lupino, io vado anch’io,

            A te mi dono; à Dio.

            Io me n’andrò a quel fonte

Ove suole ritrarsi à la fresc’aura,

A la dolc’ombra, al mormorio de l’acque,

 

 

            Amor prego m’aita

E dov’ella si trova tù m’addita.

 

SCENA TERZA

 

Dameta, Coridone.

 

D.            IO per me non saprei trovare alcuno,

Di cui più volentier l’opra attendesse,

Di quel ch’i’ faccio al pastorel selvaggio;

Mi pregaro l’altr’hier Tirsi, ed Elpino,

ch’i’me n’andassi a lor, pensando[5], ah sciocchi,

Mancar dovessi à la promessa fede,

Già data a quel dolcissimo pastore;

In ver, ch’io no’l farei;

Vedi mio Coridon, no’l farei certo,

Per qual si voglia altra promessa, ò dono.

C.        Colui, che non ha fede,

            Null’al mondo possiede

            E à chi fede non hà non si dà fede,

            Né meno se gli crede:

            Ben disponesti il tutto, andremo insieme,

            Non dubitar Dameta;

            Potremo sotto l’ombre

            De’ fassini e d’allori,

            Con la vezzosa Clori,

            Con la bella Clorinda

            Menar danze amorose,

            A l’hor che più cocente

            Ragio del caldo Sole arde il terreno,

            E à bel nostr’agio, insieme

            Posaremo su l’herbe, e i vaghi fiori,

            Quando n’havrà l’ardore, e la fatica

            Rese le membra lasse,

            Né si trovarà alcuno,

 

 

            Che con fort’occhio ‘l festeggiar molesti;

            Ivi serà Montano, ivi Menalca, 

            E devono esser gionti,

            C’hanno preso ‘l sentier, veloci e pronti

            Per quella strada, che più abbrevia i passi.

D.        Il nostro affaticar sarà un gioire,

            Con così bella, e cara compagnia;

            Ma dimmi, se lo sai,

            Ha pur Menalca, ha pur seco la cetra?

C.        Ha la cetra Menalca,

            E Montan la viola

            Di quel così gentil pastor Iola.

D.        Hor sì, che d’allegrezza, e di contento,

            M’empirò ‘l petto, e ‘l core;

            Riderò, farò danze, andrò cantando

            Canzonette d’amore,

            Con la mia vaga Clori:

            Ma mi sapresti dire

            S’havremo à far dimora assai ne l’opra?

C.        Te’l sò dir certo, assai, 

            habbiamo da tagliar co i curvi ferri

            Tutte l’herbe de i prati, e de le valli,

            Le ripe à l’olmo, e à le fontane i dossi;

            Tre, e quattro almeno, e cinque volte, e sei

Febo ritornerà da l’Oriente

Inanti, che finiam l’opra, e ‘l lavoro.

D.        O me liet’, e felice.

C.        Tu festeggi e gioissi.

            Con pensiero d’haver vita serena

            Con la tua bella Clori, & io ne godo,

            Perche se di mangiar sarà ‘l gioire,

            Dirò quel, che fra noi s’usa di dire,

            Viva ‘l mangiar, e ‘l bere, viva, viva,

            La cacciaremo in piva;

 

 

 

            Carne rostica, e con l’aceto aspersa,

            Con petrofillo, & altre herbette tenere,

            Il pan detto biscotto, nel bon vino,

            Moscato, e malvagia

            Sarà ‘l nostro gentaculo divino;

            Così liet’e satolli

            Di cibi delicati,

            Ripigliando le falci,

Tornaremo a i lavori incominciati:

Mentre fuggirà ‘l Sole

E ‘l carro asconderà ne l’Oceano,

Verso le case andremo del pastore,

Ivi per le gradite pastorelle

Trovarem novi cibi apparecchiati, 

Insalate fiorite,

Arcichiocchi, & asparagi, e cardoni,

O che soavi, ò che dolci bocconi;

Fratel da la dolcezza andremo al cielo;

Le danze, e i balli poi

Non mancheran per doppo pasto à noi.

D.        O che spasso, ò che gioia, ò che contento;

            Ma non tardiamo più, non perdiam[6] tempo,

            Vedi ‘l Sol, che comincia, & à quell’hora

            I monti splende, e le campagne indora.

C.        Havea tanto diletto

            In questo ragionar ch’i’ti prometto,

            Che m’ero smenticato

            E si selve, e di monti, e d’ogni prato;

            Horsù non ritardiamo,

            Andiamo tosto, andiamo. 

 

 

SCENA QUARTA

 

Pantalone solo.

 

P.        Chi Haverave pensao.

            (Malanaggia la forte, e la fortuna)

            Che mi dovesse adesso

            Vegnir in ste spelonche.

            A butrar fora ‘l fiao?

            Mi che giera in Vegnesia,

            E ricco, e ben vogiuo

            Quant’ogn’un altro cittadin par mio.

            Tiò mò, tiò metui in borsa,

            Povero Pantalon, mal’arrivao,

Quel che ti ha vadagnao

            Co sta tò pazza, e vana ambition,

            De voler esser da la Signoria

Mandao su ‘l Mar, à governar Cirtae,

Ti è zonto à tal partio, gramazzo tì,

Che né tornar in drio

Ti sà, né andar avanti, ti ha spedio:

Che ti credevi, o piegòra,

Acquistar un thesoro?

E deventar patron del Bucentoro?

Ti stevi troppo ben, ti ha pur voluo,

Al despetto del mondo, andar fra i boschi,

A trazer la tò vita in bocca à i Orsi.

Ah fortuna del mar, che tante volte,

E tante, e tante ti m’ha fassinao.

Ti me g’ha zionto, ti me g’ha tirao;

Che vustu mò che fazzo, e son qua solo, 

Privao de servitue, senza conforto,

E quasi mezo morto:

 

 

Bragato, e tutti i altri

Al romper de la barca

I deve esser anda zoso nel fondo;

O mondo senza fede, ò mare ingordo.

Ben pazzo è chi te crede, e orbo, e sordo,

Chi non intende, e vede i toi furori;

Era ben meio, che anche mi co lori

Me fusse tratto in l’acqua, & annegao.

Che adesso no haverave sti dolori,

Ste pene, sti travaggi, e tanti affanni,

Ne i mie ultimi anni:

El xe do zorni adesso,

Che vago per ste selve desperao,

E si non sò trovar donde che possa

Descazzar la gran fame, che s’addossa;

Ghe vuol altro, che malve senza sale

A cavarse da dosso sto gran male:

Sti razza de boari,

I xè pi crui d’un can, i xè pi avari,

Che no xè giusurari,

S’i me vedesse a buttar fuora ‘l fiao,

No i me darave gnanche[7] un pan de semola.

Voio guzzar, co se dise, la pennola, 

E metter tutto in opera,

E trazzerme à ogni strussio,

Per no morir, co fà i Zudei, danao,

E per troppo gran fame desperao:

Voio andar de quà via, de longo, adesso,

E perché habbia ‘l so fin sto mio dessegno,

Usarò diligenza, arte, & inzegno.

 

 

ATTO SECONDO

 

SCENA PRIMA

 

Bragato solo.

 

B.        O poero, poereto,

poerin

Bragato desgratiò

senza un quattrin,

Bersagio de fortuna,

Travaggiò da le

stelle, e da la

Luna,

Che vuotu far pì in sto roerso mondo?

Privo d’agni legrisia, e d’agni ben,

Sassinò pi de quel, che se conven.

A he ben fuzì dal mare

Mà chialò in ste cengiare

A ghè lagarè i piè:

Ahimè, ahimè, ahimè,

Sea maleeto, quando

Me vegne volentè de nar à star

Co quel vecchio impazzio de Pantalon,

Che per un desiderio

C’ha bio, con se suol dire, in tel braghetto,

 

 

De nar à goernar Brighè, e Commun

In cao del mar, e stò cafon, che mi

Son redù à sto partio, co me vezi;

Sangue che no vuò dire de bindon.

Tra da la fame, ch’ò dentro ‘l magon,

E dal verin, que hò cazzò in la me panza[8],

Farae mal d’importanza;

L’hò certo, e l’hò per chiaro,

Que à darae tanto[9] à un’hom, quant’[10]à un paggiaro:

Mi, co tutto que à vago per ste gruotte,

El me par de veere,

Que tutto fea fortuna, e mare, e squoggi,

Que à gh’ho dentro in la vita 

Na certa tremaruola,

Que vu dissè segura,

Que l’è na mala ficura quintaruola:

Adesso si que a crezerò, que’l mare

No’l ten miga de burro in fra de lù.

Que per segnale de la veritè,

Mi ch’era pi forfante de negun

De quiggi, ch’era in barca co ‘l paron

El no me gh’hà vuogiù ‘l m’ha tratto fuora,

In mal ponto, in malhora, 

Ma ‘l m’ha tolto ‘l borsato, cha g’hea dentro[11]

Bonamen sie coraggi da quaranta,

E un par de calce à ‘la doisa, e un sagio,

Che solea far co quiggi ‘l cittain;

Ma de tutto hò pi duogia, hò pi passion,

Que no g’hò pur na migola de pan.

E si hò fame da can,

A magnarse del ferro,

Tanto son affamò. Bragato frello,

Chi vuol vivre, e magnare, 

Nol besuon star chialondena à sfiabbare;

 

 

Besuogna ovrar l’inzegno, e nar in frega, 

E mettre la paura in t’un carniero;

Mo se g’haesse magnò, farae pur bravo,

Farae costegion co na smalfrisa,

Con Ruzeniero, con Rolando stesso:

Mo adesso che ho sta fame, a son poltron,

A no ghe vezo gozzo, e pur besuogna.

Se ben que a son poltron[12] far el Guardasso;

Vuo anar per ste spelonche[13]à passo, à passo;

e veere de bruscar à sti salberghi

Qualcosa da magnar, pan, ò poina,

E far el prosontuoso, tà de dina:

El ditto d’un slettran dise, que audacea

Fortuna dentro ‘l caccea;

Ah polron valent[14]’huomo habbe cellibrio :

Ma vezo chivelondena una cà,

Al sangue che a no catto, à vuò nar entro

Da paron, senza far pì cerimogne;

Tasì mò l’è ben altro, che scalogne,

Ghe sà da bon per di,

L’è un saor da rosto, e’l sento mi.

Nò cancabaro nò l’è de schioppitto;

O gramo, ò poveritto,

Che sì, che ste ghe vè,

I te darà de matte bastonè,

A muo che se fa à battere ‘l frominto,

E si i te cavarà così ‘l talinto,

Mo l’è forza, que a vaghe,

Que me tira la fame,

Que a magnarae d’inchina del corame :

Pi presto ben passù, cargò de legna, 

(Che ha da vegnir avegna,)   

Che morto dal desasio, che sbasìo;

No vuò tirarne in drìo,

 

 

Agieme vù de sora,

Che vezi ’l me besuogno, ahime che i ven,

A restellar el fen,

A darme per adosso, ah zente crua,

Al poero meschin,

Sbattù da la fortuna, 

Ma ‘l no gh’e gnan negun.

L’e ‘l vento, che fa fare sto remore,

A vago in entro agieme ah Dio Sagnore.

 

SCENA SECONDA

 

Lupino, Amarilli.

 

L.        Amarilli mia bella, 

            Come ti regge ‘l core,

            Che ‘l più dolce pastore, 

Che in questi boschi viva, 

Così caro à le muse,

Che conosce del ciel gli alti segreti,

Corra veloce a dirsi morte, in questa

Età, più bella, più fiorita, e cara?

Ah priva di pietà, più fiera, e cruda,

E degli aspidi sordi, e de le tigre,

Cangia pensier, cangia la voglia, ed ama

Lui, che te sol desia, che te sol brama.

A.        Ah, che bastava solo a darmi pene 

            Quel suo sì finto, e simulato bene,

            Quell’importuna voglia,

            Che accresce nova doglia

            Il novo tuo tentare, il darmi noia:

            Attendi, attendi[15]a’ fatti tuoi Lupino,

            E non esser cagione

            Di maggior ira, e di maggior tenzone;

 

 

Ecate voglio amar, voglio seguire,

Né però sarà vero, 

Che mai cangi pensiero.

L.        Diana puoi seguir seguendo amore,

            E s’egli è vero quel sì nobil detto

            Del non mai mentitor saggio Timeta,

            Fù ancor Diana amante,

            In queste selve errante,

            Cangia dunque pensier, ama tù ancora.

A.        Amo con puro affetto,

            Quello è ‘l mio caro ben, e ‘l mio diletto,

            Che ‘l mio pudico honore

            Non segue con furore,

Anzi lo stima, lo difende, ed ama;

Ma chi è d’altro pensiero,

Ch’io l’ami un ponto[16] sol, non[17] fia mai il vero.

L.        E che farai fra noi mortali, ah cieca,

            Se non trovi un pastore,

            A cui t’appoggi, à cui doni ‘l tuo amore?

            L’edera non ascende, 

            Se non è intorno avviticchiata à l’olmo,

            Vien la vite infeconda,

            Se non[18] ha ‘l tronco amato, à cui s’appende;

            Così la pastorella,

            Se non[19] ha à cui le sue bellezze doni,

            A la vite & à l’edera simile

            Sola rimane infecondata, e vile,

            E tanto vien pregiata

            Da li pastor, quanto fia dolce, e grata

            Ove saresti, ò sciocca,

            Se non s’havesse la tua cara madre,

            Congionta al saggio Elpino, 

            Tuo genitore, e padre?

            Amano i pesci mobili, e correnti,

 

 

            Amano fra le fronde i vaghi augelli:

            Odi quell’ussignuolo,

Canta ver la compagna, in sua favella

Dice t’amo ben mio,

Et odi il suo disio,

Che li risponde, e dice t’amo anch’io;

S’amano ancor le pecore, e i montoni, 

E il torel ne le mandre,

Con frequenti muggiti,

Che son veri d’amor festosi inviti;

Segue l’amata sua cara giovenca.

Le crude, e fiere belve

Amano dolcemente.

E seguon per le selve i dolci amori,

E tù sola sarai,

E più fredda del ghiaccio;

E più del marmo dura?

Più delle belve fiera?

E donna senza core?

Anima, senza Amore?

A.        Io son, e sarò sempre anima amante,

            Non di finto sembiante,

            Ma chi del candor mio si terrà cura.

L.        Non procura il tuo danno,

            Chi teco di congiongersi hà disio,

            E teco viver sempre,

            Mentre vedrà girar l’humane tempre,

e far delle sue voglie

A te libero dono.

Dimmi, le caste Dee non sono unite

Con nodi honesti, e santi

A lor mariti amanti?

Non è moglie Giunon del sommo Giove?

Non è di Endimione

 

 

            La Santa Dea da te tanto seguita?

            E pur non se li toglie

L’esser casta, e pudica essendo moglie:

Non più parole, ò preghi,

Cangia pensier, cangia la voglia, ed ama

Lui, che te sol disia, che te sol brama.

A.            Come tù, in un momento,

Di rozzo, e vil pastore,

Sei divenuto esplorator d’amore?

L.        E qual rozzo pastor, trà noi mortali

            E’, che non sappia dir le pene, e i mali,

            E le dolcezze tante

            D’un vero, e fido amante?

            Se’il bon pastor Fileno,

            Che t’ama più de la sua vita stessa,

            Non vuoi amar per le ragion sudette,

            Almen ti muova, e la dottrina, e l’arte;

            Vedi, che in ogni parte

Hà prati, e campi, e mandre senza fine.

Tu non sarai biasimata

Dandoti à lui, ma ne sarai lodata.

A.        Di riccheze non curo,

            La beltà, la dottrina non dispreggio,

            Voglio seguir Diana,

            Con queste mie saette,

            Di che di propria man lei mi fè dono,

            Cacciando per le selve,

            Con l’altre verginelle à lei dicate,

            Hor dame, hor cervi timidi, e fuggaci,

            Ne però sarà vero,

            Ch’io mai cangi pensiero.

L.        Per non saper del figlio

            De’la Ciprigna Dea l’alte dolcezze,

            Che si gustano quando

 

 

            Il pastorello amato

            A la sua ninfa si vede esser grato,

            Quindi avvien, che nel laccio si trabocca

            De l’ostinata voglia,

            Che arreca al fine, e pentimento[20], e doglia.

            Sii pur certa Amarilli,

            Che vuol’Amor mostrar, ne i petti nostri,

            Quanto vaglia una volta,

            Se alhor ti ridurrai nella vecchiezza,

            Che sforzata tù sia

            Amar alcun à cui grato non sia

            L’amor tuo tardo, e lento.

            Molto ti pentirai, ma ‘l tuo pentire

            Nulla ti gioverà; cangia pensiero,

            Cangia la voglia, ed ama

            Lui, che tè sol desia, che te sol brama.

A.        Hormai mi vien à noia, e mi molesta

            Questo tuo dir, e sì importuno, e longo,

            Son satia, e stanca, fugge l’hora, è tempo,

            Ch’io vada à ritrovar l’altre compagne,

            Per l’ordinata caccia,

            Tù pasci hormai la greggia, attendi, attendi[21]            

            A far l’ufficio, e l’arte tua decente,

            Né più mi ragionar di simil fatto,

            E se à caso tu trovi ‘l bel pastore,

            Dilli, che trovi altra più vaga ninfa,

            A cui questo suo amor piaccia, & aggrada,

ch’io non[22] lo posso amar, né amar lo voglio,

Pria ne le frondi pasceran i pesci,

E le timide dame andran[23] per l’onde, 

            Darà la luce il sole

            Al tenebroso manto de la notte,

            E la sorella al giorno, 

            Muteran le stagioni ‘l mondo usato,

 

 

            Darà l’Autunno i lor frondosi manti

            A li arborselli, e con frigido fiato,

            La dolce Primavera 

            Gli spogliarà di coloriti fiori,

            Darà biade mature ‘l fiero verno,

            E di pruine, e ghiaccio

            Abbondante sarà la  calda estate,

            Pria, ch’io cangi pensiero,

            Ma troppo tardi il passo,

            Teco qui consumando le parole,

            Io vado à ritrovar l’amate ninfe,

            Segui pastor la greggia, 

            S’altro far non ti resta.

 

SCENA TERZA

 

Lupino Solo.

 

L.        VA pur iniqua fera,

            Più fiera assai d’ogni ferigna fera,

            C’io non crederò mai,

            Ch’in Tigre, Ors’e Pantera

            Cotanta crudeltà faccia ricetto

Quanta, c’hai tu nel petto:

Hor mentre io son d’avanti

Al tempio di colui, ch’el tutto vince

Voglio chinando le genocchi’à terra

Pregarlo, che dimostri

Quella sua gran potenza, e che punischi

Costei, che ardita il suo nume non cura;

E poi c’havrò finito

Quel tanto oprar, che per Filen’io tengo,

Vo far grato riposo à la dolc’ombra

Di questa quercia antica,            

 

 

            E provar con il zaino, e con il fiasco

            Somma dolcezza, e bene, ò che gran gusto

            Apporta il bere, & il mangiar di voglia;

            Quest’è dono divin, quest’è soave

            Contento di natura,

            Perciò viviamo lieti,

            Poiché la vita è breve,

            E mangiamo, e beviamo,

            Dolcemente cantiamo,

            E non vogliam far, come

            Il povero Fileno,

            Che và lagnando[24] in questa parte, e’n quella

            Il misero, e infelice,

            A guisa di farfalla, in doglia, in guai

            Sen va girando a la sua morte intorno.

            Hor genuflesso, e chino

            Dò à questo Dio d’Amor lodi, e preghiere[25].

            

            Amor, ch’alberghi, e vivi

            In occhi, in petti, e in cori,

            Et accendi i più schivi

De’ tuoi vivaci ardori,

            Odi fanciullo, e Dio

            Il caldo prego mio.

 

            Mira quel pastorello,

            Che si consuma, e strugge,

            La ninfa; ah poverello,

            Che lo schiva, e lo fugge,

            E ‘l tuo pungente strale 

            Son cagion del suo male.

 

            L’angelica sembianza 

De la sua ninfa cara,

 

 

            Ch’ogni bellezza avanza

            Rende sua vita amara,

            e in dubbio, ch’ei si viva

            Mentre lo fugge, e schiva.

 

            Avventa il dardo Amore

            A la ninfa fugace

Feriscela nel core,

E dona ad ambi pace,

Fà, che Fileno homai

Goda quei dolci rai.

 

Contenta Amor la voglia

Del pastor, dalli aita,

Acciò vinto da doglia,

Non finisca la vita,

Fa, che costei lo miri, 

E adempi i suoi desiri.

 

Fale cangiar pensiero,

E ch’ami almen chi l’ama,

E scorga l’amor vero,

Di chi la segue, e brama,

Fa ch’in preda si dia,

A chi l’ama, e desia.

 

Amor io ti prometto, 

Se fai costui contento

Offerirti un capretto,

Il miglior de l’armento,

E con gioia, e diletto,

Ogn’altro pensier spento,

Cantar per ogni riva

Viva Amor, viva, viva.

 

 

SCENA QUARTA

 

Bragato di dentro, & Lupino.

 

B.        Benque’l no se convegne,

            Que mi restonda à un Homo babbiò,

            Mi che son quel Amore,

            Che fa nar in dolzore

            Piegore, vacche, e scroe, bicchi, e molton.

            Perzò no vuò restare

            De dirte, que ho scoltò sto tò pregare;

            Adesso son partìo zoso dal celo,

            Con l’arco, e col carbasso

Per inferzar questa smerdinfa ò tosa

E far que l’ame, e la sò vuogia sia

De darse tutta, tutta à sto Fileno;

Ma inanzo que à contente

Questo tò caro amigo,

Inanzo que à ghe saghe st’apiasere,

A vuò provar, e veere,

Se l’è bona persona, e bon compagno;

Val catta, e vaghe dì que son chialò,

Que vuogio contentar el sò talinto,

E farlo star continto,

Ma dì, che ‘l porte prima,

Chivelò à presentarme, e farme hanor,

Qualche cosa del so,

No za perche habbe alcun besuogno, nò, 

Ma per far veere al mondo 

Che inchina adesso mi no me disdegno

D’accettar vostri doni,

Horbentena chel vegna,

Cattalo, e dì quel porte un buon presente,

 

 

            Que à ghe farò vegnir la tosa à rente.

L.        Alato gran Signore,

            Quant’io posso maggior gratie ti rendo,

            Poiche degnato sei

            Udir i preghi miei,

            E far, ch’oda la voce, e le parole;

            Me n’andrò ratto à ritrovar Fileno,

            Che si potrà chiamar lieto, e contento,

            E ‘l più felice, & il più favorito

            Di quanti habbino in terra amor seguito,

E s’ei t’hà offerto il core,

Come d’ogni suo haver cosa maggiore,

T’offerirà ben anco

Castagne molle, & una copia grande

Di grasso caseo, e di ricotta insieme,

Per così dolce tua promessa speme:

Ma se ti fusse, almo fanciullo, e Dio,

A grado il zaino mio,

Con il fiasco, che è pieno

D’un dolce, e soavissimo Falerno,

Te ne farò di somma voglia offerta.

B.        Se ben que te no è degno, que a rocette

            Tuò presinti, tò don,

            Per esser mi Sagnore, e ti babbion, 

            Niente de manco vuò mostrar d’Amore,

E la gran zencilisia, e ‘l grand’hanore,

Vuò piggiar tutto quel, che te me de,

Mettilo pur lì, à pè

De la porta del timpio,

Che al vegnarò pò à tuor, intendi[26] scimpio:

Va via, che malbio tì,

Si e vezissi ‘l lucer de la me fazza,

Te farae restar, de longo via,

Stramortì sù la via,

 

 

            Luso dal cao à i piè,

            A no te vuò dir altro, và de lì,

            Và via, mo no star pì.

L.        Depongo ‘l zaino, e ‘l fiasco, e vò volando

            A te mi raccommando.

 

SCENA QUINTA

 

Bragato solo.

 

B.        Camina pur, Và via, dho che merloto,

            Ghe l’heggi mò cazzò comuò se dise?

            Mi crepo da le rise,

            Cancaro, à g’haverae

            Zolò d’inchina un Stotone, un Piaton,

            O che grosso menchion,

Se no vegnea sta puoca de ventura,

Bonasera Fiorina, sta doman,

Harrae tirà i lachitti su pian, pian

Horbentena[27] d’inchin, c’hò un po’ d’indusio,

Adesso à un tratto, à un tratto,

Vò sentar chivelona,

E quietar i bueggi, che tontona

Chi à stago massa ben, mo tà de dì,

Quest’è polenta, e questo

E formaggio salò,

Chi no vorrave sempre star chialò,

Con polenta, e formaggio, ò che magnare,

O che gusto, o che pasto da Sagnore,

Da Principe, da Rè, da Imperaore,

Ch’è questo, cancarè, no‘l fa pre mì,

L’è aggio, à no te vuogio via de chì,

Veziu po’sto boccon,

Mo crezimelo à mi que l’è ben bon;

 

 

            Ma son arpantanò, sa no bevesse,

            No porae pì magnar, lagame un pò,

            Vuò sonar de fiaschetto chivelò,

            Questo sarà ben miegio,

            Che suonar quelle pive, co i fa a Pava,

            De chri mo à ghe n’hò dà

Una bona scurlà.

Vuoio magnar ancora du bocconi.

E rivar el fromaggio, e la polenta,

Adesso à stago ben.

Son ben passù, son pien;

Hor, c’ho spedio, vuò mettere da un lò 

            E la fiasca, e ‘l fiaschetto, e in t’un canton

            Del timpio, aspettarò quei do menchion;

            O che gran magiestà da Dio d’Amore; 

            Cancaro me la rio, me creppa ‘l cuore.

 

SCENA SESTA

 

Pantalone solo.

 

P.        SE ben, che la fortuna m’ha guidao

            A sto partìo, da trazer la patientia,

            E far pazzie, à mò d’un desperao,

            Voio soffrir in pase, e in caritae 

            Questa mia povertae:

            Hò caminao un pezzo,

            Per trovar qualche cosa da manzar,

            Azzò che ‘l viver mio, la vita mia

            No fosse così presto, ohimè, fenia,

            Sia laldao le potenze,

            Quando manco credeva haver suffrazo,

            Ho trovao pan, e vin, torta, e formazo;

            Giera zionto colà, donde co i feri

 

 

            Era segà zò l’herba da i pastori,

            E alhora a ponto, a ponto ch’i s’havea

Tolto dal lavoriero, per manzar, 

E ch’ogn’un’al so liogo era sentao,

Con vose a mò d’un coro,

Un vecchio comenzò chiamar costoro,

Corri, Corri, che Narcisett’e in l’acqua,

Segaori corrì, deghe suffrazo,

Deghe aiuto, fe presto,

Se no ‘l s’anniegherà là in quel canale.

Quest’iera un bambozetto, un certo fio,

Ch’era cazùo ne l’acqua alhora, alhora,

Ogn’un senza tardar corse ben presto,

A trarlo dal perigol de la morte,

A porzerghe soccorso, à darghe vita,

E senza altro pensar,

I lassè in libertae la collation,

Mi mò, ch’era da un lai, corse pì destro,

Che no xè un gatto, e ‘l manzar[28] g’hò levao,

E sto boccal de vin tutt’in un botto.

Me voio mò cazzar qua dentro el bosco,

E asconderme, e liogarme,

Che nissuno me catta, e me scoverza,

E zà che sta novella me và ben,

Ne farò un’altra bella presto, presto;

Una certa vecchietta, de stò liogo

M’ha ditto, ch’un pastor, nomao Corebo, 

Ricco de’ beni stabeli, e de mandre,

Per esser fatto sposo, de legrezza

Vuol far corte bandia,

Che ‘l vuol dar da manzar per tre zornae

A ogni donzella, e femina, ch’in voia,

E sì la m’ha zurao, che ‘l no xè soia;

Voio, che liè m’impresta

 

 

            Un grembial, e una vesta;

             E so che la‘l farà, perche m’hò ascorto,

            Che l’hà compassion del fatto mio,

            Me voio mò vestir da donna, e pò

Andar anche mi là de longo via,

A manzar (co se dise) à mena deo.

No accade che nessun diga memeo.

La me reuscirà seguramente,

Parerò Bradamante, ò Fiordelisa,

Una brava Roenza, una Marfisa;

Hor me voio imboscar de longo a lesso,

E manzar la vivanda prestamente, 

E gustar s’anche ‘l vin hà bon recente.

 

SCENA SETTIMA

 

Coridone, Dameta, Menalca, Montano.

 

C.        Dalli, dalli, ah malvagio, infame, e rio,

            Ove fuggi, e t’ascondi, io temo certo,

            Che rivolgendo il fronte, 

            Quell’altra via non habbi preso al monte.

D.        Io per me non lo credo,

            Ma potrebb’esser anco,

            Che s’egli è stato astuto, accorto, e saggio

            Nel furar la vivanda,

            In asconderla ancor sarà più cauto;

            E dei saper, che ‘l saper ben furare

            Non val, a chi non sa ‘l furto celare.

C.        Bona sorte è la sua,

            Che in spatio più succinto, anzi[29] più breve, 

            Non habbiam dato aiuto

            Al fanciullin caduto;

            Ma s’io sapessi à qual parte è fuggito,

            

 

            Cotanto il seguirei,

            Che pria perder vorrei

            Tutta la lena, over questo ladrone

            Haver sicuro in le mie man prigione.

D.        Fu gran sorte la sua,

            Che non l’habbiam trovato;

            Ma chi sa, che ‘l meschino, 

            E da l’inedia e da la fame astretto,    

Non habbi ciò commesso, per cacciar

La fame, e saturarsi?

C.        Non vi è scusa veruna,

            Che ‘l fallitore assolva.

            Se di pane ha disagio

            Impari da noi altri

            A procacciar con le fatiche il vitto,

            Io m’accorgo Dameta, 

            Ch’altro Caco, altro Antheo,

            Le fatiche aborrendo,

            E i disagi fuggendo,

            Cercano d’attristar l’arcada terra:

            Cerchiamo d’estirpar germe sì iniquo;

            Prima che si dilati,

            E come volgarmente ancor si dice,

            Che faccia la radice.

D.        Di ciò non temo, e tu temer non dei,

            Che si dilati un sì gran mal tra noi;

            Giove sommo Signore,

            Che punisce nel mondo, e ne l’inferno

            I gravi error de le malvagie genti,

            Darà degno castigo ancor à questi,

            Che sono à noi molesti.

C.        Ben tù ragion‘il vero,

            Che‘l gran padre de’ Dei,

            Giusto vendicator de l’opre inique,

 

 

            Co’l fulmine percote, e incenerisce

            I trasgressori al fine;

            Ma temo ben, che per ascosi mali

            Voglia lasciar l’Arcadia nostra infetta.

            S’ei dovesse punir tutti gli errori,

            O poveri pastori, hormai sarebbe

            Diffolato ‘l paese.

            Se sapessi‘l cordoglio,

            Ch’entro del pett’io tengo,

            Per non[30] trovar il malfattor nemico,

            Di concorde[31] voler tutt’in un tempo,

            Meco verresti a seguitar il ladro.

Me.     Ma potrebb’esser anco,

            Che in vano ricercando,

            Consumassimo[32] indarno e ‘l giorno, e l’hore;

            Né trovassimo poi

            Altro, che sterpi e sassi.

            Caro mio Coridone

            Lasciamolo fuggire;

            Poca l’offesa fù, poco ‘l fallire.

C.        Offesa poca, e fallir poco questo?

            Debil’offesa in tentar modo, e via

            Di far piaga morale?

            O troppo acerbo male.

D.        Corion, che dirai?

            Come piaga mortale?

C.        Il privarci del cibo.

            Non è grave ferita?

            Certo sì, ch’ella è tale,

            Ohimè, che à rissanarla

            Medicina di medico non vale.

D.        Dò ne le risa udendo i tuoi dolori;

            Ritorniamo à i lavori,

            Provederà Selvaggio ‘l bon pastore

            D’altro cibo migliore.

 

 

C.        Quest’è ben[33] quel che mi conforta alquanto[34];

            Ma converrà, che l’appetito intanto

            Aspetti con pazienza,

            E de l’altrui fallir porti la pena.

 

SCENA OTTAVA

 

Lupino, Fileno, Bragato.

 

L.        HOra che esser dovresti

            D’ogni pastor più lieto, e più contento[35];

            Ancor ti veggio andar mest’, e dolente.

            E qual sciagura, ohimè, puole apportare

            Noia, tristezza, affanno?

F.        Ah mio caro Lupino,

            Temo, che i Dei, e le mie pene, e il gioco

            Non bramino in un tempo.

L.        E che dirai Fileno?

            Questo temer non dei,

            Che ciò facendo, scorno, ingiuria, ed onta

            Faresti à i sommi Dei;

            De i miseri innocenti

            Non voglion mai la burla: habbi nel core

            Di dover impetrar gratia, e favore.

F.        Quella potenza invitta

            Pietosissimamente mi perdoni,

            Se di mortal pastor, mortal pensiero

            Senza libera voglia offesi i numi.

L.        D’un’animo corrotto

            Scelerata malizia

            E’ castigata in terra, e nelli abissi;

            Ma non di pura mente

            Il picciol fallo d’un pastor dolente.

            Ecco, che siamo al tempio,

 

 

            Raccordati Fileno,

            Che gratia non vien data, à chi non[36] chiede

            Con speranza, e con fede.

F.        Vogliamo entrar, ò qui giacer prostrati

            A supplicar quest’amoroso Dio?

            Eri nel tempio, ò fuori,

            Quando teco parlò, quando ch’udisti,

            (Felice te) le sue risposte eterne?

L.        Quando manco credea

            D’udir la voce, e le parole insieme

            Del divin nume, alhor l’udì restando

            Qui genuflesso; e però ti consiglio 

            Chieder di fuor l’eterna mente, e pia.

            In ogni loco ‘l sommo bene intende

            La voce, di chi l’ama, e di chi l’offende.

F.        Dammi Lupino‘l zaino,

            Porgimi ancora‘l vino,

            E quel nume divino hormai chiediamo.

B.        E rieggi si vù vegnu, haì fatto ben.

            Barba Tognazzo teghea sempre ditto,

            Che quel servisio, que se fà spediento,

            El val assè de pì, de quel, che mè

            Se ghe dà‘l finimento.

F.        O come è vigilante

            Questo Dio dell’amante;

            Inanti che preghiamo, habbiam risposta.

L.        Prima i gridi del core

            Ode, che de la voce, ò chiaro segno,

            E di speranza pegno.

F.        Come parla, e ragiona ei balbuciente.

            O stupor grande, ò Dio.

L.        Forse lo fa, ch’ei sente,

            Che ogni capraro, ogni bifolco indotto,

            Con titoli si chiama, e con parole

 

 

            Inusitate, e nove, e novo stile,

            Altier ragiona, e lascia ‘l dir humile.

F.        Santo nume divino,

            Ecco quel bon pastore,

            Che t’ha de l’alma sua fatt’holocausto,

            Humil ti chiede aita;

            Sanalo, dalli vita;

            Egli ti porge, e dona 

            Rusticane vivande, ei ti dà ‘l core.

B.        Gran[37] mercè, ti ringratio, e vegno à tuorlo.

L.        Dhe potente Signor, celeste Dio,

            Non venir tù, che l’immortal tuo raggio

            Non ne dia morte, e incenerisca quivi.

B.        Trà da un lò scagazzon, , n’haer paura,

            C’ho muà la mia pelle, à son fatt’homo;

            Se ben que à g’hò con[38] mì l’arco, e le ferze,

            A no son pì lusento.

            A dio pistori, à dio, ietu ti quello,

            C’hà tanto nel tò cuor rebba, e martello?

F.        Certo sì son quell’io,

            Che in chiuso foco, e fiamma

            Mi struggo à dramma, à dramma.

B.        Cogombaro che ti è, vatte trà in l’acqua,

            Che te n’haere pì fuogo, che te sfazza.

F.        Ben lo diss’io, ch’i Dei

            Di me voglion trastullo.

B.        No te falli,[39]

            Che no vuò altri da tì, che sto carniero.

            El barlotto so frello.

            No perdere mò ‘l cellibrio, sta sù alliegro,

            Che inchindamò te zuro,

            Sangue che no vuò dire di tò buò,

            Che cattarè ‘l sconzuro de me pare;

            A te prometto per sto vereton,

            Per st’arco, che me fiè barba Vulcan,

 

 

            Che no vegnarà notte sta doman,

            Che t’havarè la tosa al to galon.

F.        Fortunato Fileno, 

            Gratiosissimo dì, se ciò s’adempie.

B.        No dubitar quel s’empirà senz’altro.

            Leva su in piè, quel t’è tocà la gratia.

F.        Di renderti gli onori,

            Per sodisfar a i debiti,

            Non potrò mai far tanto, quanto meriti.

B.        Sarò pagà a bastanza

            De la tò volontè.

F.        Mercè la tua[40]

            Infinita bontà, del tuo gran nume.

B.        E ti no vuotu gratia, hetu morosa?

L.        Viver in festa, e in gioco

            Co ‘l Greco, co ‘l Falerno, e co ‘l Pittano; 

            Con latte oppresse, e con[41] castagne tenere; 

            Stando l’estate al fresco, e ‘l verno al foco.

            Quest’è l’amata mia, quest’è ch’io bramo

            Quest’è quella, ch’io honoro, quella, ch’amo.

B.        Cancaro t’è cellibrio; horsù né in pase,

            Demme la collation, demme ‘l fiaschetto;

            Que à vuò tornar nel tempio

E da qua a un pezzo pò,

Svolar la sù, da chi m’ha inzenerò. 

F.        Prendi con lieta fronte 

            Il debile presente,

            E le mie voglie pronte.

B.        El carniero, e ‘l barloto

            Me basta fier merlotto;

            Porta pur via le vuogie, e và de longo.

            Tì que te n’hè tosata,

            Guarda là in quella ciesa, là in quel spin,

            Che gh’è ‘l to zanio[42], co’l fiasco dal vin. 

L.             Se Amor non mi rendeva

 

 

Il zaino tolto, assai mi rincresceva.

Io l’ho trovato, i’ti ringratio Amore. 

            E tù Fileno mio, non hai ragione

            Hormai di viver lieto?

F.        Dubitanza m’assale,

            D’haver, sì come pria, tormenti, e pene.

L.        Scaccia, scaccia dal petto

            Questo falso sospetto,

            Non mentiscono i Dei, vivi festoso.

F.        Vivrò, che ben m’allegra

            Questa speranza sola;

            Non fallirà d’Amor giusta parola.

            Se mi vien ciò sortito

            Voglio al suo divin nume offrir, e dare

            Honor, vittime, incensi, erger altari.

L.        Io voglio ritornar, dolce Fileno,

            Al mio tugurio, e tù vuoi meco ancora

            Venir più in oltre? Andiamo.

F.        Verrò teco, sin dove

            Fa la strada due corna, tù à man destra

            Il sentier piglierai, io la sinestra.

 

 

ATTO TERZO

 

SCENA PRIMA

 

Pantalone vestito da ninfa, Lupino.

 

P.        SE Dio me daga ben,

            l’è un gran peccao,

            Che no possa muar 

            condition,

O per dir meio, la 

natura, e’l stao;

            Come per menchionar la gran[43] Zunon, 

            Più volte sò marìo xe tramudao

            In varie forme, e in femena tal volta.

            Capuzzi, ho un par d’occhioni

Da mariola,‘da lara, e da Saffina;

Un procieder galante,

Da trazer figaetti à quest’è quello.

E vedo quà da un lai

Una bella fontana,

Me voio un poco vaghezzar la dentro.

Ma varda Pantalon mal fortunao,

Che tì no faccia an tì, co fè Narciso,

 

 

            Che speiandose al fonte,

            Fu ‘l mal contento, & il mal’arrivao,

            Doventando moroso del so volto;

            Mad’in bona fé nò, no son sì stolto.

L.        Questi amari suspiri, 

            Questi gravi tormenti

            Sì penosi, e cocenti, 

            Né quali‘l mio dolentissimo Fileno

            Sin’hora egli è vissuto,

            Havran pur fine al fine,

            Così volendo, e permettendo ‘l cielo.

            Da la gioia, ch’io sento,

            Il core non ha loco entro del petto.

P.        Se‘l no fosse ita barba porca, e cagna,

            Parerave una Venere,

            Che passezasse fra l’herbette tenere.

L.        Ma come è debil di credenza ancora;

            Quantunque[44] il giusto Dio gl’habbi promesso

            Di farlo hoggi felice,

            Vive fuor di speranza,

            Come facea già Clonico,

            Mesto, dolente, e tutto malinconico.

P.        Così di passo in passo voio trazerme,

            Fenzendo d’esser donna honesta, e grave,

            Per andar fra costoro,

            A dar ristoro à la corporea salma.

L.        Ahime, che ninfa è quella,

            Sola, che seco ancor parla, e favella.

            Non più veduta in queste selve ombrose,

            Di bello, e vago aspetto.

            D’un’aere assai gentil, ch’assai m’aggrada.

            Mi sento tocco il core

De l’amor suo, vuò chiedergli mercede;

E se mia servitù non havrà à scherno,

 

 

            Dar me’li voglio in preda, e voglio insieme

            Tentar con lei, chi sa se‘l cielo ancora 

            Non rispondesse à questi desir miei.

            Di rado il tentar noce.

            Ferma ninfa gentile il passo altiero;

            Deh non fuggir ch’i t’ama, e chi t’adora,

            Ascolta un novo amante;

            Se non di vago, e nobile sembiante,

            Almen d’amor reale,

            Che à te si dona, ò donna,

            Gradissi il novo core

            Di novell’amatore.

P.        Diseu da seno, ò me burleu fier homo?

            E no me cognosseu? Son ninfa sacra

            De madonna Diana, e me deletto 

            De mantegnir la mia verzinitae.

            O tireve da un lai, che ve penseu?

L.        Se t’arrecassi noia,

            Chiedendo aita, ò medicina al male, 

            Che per te sento al cor, chiego perdono;

            Non hò pensier di darti noia (ò vita)

            Ma farmi tuo, e chiederti la vita.

P.        Vù havè de le canzon, vù have le baie

            Usae da mariolazzi, e da Saffini,

            Per trar al sò dessegno

            Le povere donzelle; andè in mal’hora;

            Andè matto spazzao, che no son ninfa

            Da far male, intendeu?

L.        Pur troppo, ohimè t’intendo;

            A mal mio grado questa volta intendo

            Ubidir non ti posso,

            Sostegno di mia vita,

            che (ò vita) fuor di vita

            Mi converrà partir, da te partendo.

 

 

P.        Non mi vardar presontuoso, ò  cappe.

            Ti ha troppo del sfazzao;

            Sera i occhi, và in la’, tratte da un lai.

            Se qualcun me vedesse à vaghezzarte,

            Mo che vorrastu che i disesse, ò via

            Mo no me far fier bestia andar in colera.

L.        Sventurato Lupino, à che sei gionto;

            Amar ninfa, che sdegna

            Esser da tè guatata.

            S’io miro‘l tuo bel viso,

            Io scorgo un paradiso;

            Ma s’altrove, ch’in te mio sguardo affisso;

            Trovo infernal tormento[45], ahi ch’io non[46] posso

            Volger mie luci altrove;

            Li tuoi belli occhi ardenti

            A te traggon mia vista,

            Come la calamita à sé ritira

            Il ponderoso ferro; ah non sdegnare,

            chi à tè d’ogni suo haver fa grata offerta.

P.        Offerta pò de ché, de zanze, e baie?  

            I veri amanti, che se puol dir veri,

            Senza tante baiette,

            I dona, e pò i promette.

L.        E così ho fatto anch’io;

            T’hò pria donato ‘l cor, che l’habbi offerto.

P.        Mi no son Avoltor, né tì xé Titio,

            Che ti voia manzar fora ‘l figao,

            Né manco il cuor; si mò ti non ha altro,

            Prendilo pur per tì, questo ti dono.

L.        Se al mio tugurio di venir t’aggrada,

            Quant’io vi serbo, à tè libero dono

            Lieto ne faccio, à cui offersi pria

            Di quest’anima mia,

            E del mio miser cor, la chiave in mano.

 

 

P.        A stò to liogo, à stò to recettaculo, 

            Che g’hastu pò de bon; forse an che sì

            Che vegnarò, ma co sto patto ven[47],

            Che ti no fazzi oltrazo à l’honor mio.

L.        Deh volesselo ‘l ciel, ch’essa venisse,

            Sarebbe ben co‘l tempo

            Fatto, come si dice, il becco à l’oca.

            Se tù l’oggetto sei,

            E del mio oprar la meta

            Altro non potrò mai

            Dispor di tè, se non quanto tu brami;

            A fin che quanto t’amo, ancor tu m’ami.

P.        Dimmi, g’hastu formazo?

L.        Al piacer vostro una gran copia serbo.

P.        O ‘l me fio da l’Amor, voio vegnir,

            Che me comenzo à inamorar; ma varda,

             No me far pò à la fine qualche oltrazo.

L.        Sia benedetto Amore.

            Con l’arco, e con le penne,

            Cagion di tanto bene.

            Non dubitar cor mio,

            Seguimi, ch’io m’invio.

P.        Va là inanzi, che vegno;

            Tornarò pò da i sposi un’altra volta.

            O che scempio, ò che matto,

            L’hà ben perso ‘l cervello à fatto, à fatto.

 

SCENA SECONDA

 

Amarilli sola.

 

A.        QUando via più di ricercar fui stanca

            Questi del bel Precastio[48] aprici monti[49],

            Senza mai far questo mio stral vermiglio,

 

 

            Nel sangue, over di lepre, ò di coniglio:

            Ho ricercato le feconde piaggie

            Di Valcella, di Vale, & Calcarara,

            Di Fontana le ricche amene sponde,

            E l’ombroso boschetto à loro à canto

            Di Valbaroni, dilettevol tanto.

            Né vedut’hò pur una fiera in corso;

            Qual sorte iniqua, qual nimica stella

            L’ha fatt’hoggi inselvar, hoggi ch’aponto

            Non fù di ninfe belle

            Né mai più bella, ò più leggiadra schiera;

            Sono qui tutte unite 

Lasse, & afflitte, a la dolc’ombra intente,

Fra questi fiori, e queste herbette molli.

Voglio posar anch’io le lasse, e stanche

Membra, & alquanto racchetar distesa

L’affannato mio spirto, infin che l’ombra

Cada da i monti al tramontar del Sole.

Al dolce mormorar de le chiar’acque            

Vò darmi in preda al sonno.

Felice Dio, che sì benigno vieni

A i corpi lassi, in dolce oblio tuffando

Le menti de’mortali,

Vieni ti prego a mè, vieni, e con l’ali

Coprimi tutta, hor che taccion le fronde,

E quanto quì d’intorno anco s’asconde.

In grembo à questi fiori

Lassa le membra adagio, ò vaghi fiori

Da far ghirlande à i pargoletti amori;

Quante vermiglie rose

Del sfortunato Adon rara memoria

Scorgete là, come fioregia‘l bello

Odorato Narciso,

Ritratto di colui,

 

 

            Che lasciando il meschino amar altrui,

            Morì amando, e mirando ‘l suo bel viso,

            E trasformato al fin fù in questo fiore,

            L’Amaranto si vede,

            Il candido Ligustro,

            La pallida Viola,

            E mille altri bei fiori

            Di più vaghi colori.

            Poiché sarò svegliata

            Ne voglio far à li miei crini un serto,

            E così coronata

            Per le vedi campagne,

            Ricercarò le mie dolce compagne.

            Com’è bello ogni fiore,

            Come le belle foglie à l’aria spiega,

            Al fine ei langue, impallidisce, e more;

            Così è l’ingrato Amore.

            Voglio tacer, e al mormorìo del fonte

            Chiudendo gli occhi, e piegando la fronte[50],

            Prender piacevol quiete,

E bramato riposo.

 

SCENA TERZA

 

Bragato solo.

 

B.        E ghè n’indromo à quiggi,

            Che sta miegio de mì.

            Hò sì ben conzo le mie conse sì,

            Che no gh’amanca altro

Che haerhe na morosa al mè besuogno;

Mo a me la vuò trovare;

S’à me la vuò trovare? Cancarè

No vuò po’ che la vaga gnanca à mesi;

 

 

            Giè pur belle le tose in stì paesi.

            Mo què vedeggio? Dromeggio? Ò m’insogno?

            Questìe no è la na tosa? Ò messer sì.

            Bragato aventurò, mo l’è pur nia,

            Mo l’è pur an polia,

            Mo l’è par n’anzoletto ta de dì,

            Chi no se la gorresse,

            Sarae ben un menchion mazor de mì,

            Vardè un pò cari frieggi,

            Vezzivu qui caveggi,

            L’è tant’oro filà, quel so bel viso

            El somegia à un narciso.

            De gi vuocchi ch’è serè

            Adesso à n’in dirè;

Quelle galte giè fatte

E de ruose, e de latte;

            E ‘l naso perfilà,

            L’è un torso de lattuga ben mondà; 

            I suo’ dolci lavritti,

            I par purpio impastè de coralitti;

            Del resto à n’in vuò stare

            A dire que à nol sè comuò contare[51].

            Que vuotu far Bragato

            La vuotu desimisiar: mo messer nò;

            A vuò lialò colgarmeghe da pè,

            Che qualche lovo no ghe daga impazzo,

            E dromir un pochetto in compagnia;

            Fatè po’ zò que Amore

            Me darà in te l’humore.

            Putta no tè despiasa,

            Che an mì faga un sonnetto

            Accolegò chi à pè del tò visetto.

 

 

SCENA QUARTA

 

Pantalone, e Lupino di dentro.

 

P.        AIuto, ahi, che m’aniego,

            No me dar pì de gratia, caro fio,

            O via lassame star, ch’hò zà padìo 

             Quella poca zoncà, che t’hò manzao.

L.        Va pur libero, e sciolto, 

            Che havrò di tè giusta vendetta presa,

            Vendicato l’offesa,

            E dal tuo falso amor fatto lontano.

            Così imparino gli altri à le tue spese,

            Non burlar i pastori.

P.        Che colpa xè la mia? di mò, fier menola,

            Perche vegnirme drio,

            Me credevi una donna da partio?

            E se donzella, ò putta,

            Te me volevi donca svergognar.

            Ho inteso, quando che sarò tornao,

            E c’havarò in Venesia messo cao,

            Laro, vuò che ti vada,

            Se Dio m’aida, à bastonar i pesci.

            Povero Pantalon, ti l’hò ben ditto, 

            Che stà tò invention no podea star, 

            Né ponto riuscir senza tò danno;

            Ma sia come se voia, ho pur manzao.

            E starave assae ben, se sto forfante

            Lento, e sfazzao amante,

            no m’havesse sbattuo la pelle, e i ossi.

            Chi è costor, che è quà in terra accolegai?

            I fà la nana certo; à Dio Fradello,

            Ti xè ben attaccao, bon prò te fazza;

 

 

            O che galante fia,

            L’è una riosa d’Avrile, un fior de spin,

            La me fa ravivar il coresin.

            Sento Amor che me tocca

            Le viscere, e da l’arco, el dardo scocca.

            L’è forza, al corpo de le mie pantofole,

            Che m’accolega an mì da st’altro lai,

            E che a faza la nana sego, intanto

            Che la compissa‘l sò dormir, dai pò

            Saltarò in piè de fatto,

            E ghè racconterò ‘l ben che ghe voio.

            Questa donzella certo, in veritae

            Sentirà gran le grezza, co la trova

            Un zentilhomo farghe compagnia.

            O dolce, bella fia,

            Visetto inzuccherao,

            Me sento nar in bruo da la dolcezza;

            Voio dormir an mì,

            E no perder pì tempo in rasonar.

            Sonno stupame i occhi, e nò tardar,

            Che me te dago in preda.

 

SCENA QUINTA

 

Amarilli si sveglia.

 

A.        CHe rissonar di voce

            M’ha risvegliata, e da l’oblio di lethe,

            Tolta co’l mormorar de le parole?

            Sfortunata, che veggio? Ohimè, che strana

            Gente rimiro al grave sonno in preda

            A me vicina? e qual sfacciata fronte

            Gli ha indotti à collocarsi al casto lato 

            Di sacra ninfa, il cui virgineo fiore

 

 

            Ha già sacrato à la triforme Diva?

            Ben giust’ira mi sprona 

            Tinger nel sangue il dardo,

            Dando conforme al suo fallir la pena.

            Ma che donnesche, e vili spoglie i’miro?

            Donna sembra costui, che giace, e dorme

            Ne la mentita veste, e pur m’accorgo

            Del viril sesso à la mal tonda barba.

            Una burla giocosa

            Sarà vendetta in un medesmo tempo,

            Che pigliarò di questa gente insana.

            Troncar voglio dal mento i crini hirsuti,

            O la mentita, e malconciata barba;

            E troncarla sì bene

            Con questi uniti in un taglienti ferri,

            Né vuò che possin mai per l’avvenire

            Negar il lor temerario ardire.

            Ogn’un potrà à bell’agio

            Seguir sua voglia, haver meglio l’intento;

            Questo lasciva donna

            Per la mentita gonna

            Si farà vagheggiar, quest’altro ancora

            Fatto più vago, e bello

            Darà pena, e martello

            A mille vaghe, e dolce pastorelle;

            Si che fra queste selve

            Non vi sarà caprar, ninfa, ò bifolco,

            Che non dia qualche segno

            D’amorosa pazzia.

            Tronchi restate infami in questa via,

            Qual merta‘l fallir vostro, e i vostri rischi;

            La mia celeste Dea premia, le punischi.

 

SCENA SESTA

 

Pantalone, e Bragato si risvegliano.

 

 

B.        FAtte un pò chivelò, po’ ti è salberga,

            No star sì in là, che te me fè verin.

            Cancaro se te vuò, che s’ardoom:

            No besogna fuzir. 

P.        Vaso indorao,[52]

            Confetto inzuccherao, aspetta un poco,

            Che m’hò si lome adesso indormenzao.

B.        Mo sì in le neghe impolaron. No star

            Così lontan, No te far pì pregar.

P.        A destro cara fia,

            Che ti me fa gatizzolo;

            Lassame far la nana, se tì vuol,

            Che pò se godaremo in sanitae.

B.        Hoimè que sento, hoimè,

            Che vose è questa ch’aldo; mo que vezo? 

            Sivu vù‘l me paron?

P.        E me trasseculo,[53]

            Estu tì? Come sestu qua arrivao?

B.        O pì de cento fiè pianzù per morto

            Pantalon me piaseole.

P.        O Bragato de sea, Bragato d’oro.

B.        Comuò l’hiu scapolà,

            Che no si nà a dar pasto a i pesci in mare?

            Perche siu pò vestì così da femena?

            Que desgratia haì patìo?

P.        Se ti volesse contar per menuo

            Tutte le controversie, c’ha regatta

            Si xè su sto mio fusto intravegnue,

            Haverave da far per un gran pezzo;

            Ma perche mi no voio

            Consumarme in contar tutta l’historia,

            Te‘l dirò in brevitae;

            Daspò ch’in quel gran scoio andè la barca

            A romper, co la furia, che ti sà, 

            E se disperse in mille pezzi, e pì;

            Mi saltette ben presto in t’un batello,

 

 

            Così pien de paura, e de tremor.

            Fù levao cento volte al cielo, e cento

            Cazzao zò ne le sirte, e ne le lore;

            Al fin quando credeva

            Lassar el busto a i pesci,

            E che m’era a Nettun raccomandao,

            Fu fuora, al ciel piasando, traghettao.

            Mi povero meschin, da la fortuna  

            Sbattuo, e mal menao, infin adesso

            Son andao per ste selve tapinando,

            Per trovar da manzar, (invention

            Da buffalo, da goffo, e da menchion)

M’è vegnuo volontae

Vestirme così mò, co te me vedi;

Né sta burla però m’è passà ben,

Perch’un forfante, un tristo, un scelerao,

Con un grosso baston m’ha mal trattao.

Passando de qua via ho pò scoverto

La ninfa, che dormiva in terra stesa,

Co ‘l bon compagno à lai,

E che quel fusse‘l mio Bragato mai

Haverave pensao: Visto‘l bocchin,

Le galte incolorie de quella fia,

Da piaser, da dolcezza fù sforzao

Colegarmeghe appresso, e far un sonno.

Son mò dismisciao, ti sa‘l restante,

Che la ninfa galante è scampà via.

B.        Certo vù haì patìo de gran fastibi,

            Ma gnan mì no son stà lontan da vù,

            Che n’habbe parte, e pì che parte habbio;

            Ma contemela un pò comuò la stà?

            Chi v’ha così la barba commoda?

P.        Te voleva fio caro adomandar,

            Chi è quel, che t’ha sappuo sì ben con zar.

 

 

B.        Cancabaro paron, l’è ben da rire,

            Da sgrignar, si alla fè, s’à vè la vijssi, 

            Cancar se la vijssi. 

P.        E te la vedo,[54]

            Caro Bragato fio, così taiao

Ti pare un Babuin dal cul pelao.

B.        E cherzo certo, e cherzo, 

            Ch’à m’in darissi inchin doman, tocchela,

            Mò tocchevela un pò, che saerà

            Se l’è co à digo mì,  

P.        Che distu de sta barba fier menchion?

            A laro, à scelerao, fio d’un poltron.

B.        E vù mò, che disiu de sta me barba,

            Degna d’un’huom sì fatto co à son mì

            De cribolo, perque sì quel ch’a sì,

            me la devreggi donca comportar?

P.        Insolente, à sto modo

            Se tratta un tò patron, ma te ne voio

            Impagar, impiccao, tiò sotto al naso

Sto pugno, e dimme un pò se‘l sà da bon.

B.        Cogombaro son ben s’à mel comporto;

            L’imprestar fa ‘l bon rendre, tuò ti questo.

P.        Porco passuo, à chi t’ha dao del pan

            S’ha sì poco respetto, laro, can,

            Te vuò far trar el fiao;

            Farò che ti sarà‘l mal arrivao.

B.        Te vuò rompre la testa con sto tozzo;

            E farte empir le braghe de paura,

            Te vuò sbusar co è un crivel da megio.

P.        Agiuto, ahi che ‘l me taia, agiuto, agiuto,

            Brigae porzime agiuto.

B.        Ste fuzissi  in la Tralia, in la Franzosa,

            Donde ven le sfiandrine[55], inchina in Sfiandra[56],

            Inchina in la Turchia, te seguirò,

            Tagiarme à mì sta barba? Aspetta pur.

 

 

ATTO QUARTO

 

SCENA PRIMA

 

Lupino, Amarilli.

 

 L.       QUANDO ch’io penso

            Haver dato‘l mio amore

            A finta ninfa, e simulata in veste,

            Ma non già nel sembiante;

            Un tal riso m’assale,

            Che mi sento dal petto uscir lo spirto.

            Questo vecchio impazzito

            Facea la cruda, e la ritrosa, & io

            Non hò mancato dar conforme à i merti

            Quella pena condegna, 

            Che richiedeva‘l temerario, e folle

            Ardir di vecchio insano.

            Fileno hormai dev’esser gionto al colmo

            D’ogni ben, d’ogni gaudio, d’ogni gioia.

            Sommo piacer ne sento

            De l’allegrezza sua, del suo contento.

 

 

            Io scorgo di lontan venir tra fronde

            Una leggiadra ninfa,

            E la bella Amarilli

            Mi sembra ne l’aspetto;

            Io voglio udir de la sua dolce voce

            Il dolce suono, anzi ch’à lei mi scopra.

            O dolcissimo Amor, fa che sia‘l vero,

            C’habbi in meglio mutato‘l suo pensiero.

A.        Non potrà adunque più per queste selve

            Pudica, e sacra ninfa irsene sola,

            Senza periglio, ò tema

            Del venerando honore?

            Fà santa Dea, c’hormai da la radice

            Queste mal nate piante sian divelte.

            Non lasciar, che le ninfe

            Di queste liete piaggie a te sacrate,

            Da questi strani mostri sian macchiate.

L.        Qualche novo accidente

            Li deve esser occorso,

            Seguendo ardita de le fiere il corso.

A.        Se t’ho sacrato il cor, l’alma, e l’honore,

            Cosi voglio mai sempre 

            Appò d’ogn’altra del virginal coro

            A te serbarmi immaculata, e pura.  

L.        Te’n vai dunque Amarilli ancor altera

            Per queste selve, dispreggiando Amore?

            Credi, ch’io non vaneggio,

            E non dormo, e non sogno,

            C’hoggi nel Gange[57] à la nutrice in grembo

            Non asconderà Febo i chiari rai,       

            Che tu ricchiederai

            Mercede, sarai fatta 

            Tributaria d’Amor, non più di Delia,

            Di Fileno a le voglie ti darai.

 

 

A.        D’Amor io serva? E non più ninfa amica

Di Lucina pudica?

Questo non sarà mai, sò ben, che scherzi

Lupino, e saper dei,

Che questo tuo scherzar ponto[58] m’aggrada.

L.        Io non ti scherzo, e se co’l dir t’offesi,

            Perdonanza ti chiedo.

            Io parlo da dovero, hoggi‘l vedrai;

            Quell’almo Dio d’Amore

            Ti farà cangiar voglia, e cangiar core.

A.        Ne ’l cieco Amor, che di lascivia e d’otio

            È nato, mi farà cangiar pensiero.

            Non è sì fermo, e duro antico scoglio 

            A le fals’onde del spumoso mare,

            Come son’io fermissima, e costante:

            Che ragioni, che parli? ebro incostante. 

            Ove lasciati, ò misero pastore

            Le pecore infelici andar errando?

Perché non le conduci à i paschi ameni?

A le dolc’ombre, sotto i verdi faggi

Se la campagna aperta homai gli noce? 

L.        Io vivo a’ tuoi commandi,

            Perciò m’è forza d’obedirti; i’ parto,

            Ma con fermo pensiero

Di non le ricondur à chiusi ovili,

            Ch’io non ti trovi di pensier cangiata.

            Amarilli, senz’alma, e senza core,

            Si può dir, chi non è serva d’Amore.

A.        E’ possibil, che mai ti trovi stanco

            Di ramentar questo tuo pastorello?

            Cessa, lascia l’impresa;

            No ‘l voglio amar, e non l’amerò mai;

            Scocchi pongenti strali

            Contra di me l’inerme fanciulletto,

            Non mi piagarà‘l petto.

 

 

SCENA SECONDA

 

Fileno, Amarilli

 

F.        ECco ch’io torno a le querele antiche,

            Torno a’sospiri, a’dolorosi pianti.

            Di viva speme‘l mio cor si nutriva;

            Udite quelle sante alme parole

            Da le divine labra,

            Di quel cieco fanciullo,          

            Che mi ferì, co‘l suo bel dardo il core,

            Men vivace, anzi spenta homai la sento.

            Morte, morte, che fai?

            Fà che contento moia,

            Chi questa vita annoia.

            Ma che vaneggio? ecco ‘l mio vivo Sole,

            Ecco quel ben, che mi può dar la vita; 

Ecco la ninfa mia;

Ecco la mia bellissima Amarilli,

Che mi può trar da l’imperio di morte.

A.        O mia infelice sorte,

            Eccone quel pastore

            Troppo molesto al mio virgineo fiore.

F.        Non oso, e temo à presentarmi inante

            A quel vago sembiante.

            Ma di che temo? ahi lasso?

            Nulla teme chi morte non paventa.

            Ninfa cara, & amata, à te ne vegno

            Per ultimo rifugio del mio duolo.

            A te, da cui dipende

            La mia vita dogliosa.

            Amarilli amorosa à te ricorro,

            Lume de gl’occhi miei, cor del mio core;

            

 

            De l’afflitt’alma mia dolce sostegno.

            Una sol gratia chieggio

            Inanti al mio morir, dimmi almen pria,

            Brami la morte, ò pur la vita mia?

A.        Né la tua vita voglio, e men la morte;

            Né di tua morte, ò di tua vita curo.

            Non cerco il viver tuo, né‘l tuo morire.

            Né bramo, ò la tua morte, ò la tua vita.

            Và pastor impudico,

            Amante nò, ma ben crudel nemico.

            Non t’accorgi, e non vedi,

            Che non odo i tuoi preghi?

            Che di te non fò stima? Anzi t’aggiongo,

            Che produrrà gratissimi licori

            La cicuta mortifera, & amara;

            E li rapaci, e troppo ingordi lupi

            Fuggiranno le pecore, e gli agnelli;

            Habitaran le dame le fals’onde,

            E i pesci ne le fronde,

            Pria ch’io muti pensiero,

            Di dar a’tuoi affanni alcun’aita.

            A che consumi l’infelice vita?           

F.        Io mi consumo, & ardo.

            Cagion ne sono i tuoi bei lumi ardenti.

            Braman le piaggie, e’ campi asciuti, & arsi,

            Ne la cocente estate

            L’humide pioggie, & io

            Da’ tuoi lucidi lumi

            Acceso, & arso, bramo abenche in vano,

            Di tua pietà la pioggia, che m’avvivi.

A.        Tu sochi con l’aratro

            L’onde del vasto Egeo, 

            E nelle secche arene

            Tu vai spargendo il seme.

 

 

            Lascia, lascia l’impresa arso pastore.

F.        Tronchin le parche la dolente vita,

            Pria ch’io ti lasci, e non t’ami, e ti servi,

            Chiedi ti prego a queste selve intorno,

            Che ti diranno, ò mio dolce thesoro,

            S’io t’amo, e s’io t’adoro.

            O quante volte, ò quante

            Vedut’han queste piante 

            Versar da gl’occhi miei sanguigno[59] humore,

            Con gli amari lamenti, e con gli stridi.

            Spaventate le fiere

            Timide son fuggite à gl’antri oscuri,

            Come ti regge il core ingrata, e cruda?

            Chiuder del tutto à la pietade il petto?

            Conosco ben, che’l mio morir disia

            La tua iniqua follia;

            Volesse il Ciel Fileno,

            Che tacciuto à costei

            Havesti l’amor tuo vivo, & ardente;

            C’hora tu non vedresti

            Quel viso almo, e pregiato

            Ver te così turbato.

            Se tu miri i miei lumi, 

            Son doi vivi fiumi,

            Che co’l continuo pianto

            Rinverdono à la terra‘l vario manto:

            Se tu guati ‘l mio petto,

            Non hà fiamme Vulcan nel suo ricetto

            Così vive, & ardenti,

            Com’io risserbo: i miei gravi lamenti

            Ne danno aperto segno.

            Per te son fatto un’arso Mongibello,

            Un misero Sissipho, & infelice;

            Ti cerco ogn’ora, e da me fuggi, ond’io

 

 

            Di nuovo hò di seguirti altro disio.

            Amarilli mia bella anima mia

            Titio son fatto, e tu sei l’avoltore

            Che con tua ferità mi traggi’l core.

            Tu sei il fonte, e Tantalo son’io,

            Che cerco di satiar la sete ardente,

            E tu me’l vieti? (ahi lasso)

            Dhe con occhio pietoso

            Risguarda chi t’adora,

            E non lasciar chi t’ama ahimè che mora.

A.        Con mentiti suspiri,

            E con finte parole

            Lusingando me’n vai.

            Non sai pazzo, non sai?

            A me ninfa non lice 

            A te volger i sguardi, anzi disdice;

            Rivolgi i passi altrove.

F.        Se à chi ‘l tuo ben disia

            Sei così fiera, e ria;

            Ahi qual saresti cruda,

            A chi t’odiasse? ahi di pietade ignuda.

A.        Qual a le rose, e gigli

            Vespe importuna, ragirando intorno

            Per corli‘l dolce melle ancor non tolto,

            Così fai tu pastore insidioso

            Se d’obedir sei pronto;

            Se pronto è d’obedire 

            A le mie voglie‘l tuo pensiero, e s’uno

            E‘l tuo volere, e‘l mio,

            Facciamo un patto, & una legge eterna,

            Che inviolabil sia;

            Non rivolger le piante

            Ov’io volgo‘l sembiante;

            Questo mi sarà un segno,

 

 

            Che m’ami, e che m’honori, 

            E le tue voglie ardente

            Non troveransi ad obedirmi lente.

            Partiti tosto, ò ch’io

            Mi parto incontinente.

F.        Donque son queste Amore

            Le gioie del tuo regno ?

            Questi sono i diletti,

            A che i mortal miseramente alletti?

            Perisclia hoggi la Terra,

S’altro non è l’amor, ch’un’aspra guerra.

Graziosissima ninfa al mio dispetto

Io sono pure ad obbedirti astretto;

Custodirò la legge, e’l patto, i’ parto,

Ma questa mia partita

Sarà cagion, ch’io finirò la vita.

A.        Và pur, ch’io son ben certa 

            Altri saran gli effetti à le parole.

            Di quell’ardente amante

            Titiro mi ramento,

            Che seguì Lipa a lui ritrosa, & empia

            Lipa, che di Licori

            Fù serva, ond’egli ardendo,

            Al dispetto del cielo, e de le stelle

            Volse precipitarsi entro ad un fonte, 

            Ma più volte ripreso, & impedito,

            Egli seguendo ogn’hor l’abuso indegno,       

            Stabiliro fra lor gl’almi pastori

            Mirar del mesto, e lagrimabil caso

            Il fine; onde tacendo,

            Et alcosi mirando di lontano,

            Tornò lo stolto à l’empio suo costume,

            Né rimirando alcuno,

            che gli vietasse il fato,

 

 

            E guatando ne l’acque,

            Sciocco, disse, sarei, s’io non volesse

            Somerger, chi tentasse darmi morte

            Entro quest’acque, e si partì dal fonte,

            Né più rivolse il piede

            Per affogarsi dentro a le chiar’onde.

            Così credo, che sia

            Di Fileno la voglia, e la pazzia.

 

SCENA TERZA

 

Bragato, Amarilli.

 

B.        TE sò dir, che al volea conzar[60] da empire[61]             

            Sto poero paron desgratiò.

            S’un piegoraro no correa à spartire.  

            A muo can sbuelò

El volea far tirar de’calzi al vento.

Mo l’è stò bella cancaro, que’l bon

Hà patio per el tristo; ò guardè mò

Co la và spesso in sto roerso mondo;

Daspò que hò fatto pase, à g’hò pensà,

Que ‘l no puol’esser stà

Altri, che quella femena d’anquò,

Che aponto livelò

            Dromia destesa in terra, à quell’ombria,

            Che n’habbe mozzò via

            La barba, co i vezù,

            Conzandone à sto muodo tutti du.

            De la verghene bona, se à la catto,

            Ghe vuò rendre[62] ‘l piaser, que la m’hà fatto.  

A.        Sia maledetto Amore

            Cagion d’ogni mio male;

            De la medaglia ecco‘l riverscio, & ecco

 

 

            Un’altro à me troppo molesto, e indegno,

            Come appar nel sembiante,

            D’esser di ninfa amante.

            Venghi sdegnoso, e mi molesti, e poi

            Si parta se potrà liet’e contento.

B.        O l’è aponto chialò. Marte sbraoso,

            Imprestame‘l tuo cuor, la to braura.

            Che adesso à vuò far dir del fatto me.

            Ah scroa, ah scelerà,

            Ti è chì mistra de barbe,

            Ti è chi trista cagnazza renegà,

            Ti ti t’hè bio ardimento

            Tagiar la barba, senza descretion,

            A mi, mi, che son mi fior de farina?

            Que son el pì bel huomo, ‘l pì sbraoso,

            Che sipie in tutta tutta Tralia, an pi de là.

            Me vuogio vendicar de tanto oltrazo.

            Mo se à dego far pase,

            Fazzo pensero de voler da tì

            Quel ultimo piasere, intendimè, 

            Che vegna fuor na raza da nu dù,

            Pi maor, c’habba bù

            E la Franza, e la Spagna;

            E bona da littiera, e da campagna. 

A.        Tu vai fuor di ragione

            Indegno forestier, bifolco strano.

            Copri le labra con l’iniqua mano,

            Frena la lingua, e l’oltraggiar altrui

            Cessa, con questi nomi infami, e tristi.

            Non lo nego, il confesso,

            Ch’io ti troncai la mal conciata berba,

            Quando meco giacer nel prato ardisti,

            Con quel compagno forestiero anch’esso;

            Ma ch’io te l’habbi malamente acconcia,

 

 

            Lo nego. e se ti miri

            In questo chiaro fonte,

            Scoprirai ben, ch’io non ti dico il falso.

B.        Te basta ancora l’alemo fier tì,

            De volerme far crere così chi,

            Que te me l’habbe col tò far polia?

            Co la tocco no sentegio, di mò?

            Que la par purpio spini? Ta de mì:

            Mo sea comuò se vuogia,

            Que t’intoccava à ti, piegora arzosa,

            Tagiarla, ò bella, ò burta que la sea?

A.            Per altro non lo feci, anima mia,

Se non perché sembrassi à me più bello,

Si che spesso girando

Le luci al tuo leggiadro, e vago aspetto,

Ne sentissi maggior gioia, e diletto.

B.        Cancaro mo‘l serave un’altro ton,[63]  

            Quando ‘l foesse ‘l vera.

            Putta dittu da seno,

            Que te sinti pre[64] mì dentro l’magon

            Qualche puoco de smagna, e passion?

A.        Certo, ch’altro non bramo, 

            Che tè solo goder, che tè sol’amo.

B.        A g’ho adesso un piasere, el pì maore, 

            Che me poesse me vegnir al mondo;

            No cambiarae la vita co Rolando.

            Mo viè via que à me sento i Bragatieggi,

            Ch’i me bulega dentro in ti bueggi.

A.        Vengo ben mio, non dubitar, ma inanti

            Una gratia ti chieggio.

B.        Cancaro, à l’ho ben conza, mo còmanda,

            Che per farte apiasere

            Annarae china in Fiandra adesso, adesso.

 

 

A.        Ben felice son’io,

            Che ti trovo conforme al voler mio.

             Altro da te non bramo,

            Se non c’hora in quel fonte

            Tu ti lavi la fronte,

            E ti rinfreschi alquanto.

            E ‘l calor, che t’annoia mandi in bando,

            Perdonami ben mio se ti commando.

B.        Volentiera ‘l farò, te parli ben,

            Che l’è pì de siè dì che no l’ho fatto;

            Horben ti scaltrietta,

            Inchina che me lavo adasietè.

            Brù, brù, mo tà de cribolo,

            Te me gh’è fatto dar entro del cao,

            Ch’el cancaro à i tuò schirzi;

            O via damme la cotola,

            Che me possa sugar; ond’etù annà?

            Ah incantaora, ah stria.

            Te me gh’è scampà via;

            Mo mena pur le neghe se ti sà,

            La no t’annarà sempre da quel là:

            Te vuogio seguitar fuzi ste sé;

             No zovarà ‘l muzzar, te’l veerè.

            A no te vuò lagare,

            Se’l besuognasse inchina

            Correr sera, e mattina.

 

SCENA QUARTA

 

Licida Sacerdote. Duo spiriti.

 

Li.S.    SE dei superni Dei l’alto valore,

            E l’infinita sua somma potenza

            Non punisce sovente i gravi errori

 

 

            De superbi mortali, i numi eterni

            Sarebber dispregiati,

            Non che da noi temuti, & adorati

            Mentr’hoggi stava al sacrificio intento,

            Per offerir un bel candido agnello

            A quella, ch’ha del primo ciel l’impero,

            Di cui Ministro, e Sacerdote ì’sono,

            Pregando lei, che conservasse à noi

            Tranquilla sempre, e sempre mai feconda

            La tanto bella, e tanto amata Arcadia,

            Né dal cielo avventasse aspri flagelli

            A le mandre, à gli armenti, & à i pastori,

            Per le lor menti depravate, e stolte

            Al mal, com’Argo di cent’occhi desti,

            Al ben’oprar, come la talpa ciechi,

            Una voce divina à mè rissorse;

            Manda i due Forestier, ferigne belve

            Fuori d’Arcadia al venerando Trono

            D’un Signor, c’haveran pace, e perdono,

            Andranno agnelli, e lascieran le selve

            Non conoscendo io questi mal nati

            Novi d’Arcadia habitatori iniqui,

            Gli hò ricercati in ogni parte, e loco,

            Lodato il ciel, che gli ho scoperti homai

            Co’l mio, ch’è poco meno occhio di lince:

            Hora con l’arte mia, arte di Mago

            Stringer vuo Pluto, il Dio del crudo inferno

            Che faccia sì, che doi de l’empia corte

A lui soggetta, il mio voler destini,

Per adempir quanto la Dea ricerca;

M’accingo à l’opra, e dò à l’incanto[65] effetto.

Rè di Cocito, e de li regni oscuri,

Dominator eterno,

Scorgi la forza del mio cerchio, in cui

 

 

            Queste tre volte co’l piè destro labbaito:

            Odi le fran parole in basso suono,

            Che mormorando ì’vò verso Aquilone:

            Empiti di timor nel cupo abisso,

            A lo sputar di tre fiate in terra.

            Non odi ancor? non temi e non paventi?

            Non mandi a mè gli tuoi ministri oscuri?

            Ah, che ben[66] vuoi, che quella forza adopri,

            Che fà oscurar il Ciel, le Stelle, e‘l Sole,  

            E ritornar ne i corpi estinti l’alme.

            Sì, sì, ch’io seguirò, mà intant’io veggio

            Venir à mè de la gran Dite i Spirti.

Sp.      Pluto, Signor de la Stigia Palude,

            Per adempir tua voglia, à te ne manda,

            Siamo pronti[67], hormai chiedi, hormai còmanda[68].

L.S.     Del nero Averno habitatori eterni,

            Messaggieri di lui, che‘l centro regge;

            La santa Dea, ch’in queste selve alberga,

            Ecate i’dico, il cui sommo valore

            Ha fatto sì, che Pluto ancor temendo, 

            V’ha destinato à far di voi offerta

            A me suo servo e Sacerdote; hor dunque,

            Essa brama, ricerca, essa commanda,

            Che quei nemici à le sue leggi intatte, 

Quei Forestieri abitatori iniqui

Di queste felicissime contrade,

Che cercan violar le sacre ninfe,

Di questa grata à lei Arcada terra,

Sian da voi fuori incontinente spenti,

Anzi tolti, e levati, e là riposti

Senza alcun danno, ov’ottenghin perdono

Di lor gravi successi, e falli iniqui:

Una felice, e fortunata terra,

Di gente piena al fiero Marte intenta,

 

 

            D’ogni rara virtù ricca, & adorna;

            A piè d’un’alto monte ella rissiede,

            Ne la cui vaga, & eminente cima,

            Un nobile, famoso, e ricco tempio,

            Eretto stassi al grand’Iddio Sommano;

            Ivi Giove terreno, almo, e sovrano

            Quel si caro pastor, quel si gran padre

            Di sì nobil famiglia, illustre, e chiara

            De Sammartini, ivi regge, & impera;

            Ivi l’alme devote à Dio sì care,

            Con l’aiuto del Ciel, serba, e mantiene;

Di questo gran Signore,

Di questa nobil terra almo splendore,

Voi portateli à l’ombra,

E sian tosto assoluti:

E per il suo valor, per il suo grido:

Là seran posti poi,

Ou è la patria, u’son gli beni soi:

Non fermate le piante,

Ivi commando, à quell’ombra pregiata, 

Di questo mobilissimo Signore,

Né l’ardir vostro vi trasporti intanto

Di posar ponto in quel bel loco il piede,

Se non volete al fin, ch’io gionghi pene

Al penar vostro, e sia maggior tormento

Di quel, ch’havete giù nel centro oscuro.

Sp.      Proviamo il tuo poter, habbiamo udito

            I tuoi commandi, e ciò, che ci commetti,

            Non havrà‘l giorno bel sua luce spenta,

            Che sortirà la tua richiesta il fine.

Sp.      Essequite ad un tratto

            Neri spirti d’Averno,

            L’obligo vostro, e quanto vi commetto,

            Ritorno à la mia Dea cara, e gentile;

 

 

            Ritorno al santo hospitio

            A porger riverente, humile, e chino

            I miei soliti honori,

            Con odorati incensi, e frondi, e fiori.

 

 

ATTO QUINTO

 

SCENA PRIMA

 

Bragato solo.

 

B.        TEGNARAN adesso

            colusion,

            Co i fà tal botta à

            Pava quei sletran,

            Che st’agnello, c’hò

            in spalla grasso,

            e bon,

            L’ho tuolto cole man[69],

            A vuò dir, que lo tuolto co rason. 

            O’l se porae rengare,

            Con dir, quel che n’è tò

No besuon que te’l tuoghi, lagal stare.

De segur quest’el sò,

Che la slez’al commanda;

Mò mì da l’altra banda,

Co i statuti de Bortolo, e Giandon

A ghe responderae in colusion,

Con questo fondamento,

Che la necessità no ghe da vento:

 

 

La natura n’hà fatto

E do brazzi, e do man,

Perque à i nostri besuogni s’agiutam:

E zò que al nostro vivere conven 

Procazzamo, e galdamo qualche ben.

Quel’huomo, que è in bistento,

E gramo, e mal contento,

E no cerca d’agiarse,

Fa do mali, e no’l sà, e no l’intende: 

Se stesso oltraza, e la natura offende, 

A n’era bonamen conso un megiaro

Drè à sta fraschetta, che me g’hà zolò,

Que‘l cuor via m’ha portò,

Que me saltiè na fame

Cattiva, aspra e cruela:

A me sentia sbasir, no podea pì

Restar senza provedre à i fatti miè:

Prezò per alturiarme,

Ho tolto st’agnelletto à un piegoraro:

E m’ho cazzà in t’un bosco

Criando‘l babbion al ladro, al ladro,

Dai, pigia, ò ch’ignorante, 

No m’harrae cattò fuora un Snegromante[70].

            A son mò chivelò, sango de dì,

            Se catto Pantalon,

            Vuò che ‘l m’agiaghe à trarghe, zò i galon[71],

Cancaro mò que vezo?

Eggi pumi dolzani quei ch’è là?

Mo sì m’in vuogio tuor una spanzà,

A vuò cazzar l’agnello in sto macchion.

Mo setu que Bragato? lagai stare;

Che qualc’homo cattivo, scelerà

No te vegnesse à dar senza piatà.

Me sì, mi à n’hè paura,

 

 

Vegna pur chi se vuogia,

Comuò ghe parerà, ch’i se la tuogia;

Chi stesse pre timor de far un fatto,

Se ne sarae ben assè, cù, cù,

A Bragato valente, và pur sù.

 

SCENA SECONDA

 

Amarilli, Pantalone, Bragato, & due Spiriti.

 

A.        Aita, aita, ahimè, ch’io son tradita

P.        Tasi, mo no criar, son zentilhomo;

            Tasi, mo no cetir, tasi mia fia, 

Che no lo sappia tutto sto Commun,

Ch’un nobil cittadin,

Homo qualificao,

Voia basar quel tò dolce bocchin.

Dhe cara ti no me stornir el cao 

Co’l to criar, mo tasi cara tì.

A.        Ch’io taccia? Ah manigoldo, ah vecchio insano,

            Ah pazzo senza freno, 

            Così si fa verso le ninfe intatte?

B.        Sento cigar alturio, ahi che son muorto;

            Te‘l dissi mì, che ti lagassi star?

P.        Tasi, sia de veluo,

            Tasi, digo, mo tasi se ti vuol,

            Perche taser ti puol,

            No voio altro da tì,

            Se no che nù fazzemo de do trì.

A.        Non mi toccar vecchiazzo ribambito,

            Io non son di partito,

            Ma consacrata ninfa

            Ad Ecate, à Diana;

 

 

            Lasciami traditor di mente insana.

P.        O ti è troppo salvadega,

            No te voio lassar, nò, missier nò,

            No alla fè, no’l farò da zentilhomo.

B.        Vigi là i cigaori, ma i no cria

            Pre conto mè, de mì; de santa bella

            Quel gh’è la me tosata, chi è quel altro?

            L’è ‘l Pantalon, che la vorrae, cancabaro

            A la vuogio agiutar, quel no ghe faghe

            Un qualche sogi mi.

            Tasi, n’haer paura, cha son chì.

            Pantalon, ch’hiu à far co sta me tosa?

P.        Vatte anniega fier smorfia, vatte appicar

            Che g’hastu da far tì?

            Mi son l’ancian de sto visetto d’oro.

A.        Tu santa Dea, che da le man d’Apollo

            Mirabilmente conservasti intatta 

            Dafne, e da Pan Siringa,

            Mè ancor conserva illesa.

            Trandomi fuor di questo grave impaccio

            Di questi infami, e tristi.

B.        La dise‘l vera, tristo, infamiuso,

            Lassela mò star lì vecchio baoso.

P.        El disea ben, che ‘l m’haverao privao

            Sto tò criar, dal ben, che mi aspettava.

A.        Hor mi sovien da liberarmi, e tosto.

P.        Bragato stà da un lai, no me desviar

            Se ti m’ami da pare, e da vecchietto.

            O fia mia dolza, e cara,

            (Voio mò usar parole inzuccherae)

Seu mai ressolta de vegnir al sì,

E lassar el no voio, e’l no farò?

O voleu che vegnemo à le feriazze?

A.        Ahimè, che più non posso

 

 

            Tenir la passion nel petto chiusa;

            A sì dolci parole

            Finger più non mi devo empia, e rubella,

            A quei, ch’adoro, e di mia vita al paro

            Amo si caramente.

            Forz’è, che mi discopra, io dir vorrei,

            Ma non m’arrischio, e temo,

            E di vergogna le mie guancie tingo.

B.        Cancaro te stè male,

            Se la vergogna te goerna, e covre.

            Comuò te dì, le galte incolorie.

            Tutte le scimpie giè de sto parer;

            Però cazzela via, tuò ‘l me consegio,

            Cazzela in t’un borsato, ah valent[72]’homeni;

P.        Vù donca cara fia

            Havè vergogna d’un, ch’è sviscerao

            Verso de vù? Seu forse inamorà?

B.        Del fatto vostro aponto, messer sì

            Que l’ha vergona, tireve de lì,

            Deghe campo de dir el fatto sò.

A.        O carissimi amanti,

            Havrei disio, che m’intendeste à cenno.

B.        A n’intendo negun,

            Se no quei, che me chiama a la cosina.

P.        O riosa dal maschin,

            N’havè respetto alcun,

            Parlè seguramente,

            E disè tutto quel, ch’havè nel cuor.

A.        Dittemi dunque voi,

            Graciosissimo amante,

            Gentilhuomo d’honore,

            Volete voi lasciarmi,

            E la disiata libertà donarmi?

P.             Horto fiorio, visetto delicao,

 

 

Lassarve no ve posso, abenche voia,

Che troppo acerba doia’l me serave.

B.        Co a sì donca de st’alemo, ve digo

            Que ve sarò nemigo, 

            E s’amazzarom purpio co fa cani.

 A.       Non vi turbate amor caro, e gentile;

            Ditemi, se vi piace,

            Tenirete voi sempre

            Di me memoria intanto,

            Che vedrete girar l’humane tempre?

B.        Se scampasse cent’agni, anca de pì,

            Memoria sempre me haerò de tì;

            E se poesse haer la tò figura

            Depenta al natural, te digo ben, 

            Che la vorrae d’agn’hora haer in sen.

A.        Hor ch’io son certa di non finto amore,

            Posso liet’, e sicura à voi scoprirmi.

            Dal giorno, ch’io vi vidi in queste selve,

            O fortunati Forestieri amanti,

            A voi io feci dono

            De l’amor mio, benche co’l volto poi

            Mi mostrassi ritrosa in apparenza,

            A la vostra, gratissima preferenza.

P.        Diseu da seno, ò me burleu? vardè

            De no me dar la soia, perché pò

            No’l podarave sopportar, saveu?

B.        E mì se n’altra volta

            Te me fé romagnir da un turlurù,

            Malbio tì, e chi te fiè

A.        Lo sanno i Dei se di voi prendo gioco,

            S’io vi burlo, e vi scherzo

            Ciò vieti il cielo, à l’opre il scoprirete.

P.        Mo perche far la crua, e la salvadega,

            Se ne volevi‘l ben, che ne disè?

 

 

A.            Perc’hò voluto pria far di voi prova.

P.        Da la legrezza, e vago tutto in fregole.

B.        E mi me convertisso in tanta pegola.

P.        Fia cara, dolza, d’oro e de veluo,

            Se son stà troppo ardìo, 

            E se co’l mio parlar, v’avesse offeso, 

            Perdoneme, confesso haver fallao.

B.        Anca mi ve domando in zenocchion

            Del me fallar perdon.

A.        Né fui, né sono offesa

            Da voi amanti amici.

P.        Horsuso hormai serrremo

            Le bussole, e tasemo;

            No tioleremo pi proleghe, intendeu?

            Vedaremo de questa ancora‘l fin.

B.        Si, deghe spedicion, perché anca mi

            El me tira la vuogia d’impollar

            Un Bragatin salbego in stì paesi.

A.        Più del vostro disio

            Mi punge, e sprona‘l mio,

            Di darmi in preda à voi.

            Ma come far debb’io,

            Poiché non posso, e non potrò giamai,

            Fuor ch’ad un sol, donarmi?

P.        L’è difinia, Bragato starà senza.

B.        V’inganne sal crezì, mi la vuò mì; 

            Pi presto à la vuò far à rompi musi, 

P.        E mi così de grizzolo

            La farò a rompi testa.

A.        Lasciate le contese, 

            Non garrite fra voi, cessin le risse,

            Cessino hormai vostri furori ardenti.

P.        Pur che costù s’acquieta,

            D’accordo taserò, no dirò niente.

 

 

B.        Son bel […][73], attasentò, la putta è mia.

P.        E mi la voio mi, tasi fier ravano.

A.        Per levar le contese, e l’arme ancora

            A voi di mano, e la cagione insieme

            Di passarvi la pelle, e trarvi’l  sangue;

            Siate contenti à mè lasciar l’impresa

            Di metter fine à le contese vostre.

            Io farò sì che non vi dolerete,

            Che mi dij a l’uno, & a l’altro mi toglia.

P-        Mo se vù havè la chiave,

            E de l’alma, e del cuor, podì ben anche

            Desponer de la vita.

            Fè come che ve par, che mè contento.

B.        E mì me stracontinto;

            Metti mè a rosto, e lesso, tutt’è bon,

            Purché ve contentè, pur che‘l ve piasa.

A.        Ben felice son’io

            Che à duoi così fedeli amici amanti

            Amor mi strige, con suoi nodi santi.

Se potesse la bella, e cara imago

Che mi si rappresenta in specchi, òlintio[74]

Esser quel che son’io.

Voi ne le dolci braccia

Stringereste in un tempo,

Né sarebbe trà voi periglio alcuno

Nato, che vi potesse arrecar male.     

Ma poi che ciò non posso, 

In un sol tempo, & atto

Ad ambe voi gettarmi in braccio, e in preda;

Né volendo[75] più à l’un, che à l’altro offrirmi;

Voglio, che fra di noi facciamo un gioco.

Dal sito bel di questo loco ameno,

Mi soviene in pensiero,

Un bellissimo gioco,

 

 

            Che gioco de la cieca vien chiamato;

            Imbinderò con qualche cinto gli occhi

            Ad ambe voi, & io

            Andrò d’intorno, e voi girando ancora, 

            Hor quinci, or quindi, in questa parte, in quella,

            Cercarete di prendermi, e tenermi,

            Quel primo, che di voi

            Potrà farmi prigione,

            Egli de l’amor mio coglierà i frutti, 

            E delle belle guancie, e del bel seno

            Sarà signore, & io sua fida amante.

P.        Certo che una Sibila

            No podea pensar meio; vù havé dao

            In brocca giusto, e me recordo adesso,

            Che quando giera cagozzetto pizzolo,

Ziogava spesse volte à Mariaorbola.

Vù sé mia co zioghemo.

B.        A fallè, se’l crezì, mi g’hò zugò

            Solamen co le tose de Bendin,

            La sera in t’i filò.        

            E tutti i dì da festa,

            Pi fiè, que n’hò caviggi in sù la testa.

A.        Usatissimo gioco,

            De’ fanciulli diletto.

            Mi piace, ch’ambi duoi siate periti,

            E come s’usi, e si finisca, e giri.

            Veniamo à l’atto, e ad imbendarsi[76] gli occhi. 

            Tocca à voi l’esser primo

            Pantalon mio diletto,

            Dattemi’l fazzoletto.

P.        Tiolè, fia dolza, e cara,

            Che podeu deventar na prencipessa.

A.        O mia felice sorte, 

            Che mi lice bendar gli occhi, ch’adoro.

 

 

P.        No strenzè tanto fia,

            Che me fè mal, fermeve;

            Andè un poco pì destro, e fè pi pian.

A.        Cor mio, deh non temete,

            Che da mè non sarete

            Sì stretto, che vi faccia alcun’offesa.

P.             Come xe’l Dio d’Amor son fatto au mì, 

Sol per Amor, che no ghe vedo pì.

A.        Anima del cor mio, 

            Che ritardate voi?       

E qual pensier v’assale?

Venite hormai, e incominciamo ‘l gioco.

B.        A n’hò bindello, cancaro, e per quello

            Pensava, que à no sò comuò farom.

            Impresteme un pò’l vostro, fin ch’à he rivo.

A.        Il danno sarà il tuo

            Se tù non ne hai restarai senza il gioco;

            E pantalon di me sarà Signore.

B.        El s’inganna alla fiè, tiole pì presto

            Sto pezzo de camisa.

A.        O che bell’atto, ò che segno d’amante

            Pien de speranza e d’un dolce disio

            Di pigliarmi, e tenermi.

            Non sò come poss’io

            Tenermi più, che non ti porghi un bacio.

B.        Tà de cribole vecchio,

            A no ghe vezo gozzo; alzè un po sù;

            No me gì orbole tanto.

A.        Ingegnatevi hormai,

            Io dò principio al gioco, e vado, à Dio.

 

Qui Amarilli si parte.

 

P.        Mò non andè sì in là, stemme dal lai, 

            Se volè, che ve zappa, ah matrezuola,

            No zirè sì lontan.

B.        L’è mia, l’è mia[77].

 

 

            No cancaro, que l’è un ramo de quercia,

P.        Ahimei, l’ho zappà mì, che son per terra.

            Maledetto le piere.

            Bragato stà lontan, no me vegnir

Così apresso, ala furfante,

Ti hà pur voluo vegnir à darme addosso.

Sta sù fier bestia, ti m’ha rovinao.

B.        Adesso lievo, e se v’hò rovina,

Perdoneme, l’è stà, che no ghe vezo.

O’l cancaro à i piantoni,

Te crezea ben sta volta haer in manega.

P.        Bragato la xe mia.

B.        No sentiu que son mì, testa de menola.

 

Qui vengono li spiriti & li prendono.

 

B.        L’he ben mi senza fallo, adesso l’hò.

            Abbrazzame cuor mio, basame mò.

P.        Vegnì a, no muzze, v’hò pur in brazzo

            Capari, se pur mia.

B.        Mò in che luogo me portiu?

            Lagame, vegna ò lagame in terra.

P.        Fermeve fia, tireme zò la benda.

            Mò no corrì si in pressa

            A lai co quella barca,

            A riva, sia li, premi, 

            A lai, che xé fortuna.

 

Qui li portano via.

 

SCENA TERZA

 

Lupino solo.

 

L.        Qual meraviglia, & accidente strano

            Hoggi ho veduto in queste

            Solitarie foreste.

 

________________________________________________________________________________

 

            Quello, ch’io mi credea

            De l’alma Dea di Cipro ‘l figlio alato

            Quel dolcissimo Amore

            Quel Dio, che di faretra, e d’arco armato,

            Con li pungenti strali

            Passa il cor de mortali;

            Quell’istesso hò veduto,

            Qual affamato, e troppo ingordo lupo, 

            Scender ne la mia greggia, & muolarme

            Dicent’agni‘l migliore, e poi fuggirsi.

            Dunque puol’esser vero, 

            Ch’i Dei del ciel sian fatti empi ladroni, 

            E de gli armenti, e de la greggia insieme?

            Queste son cose estreme, 

            Piene di biasmo, e di credenza indegne,

            Quel c’hoggi mi credea spirto d’Amore,

            Spirto non è; s’è spirto, è sol d’horrore.

            Alato almo fanciullo, 

            Patirai dunque tù, che sia deluso

            Il tuo gran[78] nome , e’l nume, e’l tempio[79], e l’ara?

            Non darai tu‘l castigo

            A quel mentito amor ladro impudico,

            De gli altri Dei nemico?

            Ahi infelice Fileno,

            Ben riconosco ad hor, che sei tradito.           

Di te, de l’amor tuo, del tuo dolore

Mi doglio almo pastore

Ma se per sorte io ritrovasse‘l lupo,

L’ingannator profano,

Che di Cupido‘l bel nome rapisce;

Farei, con questo legno,

Quella degna vendetta, 

Che di far veramente à me s’aspetta.

Io l’hò cercato, e ricercato, e voglio

 

 

Cotanto ricercar, ch’io lo ritrovi;

Né ni sgomento, e di speranza cado,

Benche il falso fia ‘hora

Ei stij nascosto ancora.

L’atto mi spiace, e l’agno mi rincresce,

Che me ne converrà raguaglio, e conto

Renderne ad Amarilli meco irata.

Essa vorrà senz’alcun dubbio, ch’io

Sodisfi al furto, e che soggiaccia al danno.

Havea fatto pensier cercar costui, 

Sin che di lui facesse aspra vendetta;

Ma ch’io cangi pensier serà assai meglio, 

E ch’io ritorni al dessolato gregge,

Acciò tal volta‘l mio girsene errando, 

Un solo agno cercando, 

Non fosse la cagione, 

Ch’io ritrovassi poi danno maggiore, 

E del primo peggiore.

Ma che veggio colà fra quella siepe?

Par che si mova, è forse un’animale?

Sarebbe forse il mio candido agnello?

È desso, io lo conosco, è desso certo,

È desso, io l’hò scoperto.

Corro veloce à ripigliarlo, e voglio

Con queste spalle ritornarlo al gregge.

Io t’hò pur ritrovato

Agno tanto cercato.

Sia benedetto Amor, che me l’hà reso.

Fosse almen stato preso 

Il ladro, ch’è fuggito.

Fors’è qualche bandito, 

Venuto da lontani

Paesi, ignoti, e strani.

Come si voglia sia,

 

­­­­­­­­­­­­­

Tosto di qui si parta. e fugga via.

Io ritorno felice

Con te mio dolc’agnello al gregge amico,

Quanto timido tu n’andrai belando,

Tanto sicuro io ti vò andar baciando.

 

SCENA QUARTA

 

Fileno solo.

 

F.             Ombrosi boschi, solitarie rive,

Gelid’acque, fioriti aperti prati,

Unico, e caro fregio, 

Di questa vale amica

Di Calcara. O belle strade amene.

Fresch’herbe, lieti fiori, 

            Stanchi d’udire i gravi affanni miei;

            Quando fia mai, che riposat’i viva?

Ecco, che un’altra volta, 

O dolce piaggie apriche

Udrete i pianti amari, 

E i gravi miei lamenti.

Udrete, ò colli i dolorosi accenti,

E il mesto suon de le querele antiche,

I miei sospiri ardenti, 

L’usate mie fatiche.

Qual tortorella, à cui

Manchi la fida sua cara compagna,

Quando di ramo in ramo, 

Con mesto canto vola,

Per ultimo congedo à voi ne vegno,

Piante gradite, e belle,

Ch’al soave spirar d’aure feconde,

Vostre felici fronde disciogliete,

 

 

Più non vedrete il misero Fileno

L’oscura notte, e ‘l giorno

Girar quivi d’intorno

Spargendo alti lamenti,

Con dolorose voci, e mesti accenti.

Tenere herbette, e fiori, 

Più da me non sarete

In un medesmo tempo arsi, e bagnati;

Arsi da i gravi miei sospiri ardenti,

E bagnati da gli occhi

Lagrimosi, e dolenti.

Questa misera vita ricevete,

E il cor, che desiando arde, e sfavilla;

E da pioggie de’ pianti, 

E da’ venti de mesti alti sospiri

Troppo agitata, e già vicina à morte.

Odo la morte, che mi chiama al fine, 

E sento il fin, ch’alla morte mi dona.

Occhi soavi, e cari, 

A leto tempo cagion del viver mio, 

Capelli d’oro sì leggiadri, e rari,

A studio sparsi, che mi date morte;

Serena, e lieta fronte;

Bocca di perle, e di rubini ardenti;

Care guancie amorose;

O di ligustri, e rose, 

Petto d’avorio, e di candida neve;

Bellissima Amarilli, anima mia, 

De’ miei aspri martiri,

Di mio fin, di mia morte

Da te bramata, hor lieta andrai gioiendo[80].

Hor godi ninfa, hor godi

Gli ultimi affanni miei.

Dhe almen costei nemica di pietade, 

 

 

In questa mia sì amara dipartita,

Da l’indurato core, 

Colmo di crudeltade, 

Spargesse un sol doloroso sospiro, 

E da quei vaghi lumi,

In quali pose il ciel tanta beltade,

Spargesse humide perle al mio morire, 

O che beata sorte,

Se fosse lei presente à la mia morte.

 

SCENA QUINTA & ultima.

 

Amarilli, Fileno.

 

A.        QUal pietà, qual’amor m’ingombra il petto, 

            Che l’orme già fuggite

            Seguo, e ricerco il mio caro thesoro,   

Il mio Fileno, à cui sì iniqua, e dura

Fui sempre, e ingrata, e fiera?

D’ogni crudo pensier libera, e sciolta

Corro à trovarlo, e s’ei vinto dal duolo

Havrà co’l duro ferro 

Finito i giorni suoi noiosi, e rei;

Per castigo de l’odio, e de lo sdegno, 

Voglio morir con quella spada anch’io.

E se fui empia tigre in volto humano,

Bramando lui da me sempre lontano,

Pria co’l ferir, poi co’l trarmi di vita,

Mostrarò la pietà, ch’in me risplende, 

E come son del mio fallir pentita.

O da me troppo tardi

Conosciuto, & amato, 

Fidelissimo amante.

F.        Dardo mio caro un tempo, hora infelice,

            

            

Che hor hor farai del mio morir cagione,

            Ne la cortice dura

Di questa bella pianta inanti incidi,

Chi fù cagion del mio maggior affanno,

E de l’estrema mia mortal ferita;

E poi saranne e trapassato, e estinto

Il cor da te, che già piagat’ì’porto

Da mille strai, da mille assai più fieri

Strali de l’empio Amore.

A.        Ecco colui tra questi colli vinto

            Dal duol, ch’a morte il guida,

            Ch’arso ne porta, e incenerito il petto.

            Ei per haver i giorni suoi men fieri, 

            Tenta darsi la morte,

            E qui giacer sepolto.

            Voglio veder s’è vero, 

            C’habbi così per mè la vita à schivo.

F.        Per uscir fuor d’un’aspra e intensa doglia, 

            Si feri’l petto’l buon pastor Fileno.

            Cagion fù Amor, ch’à questo suolo in seno

Giacesse estinta la robusta spoglia.

A.        Ahimè, ch’io verggio, & odo.

F.        A questo colpo horhora

            Fileno cada, incenerisca, e mora.

A.        Ferma, ferma pastore,

            Ferma il colpo mortale:

            Questa non è mia voglia, 

            Che tù t’uccidi, e se tu mori ad hora

Finirò teco li miei giorni ancora.

F.        Chi mi chiama, e mi vieta, 

Che la via del morir m’allonghi, e toglia?

A.        Colei son’io, che già cotanto amasti, 

            E seguisti fra selve:

            Amor m’ha ponto il core,

 

­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­

            E vuol, che t’ami, e segua.

Un tempo à tè fui dura, à te fui fiera;

Hora sono cangiata, 

E dedicata al mio dolce Fileno.

F.        Se finto è quell’amore, 

            C’hora mi mostri, e se da ver non ami,

            Se fian per té le mie speranze morte,

Lascia che mi sottraga homai da questo

Viver aspro, e molesto

L’acuto dardo, e tronchi ogni mia pena. 

A.        Se non hai la ragion post’in essilio,

            E s’hai di mè, di tè, de gli honor tuoi, 

            E di tal caso indegno

            Cura, pietade, ò sdegno,

            E se non vuoi, che co’l tuo dardo anch’io

            Tronchi la vita mia,

            Ama la vita; e se d’affanni carca

            È stata un tempo, al fin gaia, e serena

            Fia, se non perì, e prendi il mio consiglio;

            Non dubitar de’ nostri aversi amori,

            Che spesso un stato assai caro, e gentile

            Nasce da i gravi ardori:

            Non regni in te pensier mai, che t’uccidi;

            Lega, sforza, minaccia i tuoi pensieri;

            Non haver al mio dir l’orecchie sorde,

            Frena le voglie ingorde;

            Habbi Fileno la virtù per guida,

            Non esser homicida

            Di te stesso, e cagione, 

            Che teco mori anch’io,

            Dolcissimo ben mio.

F.        Questo conforto il cor rileva alquanto, 

            E l’amorose tue dolci parole,

            Odo, e veggio ‘l bel viso, almo, e sereno, 

 

 

            Se non dormo, non sogno, e non[81] vaneggio.

Però pietosa homai

Non asconder i dolci, e cari rai.

A.        Farò contenta la tua acerba vita, 

            Ne i nostri cori habitarà l’amore.

            Non dubitar pastore

            Volendo hormai potrai 

            Gustar quella dolcezza, 

            E goder la bellezza, che bramavi, 

            Che non sia finto, e vano

Ciò che ti dico, imn segno ecco la mano.

F.        Felicissimo giorno,

            Che le mie acerbe pene

            Furon cangiate in così caro bene,

E l’odiosa amara vita mia,

Insì soave, e cara.

Ti notarò con la candida pietra;

 E t’haverò per sempre 

In sommo pregio, e stima: 

Ben fortunato giorno, 

Nel qual la bella ninfa, ch’io tant’amo

Mi trà da pianti, e noie, 

E di riso, e di gioie m’empie ‘l core;

Mi toglie à l’empia, & angosciosa morte,

E mi dona una vita

Sì cara e sì gradita;

Mi trage d’ogni male,

E m’empie d’ogni bene.

Hor ch’io rimiro, & odo

Colei, che goià tant’anni amo, & adoro, 

Dal duol lieto respiro,

Ecco d’affetto espresso, e chiaro segno, 

Mi dà de l’amor suo la destra in pegno.

Anima del cor mio,

 

 

Perdona al tuo Fileno

D’ogni suo primo error tristo, e dolente;

Perdona, se da doglia offeso, e vinto,

Ti seguì per le selve,

E sentendo fuggir l’alma dal petto, 

Cridò più volte, ove fuggi crudele.

Hora, ch’è gionto il dì tanto bramato, 

Che à l’infiniti miei gravi lamenti, 

Et à li pianti miei gravi, e profondi, 

Et à i sospiri ardenti

Pietosa rispondesti, 

Del mio primo fallir chieggio perdono,

Da tè bramo il castigo, 

Che via più che la vita ho sempre amato.

Sarò qual sempre fui

Al tuo commando[82] ogn’hor devoto, e pronto[83],

D’opre, d’amor, di fé teco congionto.

A.        S’un di noi deve haver pena, e castigo, 

            Sia punito colui,

            C’ha con l’opre fallito,

            Amor sa, ch’io son quella,

            Che fui cruda, e rubella,

            Dunque quella son’io

            Dignissima di pene.

Ma chi fù un tempo cruda,

Hor sia pietosa, & ami,

Chi fù d’Amor nemica,

Segui Amor, né giammai si sleghi ‘l core

Da quel laccio dolcissimo d’Amore.

Tra noi voglio ben mio

Facciamo, se l’t’aggrada e se’l ti piace,

Un’amorosa legge, 

Ch’un’alma sola, un core, & un disio, 

Nel tuo petto, e nel mio

 

 

Si trovi, e così noi

Un sol farem de doi.

F.        Dolci singulti, e fortunati pianti;

            Amorosi sospiri,

            Pene felici, e care,

            Gratissimi lamenti,

            Avventurose stenti,

            Conversi in tanto bene.

            Seguite pur, seguite amanti accorti

L’alta impresa d’Amore;

Un brevissimo affanno

Non vi sgomenti‘l core.

Ecco il premio d’Amore,

L’abbraccio, stringo, e godo,

Il piacer e la gioia,

E mille altri contenti.

Ma perche tardo à palesar d’intorno

La vittoria, e‘l trionfo?

Hoggi vuò che l’Arcadia

Tutta lieta rissuoni

            Di dilettevol suoni.

            Andiamo anima mia, 

Andiamo à far contenti, à far felici

            E i parenti, e gli amici.

A.        Andiam dove t’aggrada, e se’l ti piace,

Canzella pria quel doloroso carme,

Che ancor vivo si serba

Ne la cortice dura,

            Acciò per avventura

Di quel falso tenore,

Non patisca caprar, ninfa, ò pastore.

F.        Farò mi chiedi, e mi commandi,

            E lo farò in tal guisa,

            Che alcun mai potrà dire,

 

 

            Qui si volle ferire

            Per cagion d’una ninfa, e venir meno

            Il Pastorel Fileno.

A.        Hoggi sono adempiute

            Le predette parole

            A mè dal fedelissimo Lupino,

            Fra queste verde frondi;

            Hora comprendo à pieno,

            Quale fusse’l suo dir, d’amor ripieno.

F.        Gioia senza più noia.

             Il tuo caro Lupino

Hoggi per tè sarà felice ancora.

Di servitù, di stenti

Trarollo, & empirò d’almi contenti.

In questo giorno sì felice ancora,

Di grati arabi odori

Farò fumar gli altari.

Andiamo à i nostri alberghi,

A ritrovar chi n’accompagni, e guidi

Al sacri tempio à celebrar gli onori,

E render gratie à gli alti Dei superni,

Ninfa la bella mano

Porgimi lieta, e vieni

Meco lieta, e festosa.

A.        Prendila pur ben mio,

            Che volentier ti seguo.

F.        Quest’è la bella mano,

            Che mi piagò già‘l petto,

            E mi rissanò ancora,

            E via mi rende più liet’, e felice.

            Io la bacio, e la stringo,

            Così stringa il dolcissimo Himeneo,

            Et Hebe, con gli suoi sguardi ridenti,

            Ne faccia ogn’hor più lieti, e più contenti[84].

 

 

A.            Così n’avenga, e sijno ancor presenti

A’ nostri stretti, e indissolubil nodi

La bella Dea di Cipro, e’l Dio di Delo,

E tutti c’hanno’l seggio alto nel cielo.

F.        A voi felici, e fortunate piante,

            Le belle stelle ardenti, 

            Ch’ornano della notte’l fosco velo,

La bella argentea Luna,

Le notturne ruggiade,

La ruggiadosa Aurora, e’l vago sole

Vi rendi sì feconde,

Che sempre in voi ogni dolcezza abonde:

Il canto de gli augelli hoggi si senta

Più grato, e più soave;

Empino l’herbe, e i fiori

L’aria di grati, e redolenti odori.

 

IL FINE.

 

­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­­            

Hò letto la sopradetta Favola, né vi è

Dentro cosa contraria alla Santa fe-

de Catolica Romana. 

 

Io Doroteo Danieli Can. Teol.

 

Antonio Tasselli Dottor dell’una, &

l’altra legge, ed Arcipr. della Chiesa

di S. Giovanni in Valle.

 

Imprimatur.

 

Fr. Benedictus Torriano Vic. S. Inq.

Veronae.

 

9 febbraio 1612

 

Imprimatur mandato Illustrissimi D. 

Praet. Veronae

 

Hieron. Diuiacus Cane.

 

Ita fiat permitt. Illustriss. D. Capit. 

 

Cancell. mand. 

 

 

            



[1] Fiorito è scritto Fi rito, manca il carattere della o.

[2] Fiamme con segno abbreviativo per la seconda m.

[3] Bon con il segno abbreviativo per n.

[5] Pensando ha il segno di abbreviazione per n.

[6] Perdiam ha segno di abbreviazione per m.

[7] Gnanche la segno di abbreviazione per n.

[8] Panza con segno abbreviativo per n.

[9] Tanto con segno abbreviativo per n. 

[10] Quanto con segno abbreviativo per n.   

[11] Dentro con segno abbreviativo per n. 

[12] Poltron con segno abbreviativo per n. 

[13] Spelonche con segno abbreviativo per n. 

[14] Valent con segno abbreviativo per n. 

[15] Attendi con segno abbreviativo per n. 

[16] Ponto con segno abbreviativo per n.

[17] Non con segno abbreviativo per n.

[18] Non con segno abbreviativo per n.

[19] Non con segno abbreviativo per n.

[20] Pentimento con segno abbreviativo per la seconda n.

[21] Attendi con segno abbreviativo per n.

[22] non con segno abbreviativo per n.

[23] Andrai  con segno abbreviativo per la seconda n.

[24] Lagnando con segno abbreviativo per la seconda n.

[25] Preghiere è scritto pghiere con segno abbreviativo sulla p.

[26] Intendi con segno abbreviativo per la seconda n.

[27] Horbentena con segno abbreviativo per la n.

[28] Manzar con segno abbreviativo per n.

[29] Anzi con segno abbreviativo per n.

[30] non con segno abbreviativo per n.

[31] Concorde con segno abbreviativo per n.

[32] Consumassimo con segno abbreviativo per n.

 

[33] Ben con segno abbreviativo per n.

[34] Alquanto con segno abbreviativo per n.

[35] Contento non con segno abbreviativo per la prima n.

[36]  Non con segno abbreviativo per n.

[37] Gran con segno abbreviativo per n.

[38] Con con segno abbreviativo per n.

[39] Questo verso avrebbe dovuto iniziare a caporiga, invece si trova nella stessa riga del verso precedente.

[40] Questo verso avrebbe dovuto iniziare a caporiga, invece si trova nella stessa riga del verso precedente.

[41] Con con segno abbreviativo per n.

[42] Zanio per zaino: errore del compositore della pagina o errore voluto dall’autore del testo per mostrare il linguaggio poco dotto del personaggio?

[43] Gran con segno abbreviativo per n.

[44] Quantunque ha due segni abbreviativi: uno per la prima e uno per que.

[45] Infernal con segno abbreviativo per n.

[46] Non con segno abbreviativo per n.

[47] Ven con segno abbreviativo per n.

[48] Precastio è una località sulle colline a est di Tregnago.

[49] Monti con segno abbreviativo per n.

 

[50] Fronte con segno abbreviativo per n.

 

[51] Contare con segno abbreviativo per n.

[52] Questo verso avrebbe dovuto iniziare a caporiga, invece si trova nella stessa riga del verso precedente.

[53] Questo verso avrebbe dovuto iniziare a caporiga, invece si trova nella stessa riga del verso precedente.

 

[54] Questo verso avrebbe dovuto iniziare a caporiga, invece si trova nella stessa riga del verso precedente.

[55] Sfiandrine con segno abbreviativo per n.

[56]  Sfiandra con segno abbreviativo per n.

[57] Gange  con segno abbreviativo per n.

[58] Ponto  con segno abbreviativo per n.

 

[59] Sanguigno con segno abbreviativo per la prima n.

[60] Conzar  con segno abbreviativo per n.

[61] Empire con segno abbreviativo per m.

[62] Rendre con segno abbreviativo per n.

[63] In questo esemplare del libro, la pagina 73 è stata tagliata e in seguito incollata per cui, da metà pagina in poi, risultano tagliate le iniziali dei personaggi protagonisti del dialogo. 

[64] Pre al posto di per.

[65] Incanto con segno abbreviativo per la seconda n.

[66] Ben con segno abbreviativo per  n.

[67] Pronti con segno abbreviativo per  n.

[68] Comanda con segno abbreviativo per  n.

 

[69] Man con segno abbreviativo per  n.

[70] Snegromante con segno abbreviativo per la seconda  n.

[71] Galon  con segno abbreviativo per  n.

[72] Valent  con segno abbreviativo per  n.

[73] Nel testo ci sono sei caratteri di difficile lettura.

[74] Lettura non certa.

[75] Volendo con segno abbreviativo per n.

[76] Imbendarsi con segno abbreviativo per n.

[77] Il verso è scritto di seguito al precedente, sulla stessa riga.

[78] Gran con segno abbreviativo per n.

[79] Tempio con segno abbreviativo per m.

[80] gioiendo con segno abbreviativo per n.

[81] Non con segno abbreviativo per la seconda n.

[82] Commando con segno abbreviativo per la seconda m.

[83] Pronto con segno abbreviativo per n.

[84] Contenti con segno abbreviativo per n.






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